Moby Dick Allo Spazio Diamante

Fino al 30 dicembre Davide Sacco e la Compagnia del Loto di Teatrimolisani presentano lo spettacolo tratto da Melville. In scena Stefano Sabelli e Gianmarco Saurino – di Alessia de Antoniis

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Moby Dick

Allo Spazio Diamante fino al 30 dicembre Davide Sacco e la Compagnia del Loto di Teatrimolisani presentano lo spettacolo tratto da Melville. In scena Stefano Sabelli e Gianmarco Saurino – di Alessia de Antoniis

Quello riscritto da Davide Sacco è un testo che vede sostanziali modifiche, perché, partendo da Moby Dick, ripercorre la storia di grandi uomini che hanno affrontato grandi sfide, da Shakespeare ad Artaud, al Don Giovanni. E’ il percorso di chi ha navigato nel mare della conoscenza più che dell'inconscio.

In scena i personaggi sono ridotti a due, Achab e Ismaele, un padre che ha lasciato a terra suo figlio e un figlio che si ritrova senza padre, un maestro e un discepolo, due facce della stessa medaglia, il ciclo della vita, un adulto e un giovane accomunati da un grande desiderio di scoperta. Ismaele e Achab navigano nel mare dell'umanità e dei propri limiti, alla ricerca spasmodica della conoscenza e del sapere, nel tentativo di superare proprio quei limiti. È la condizione che ha accomunato grandi uomini di cultura, come Mejerchol’d che sopravvive alle torture russe, Artaud che resiste alle terapie violente in manicomio, riuscendo a superare i limiti del proprio corpo.

In questo mare immaginato da Sacco, la Balena bianca diventa la grande utopia, ciò che spinge l’uomo a superare se stesso nel tentativo di trovare l’altro. Non è più, come anche nel testo originale, fuori, ma all'interno dell’uomo. Sacco lavora, infatti, su due piani, un mondo emerso e uno subacqueo: il primo appartiene alla coscienza e riguarda le cose che facciamo, il secondo all’inconscio e attiene al perché le facciamo. È una balena interiore che accomuna Molière, Shakespeare, Artaud e i vari personaggi che hanno animato il testo.

Achab, per contro, non è più l'arrogante comandante della Pequod che porta alla morte il suo equipaggio, ma un uomo che si è obbligato a non vedere null’altro se non il proprio scopo. Achab stesso dice: “una mattina di trent’anni fa io ho ucciso la mia balena”. Dice anche: “Io, a casa, avrei potuto avere pane fresco, cibo, invece ho scelto pane freddo e salato. Ho lasciato una moglie quando potevo essere felice”. Sono i sacrifici che affronta per raggiungere il suo obiettivo. È la rappresentazione di un uomo che ha deciso di non arrendersi, determinato, al limite della pazzia come lo è il Don Giovanni quando sfida persino il diavolo; come Amleto, che si spinge fino al punto di sfidare le stelle. La sua è la grande sfida di un uomo disposto a lasciare tutto per inseguire il suo sogno.“Chiamatemi Achab, chiamatemi Ismaele, chiamatemi Nessuno!” Non importa chi sei, conta solo il viaggio che hai deciso di fare per raggiungere la meta che hai deciso di raggiungere. Quello dirà chi sei.

Da notare la suggestiva scenografia di Stefano Sabelli, che riproduce la tolda del Pequod mentre naviga, a vele spiegate, tra i flutti del pubblico.

Alessia de Antoniis

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