Gianmarco Saurino

Fino a domenica 3 febbraio all'Off Off Condannato a Morte di Victor Hugo contro la pena di morte - intervista di Alessia de Antoniis

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Gianmarco Saurino porta in scena L'ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo e, dal palco dell'Off Off, lancia un potente grido di denuncia contro la pena di morte.

“Possibile che non abbiano mai pensato, i disgraziati, alla lenta successione di torture che nasconde la formula spiccia di una condanna a morte? Non si siano mai fermati a riflettere, anche solo per un istante, intorno all'idea acutamente dolorosa che nella testa che loro tagliano c'è un'intelligenza: un'intelligenza che aveva contato sulla vita, un'anima che non si è affatto preparata a morire? No. Loro Non vedono in tutto questo che la caduta a piombo di un coltello a mezza luna e pensano di certo che il condannato non ha niente davanti a sé, niente.”

A quasi duecento anni dal testo di Hugo, il regista Davide Sacco rilegge quelle parole, apparentemente lontane ma, purtroppo, solo per chi decide di rimanere estraneo a quanto continua ad accadere in troppi Paesi del nostro piccolo pianeta, globalizzato solo dal punto di vista economico o commerciale.

In scena Gianmarco Saurino, giovanissimo attore di teatro diventato rapidamente famoso grazie a fiction come Che Dio ci aiuti 4 e 5 o Non dirlo al mio capo 2.

Lontano dal modo di recitare al quale ci ha abituato sul piccolo schermo, Gianmarco è padrone del palcoscenico, che diventa il suo tribunale, la sua cella, il suo patibolo. E' patetico, coinvolto, coinvolgente, indignato, straziato: la sua angoscia è la nostra angoscia, la sua disperazione la nostra, la nostra ansia cresce insieme alla sua, la flebile speranza di ottenere giustizia la condividiamo con lui fino alla fine. Fino a quando, accecati dalle luci, cadiamo insieme a lui sotto la lama impietosa della ghigliottina. Il testo di Hugo arriva a noi senza finzione, senza mediazioni, attraversando chirurgicamente ogni dietrologia sterile, grazie anche alla grande capacità recitativa di Gianmarco e all'adattamento del regista Davide Sacco.

Affascinante, simpatico, gentile, occhi che brillano e sorriso ammaliante, incontriamo Gianmarco poco prima del debutto all'Off Off Theatre di Via Giulia, dove resterà fino a domenica 3 febbraio.

Gianmarco, come ti sei ritrovato a lavorare su un testo così lontano dai tuoi personaggi televisivi?

E' nato tutto mentre, con il regista Davide Sacco, stavamo lavorando a Moby Dick. Davide mi ha proposto questo lavoro che lui aveva già fatto in una versione diversa e lo abbiamo allestito per il Festival Lunga Vita, due anni fa Ora, dopo una breve turnèe, torna ora a Roma all'Off Off. Il passaggio è stato naturale. In principio doveva essere un reading, poi abbiamo visto che si prestava benissimo ad una messa in scena e in venti giorni era pronto!.

Vi ammiro quando riuscite a realizzare questi progetti in così poco tempo...

Pensa che negli stessi giorni io ero impegnato con dette riprese. Mi svegliavo alle cinque e mezza, andavo sul set e poi, dalle sette alle undici provavo in teatro. Il giorno della prima al teatro Marconi, ero stato tutto il giorno sul set, sono arrivato alle otto in teatro e alle nove ero in scena. Se vuoi saperlo, prendo la pappa reale (ride…)

Come avete ottenuto il patrocinio di Amnesty International?

E' un aspetto produttivo del quale si è occupato Davide insieme a Tradizione Teatro; Amnesty ha ovviamente condiviso il tema della condanna a morte. Spesso si pensa che sia una piaga debellata, ma non è così. All'interno dello spettacolo, noi forniamo dati aggiornati che dimostrano come su duecentocinquanta paesi nel mondo, in settanta c'è ancora la pena di morte. Noi parliamo anche di suicidi nelle carceri, di sovraffollamento, di sentenze sbagliate e forse Amnesty si è riconosciuta anche in queste nostre denunce.

I Paesi del G7 sono: Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia, Giappone, Germania e Francia. Sai in quali è ancora attiva la pena di morte?

Sicuramente in alcuni Stati degli Stati Uniti. Gli altri...non so, in Giappone?

A dicembre del 2017 in Giappone sono state impiccate due persone. Sette l'anno precedente.

Noi denunciamo che dal 2000 ad oggi sono 41.000 i condannati a morte. E non abbiamo i dati ufficiali della Cina, ad esempio, perché coperti dal segreto di Stato. Nelle carceri libiche, un paese vicino a noi, la condanna a morte non è una questione di sentenze: nessuno viene condannato a morte, vengono semplicemente uccisi. Condanna a morte è un termine che si presta a varie interpretazioni. I dati di Amnesty sono confermati anche da Nessuno tocchi Caino.

Quello che ha scritto Hugo è incredibile. In tutto il testo non viene mai specificato il reato del condannato, perché il punto di vista del lettore non sia mai influenzata dal giudizio sul reato. Ad un certo punto in scena io dico: io penso che questa sera non penserò più. È un messaggio potente. Come quando lui dice: me sventurato, quale delitto ho commesso e quale delitto faccio commettere alla società. Quindo non solo lui è stato carnefice, am lo diventano anche quelli che mi condannano. Lo Stato, che dovrebbe essere superiore a quel senso di vendetta che molti hanno nella pancia, compie lo stesso delitto. È accettabile che una persona che ha perso un figlio, in preda al dolore, chieda vendetta, ma non è accettabile che lo Stato faccia lo stesso.

E' un testo meraviglioso e spero di riuscire a trasmettere al pubblico il senso della vita, della quale in realtà parla questa drammaturgia, che solo in apparenza si occupa di morte.

Sei giovanissimo: a soli 26 anni hai un curriculum molto ricco. Hai una grande determinazione?

Credo che l'unico modo per fare questo mestiere sia sceglierlo. Non ci si può capitare per caso ed è un mestiere troppo difficile e troppo precario per non determinare ogni mattina di volerlo fare. Credo che sia un mestiere che deve avere una sua deontologia, che va abbracciato con i suoi pregi e i suoi difetti, senza mai dimenticare che un attore ha una responsabilità culturale nei confronti di chi ti ascolta, ti viene a vedere a teatro, al cinema, ti segue in televisione. Dietro a tutto questo c'è poi un bisogno, una necessità, che è ciò che ti spinge ad andare in scena. In un periodo in cui è facile incontrare youtuber e influencer che parlano di recitazione, credo che sia importante rivendicare questa scelta. Soprattutto per una generazione come la mia che ha la possibilità di fare qualsiasi cosa senza sapere poi esattamente cosa vuole fare.

Molti vogliono fare reality...

Sì, questo è il problema, ma sono il niente. Sono posti dove facciamo finta di parlare di qualcosa mentre in realtà non stiamo parlando di niente, mentre non succede niente. In quest'epoca di niente la mia generazione si parcheggia nelle università perché non sa cosa vuole fare da grande. Credo che scegliere sia il più grande manifesto culturale che possiamo fare. Spesso ci lasciamo vincolare dalla famiglia, dal luogo dove nasciamo, dalle amicizie. Io ho avuto fortuna di aver incontrato questa strada e mi assumo la responsabilità di averla abbracciata.

Fare l'attore oggi non è semplice. Quando reciti in televisione sei ben pagato. Eppure continui pervicacemente a fare teatro, nobile arte ma che oggi non paga. Quindi il tuo è vero amore?

Per me è un bisogno. E poi ho la paura di fermarmi, in questo mestiere instabile dove non sai mai cosa ti riserva il futuro. Io ho bisogno di andare in scena! È un mestiere che si può esprimere in vari modi: attraverso il cinema, il teatro, la fiction, i reading, la radio. Credo che alternarsi sia sano ed avere la leggerezza di passare da un mezzo ad un altro ti permette di essere un attore migliore e di crescere dal punto di vista professionale.

In Che Dio ci aiuti 5 hai perso due compagni di viaggio: Diana Del Bufalo e Lino Guanciale. I fan sono in rivolta perché erano due personaggi molto amati, ma fa parte del gioco. Quanto incide nel cast un simile cambio di attori?

Dal punto di vista personale, ti dispiace non lavorare più insieme perché Lino e Diana sono due persone e due amici prima che due attori; dal punto di vista professionale le storie cambiano, i personaggi si alternano. Lino già lo scorso anno aveva ridotto la sua presenza: vista la caratura del personaggio, la produzione ha fatto in modo di far abituare il suo pubblico ad un'uscita di scena. Quest'anno è stato fatto morire, ma già la scorsa stagione si era visto in poche scene. Per quanto riguarda invece Diana, il passaggio è stato più immediato ed la storia è stata interrotta sul più bello, perché la scorsa stagione si era conclusa con la mia dichiarazione d'amore. Tieni presente che, per il mio personaggio era una novità perché, essendo uno che ama le donne, tutte, il fatto di decidere di legarmi ad una sola donna era un evento particolare. La nuova stagione, però, si apre con il ritorno del marito di lei e quindi è stata fatta uscire di scena, proprio dopo che le avevo aperto il mio cuore. La perdita è prima personale e poi professionale, ma per noi è lavoro e siamo abituati ad adattarci ai copioni.

Tutti ti chiedono di Diana Del Bufalo. Ma com'è lavorare con la Mastronardi?

Alessandra è carinissima. Ho fatto con lei il mio primo lavoro. Non avevamo molte scene, perché anche lì la mia partner era Diana. Alessandra l'ho conosciuta più dal punto di vista personale che professionale. Lei era già un'attrice affermata, io ero al mio primissimo lavoro e ci siamo divertiti molto. C'era una volta Studio Uno è stato un bellissimo progetto.

A proposito di C'era una volta Studio Uno, com'è stato vedere, per te che oggi lavori per la Rai e che allora non eri nato, la Rai degli inizi, quella delle teche Rai? C'è qualcosa di nuovo che hai imparato, qualcosa di diverso che ora non c'è più e che recupereresti?

Secondo me c'era una qualità elevatissima. Da quel tipo di televisione sono usciti artisti come Valter Chiari, Corrado Pani, Mina e tantissimi altri. Era una televisione di intrattenimento ma di altissima qualità, che abbiamo perso. Oggi bisogna essere veloci, ma questo va a discapito della qualità. La prima cosa che recupererei è proprio quella. E poi c'era questa atmosfera di novità: era tutto nuovo. I nostri personaggi, tutti ventenni, avevano il grande desiderio di far parte di quel grande cambiamento del Paese del quale la Rai era solo un pezzo.

Hai lavorato con tre donne fantastiche: Valeria Fabrizi, Elena Sofia Ricci e Vanessa Incontrada. Ci regali un tuo ricordo di loro?

Valeria Fabrizi è una donna eccezionale e un'artista di altissimo livello. Mi sono nutrito dei suoi racconti su Valter Chiari, un mio idolo, e lei è una fucina di racconti del mondo dello spettacolo degli anni Sessanta e Settanta. Amo perdermi nei suoi aneddoti di quel mondo che non c'è più. È una grandissima attrice. Abbiamo poche scene insieme, ma mi ha insegnato tanto. La trovo una donna incredibile e meravigliosa. Sono pazzo di Valeria.

Elena è una zia. Io la chiamo zia follia perché è matta, ma è strepitosa. Mi è stata di grande aiuto per inserirmi all'interno della grande famiglia di Che Dio chi aiuti e lo ha fatto con la massima semplicità.

Vanessa è l'immagine della dolcezza. Arriva sul set col suo piccolo barboncino, Gina, dicendo “besitos! besitos!” e sorridendo a tutti. Anche con lei non avevo molte scene, ma è stato fantastico avere l'opportunità di lavorare insieme.

La Francini è come la vediamo sullo schermo?

La Francini è esattamente come la vedi. L'altro giorno, in Rai, raccontavo che quando l'ho conosciuta, durante imprimi giorni di ripresa, lei continuamente mi chiedeva. “Tu sei?” E io rispondevo: “Gianmarco”. E lei: “Ah, Gianfranco”. “No Chiara, sono Gianmarco”. Dopo cinque minuti: “Gianpaolo!” E io: “No Chiara, Gianmarco”. Per i primi due o tre giorni ha continuato a chiamarmi in mille modi diversi, finché il quarto giorno arriva e mi dice: “Ciao, Gianmarco”. E io.”E che è successo, Chiara?”. E lei: “No, è che io mi ricordo solo i nomi degli attori bravi”.

E' vero che sei timido?

E verissimo!

Quindi le ragazze impazziscono doppiamente per te?

Sì, lo ammetto...

Il pubblico che ti segue nelle fiction è lo stesso che ti segue a teatro?

No, solo in parte, ma mi piacerebbe che fosse così. Uno dei motivi che mi hanno spinto a fare televisione, dopo aver terminato la mia formazione al Centro Sperimentale, è stato quello di spingere il pubblico ad uscire per venirmi a vedere a teatro. Credo che questo dovrebbe essere uno stimolo per noi attori: spostare la gente dalla televisione al teatro è un bell'obiettivo. La divisione tra pubblico televisivo e teatrale è stupida quanto lo è la distinzione tra attore di cinema, di televisione di teatro. La trovo una banalità infinita. In Inghilterra un attore è un attore e basta, solo che si esprime con dei mezzi diversi.

Amnesty International, che patrocina lo spettacolo, denuncia che “nel 2017, sono state messe a morte almeno 993 persone in 23 paesi. La maggioranza delle sentenze capitali sono state eseguite nell’ordine in Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan.

La Cina rimane il maggior esecutore al mondo, ma la reale entità dell’uso della pena di morte in questo paese è sconosciuta perché i dati sono classificati come segreto di stato; per questo motivo, il dato complessivo di almeno 993 esecuzioni, non tiene in considerazione le migliaia di sentenze capitali che si ritiene siano eseguite in Cina ogni anno.” (www.amnesty.it/campagne/pena-di-morte/)

Alessia de Antoniis





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