Silvano Spada

Un uomo fortunato che si è dato una missione: portare a teatro quella generazione di benestanti che trascorre il tempo libero tra ristoranti fusion e villaggi vacanze, ma che non ha mai messo piede in un teatro. Intervista di Alessia de Antoniis

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Il sole sta tramontando sulla via che il Bramante progettò su richiesta di papa Giulio II quando incontro Silvano Spada, direttore artistico e creatore dell'Off/Off Theatre di via Giulia.

Qui, dal 5 al 10 marzo Spada ospiterà Tangeri, pièce che egli stesso scrisse alcuni anni fa, con al centro la figura del celebre cantante e ballerino spagnolo Miguel de Molina, icona di Pedro Almodóvar, vissuto durante la dittatura franchista e perseguitato per le sue idee antifasciste e la sua dichiarata omosessualità.

In scena il cantante e attore Gianni De Feo, che condurrà il pubblico in questo viaggio nella Spagna degli anni '30 e '40. 

Silvano Spada si sente romano, anche se è nato a Bolzano, dove suo padre si trovava per lavoro. Ed è a Roma che ha deciso, un paio di anni fa, di dare vita alla sua ultima sfida, l'Off/Off Theatre, un teatro off di nome, ma che non sembra avere nessuna intenzione di esserlo rispetto al circuito delle mete preferite dal pubblico capitolino.

Silvano, come nasce Tangeri?

Amo la cultura araba e il mondo arabo. Tangeri è una città straordinaria della quale mi sono innamorato tanti anni fa e che è diventato il mio rifugio. Proprio a Tangeri comprai un libro che parlava della storia di Miguel de Molina, che non conoscevo: rimasi affascinato dalla storia complessa, difficile, di questo artista nato poverissimo, che ha lavorato fin da bambino, addirittura in una casa di tolleranza dove faceva il piccolo servitore delle prostitute. Poi ha iniziato a ballare nelle cuerjas flamencas di Siviglia, diventando un divo.

E la scelta di un personaggio spagnolo meno conosciuto dalle nuove generazioni?

Anche da noi i giovani hanno una scarsa conoscenza della nostra musica popolare, ma de Molina è molto conosciuto in Spagna. Molti artisti ancora oggi lo cantano.

Cosa ha maggiormente attirato la sua attenzione: la storia della sua vita o il fatto che fosse un perseguitato nella Spagna franchista a causa della sua omosessualità?

Il percorso. Il fatto che fosse omosessuale è diventato certamente un altro elemento di interesse, ma mi ha affascinato come si può nascere, purtroppo, in una situazione di estrema povertà e poi trovare la strada per avere successo nella vita. Il fatto che sia stato perseguitato dal franchismo, torturato per la sua omosessualità e costretto all'esilio in Argentina, è un altro aspetto.

Anna Magnani, Paolo Stoppa, Luchino Visconti. Sono solo alcune delle figure immense che hanno attraversato la sua vita....

Sono stato un ragazzo molto fortunato. È stato un caso che io sia venuto in contatto con il mondo dello spettacolo ed in particolare con alcuni dei maggiori artisti di quegli anni. Sono stati per me di grande insegnamento: in alcuni casi amicizie, in altri anche degli affetti, comunque persone che mi hanno affettuosamente protetto. 

E' stato davvero un caso o, in fondo, da ragazzo, ambiva al cinema o al teatro?

No, è stato davvero un caso. Nella mia vita il caso è stato fondamentale. C'era sicuramente la voglia di scoprire il mondo, ma poteva succedere questo come altro. Oppure poteva andarmi male. Avevo solo la curiosità di vedere quello che non conoscevo del mondo, che era fuori dal mio target di vita.

Come nasce il progetto dell'Off/Off?

Per quello che le ho detto: perché fin da ragazzo, a diciotto anni, mi sono trovato proiettato in questo mondo che mi ha affascinato, dove sono cresciuto grazie ad alcuni dei personaggi più importanti che ci fossero sulla scena. Poi ho ideato e diretto per trent'anni il Todi festival, che ho lasciato deliberatamente e che è stato gestito per qualche tempo anche da Maurizio Costanzo. Quando mi hanno chiesto di tornare, avevo già in cantiere il progetto dell'Off/Off e dopo tre anni ho lasciato di nuovo. Tutto questo mi ha spinto a creare uno spazio dove accogliere la nuova drammaturgia.

Non sono progetti conciliabili?

Probabilmente sì, ma a me non interessa. Per me è un ciclo concluso

Quali esperienze del Todi festival ha portato nel progetto dell'Off/Off?

L'esperienza fatta a Todi è stata una grande scuola, come tutto il resto nella vita. Soprattutto l'aspetto organizzativo del lavoro, poi i rapporti con gli attori, i registi, gli autori.

A Todi ha lavorato con molti giovani. Quindi non è vero che in Italia manca nuova drammaturgia?

Io ho sempre dato la precedenza ai giovani già ai tempi del festival, pur nel rispetto dei grandi, perché chi ha conquistato un ruolo merita che gli venga riconosciuto. La mia attenzione, tuttavia, è per il nuovo. Oggi, mediamente, i giovani attori sono più bravi di quelli di una volta. Forse mancano le eccellenze. Non ci sono i divi, che nello spettacolo servono. Fare l'attore è un mestiere dove bisogna non solo saper recitare, ma anche avere una regia di se stessi. Confido che tra i giovani di adesso emergeranno anche grandi nomi. Purtroppo nel teatro assistiamo ad un tipo di sistema che tutela troppo alcuni professionisti già maturi: i grandi teatri sono occupati sempre dagli stessi nomi e non c'è spazio per i giovani.

Secondo quale criterio sceglie il cartellone del suo teatro?

A me non piacciono i cartelloni fatti sempre con gli stessi nomi, noti da decenni. Io cerco di dare spazio sia a chi è già noto che ai giovani, come ho sempre fatto, anche al festival di Todi.

In una città abbastanza standardizzata come Roma, lei ha una programmazione trasversale, a volte non politically correct...

Io non sono politically correct per natura. È vero che la situazione è standardizzata e stagnante, ma la mia natura è l'opposto...

E Roma come recepisce questo suo spirito indomito?

Direi benissimo, visto che stiamo avendo un grande successo!

Però state in via Giulia...

Sì, questo può essere un discorso... Però credo che si possa fare bene anche in periferia. È chiaro che qui è diverso. Il decentramento va tutelato e rispettato, anzi, in questo momento forse la periferia è più vivace del centro storico; è importante che il teatro invada tutta la città e, per fare questo, ci deve essere una confluenza di mondi diversi. L'importante è che il teatro funzioni, ovunque sia. Io vivo qua e non conosco tutte le realtà, però, da quello che mi raccontano, la vedo positivamente. Mi piace l'idea che ci siano spazi e luoghi diversi che non sono alternativi, ma solo realtà diverse.

Lei ha un teatro schierato più di altri col mondo lgbti, ad esempio. Le derive estremiste di cui abbiamo spesso notizia, le hanno mai creato problemi?

La nostra non è un'etichetta. A noi interessa tutto il teatro civile, non solo quello legato ai temi lgbti. Le situazioni lgbti vanno rispettate come va rispettato l'amore di coppia. Non mi piacciono i ghetti o le etichette. Facciamo testi che parlano d'amore all'interno della coppia, testi sull'immigrazione, testi, purtroppo, sulla violenza sulle donne, testi sulle diversità di genere o sulla povertà. Noi guardiamo alla realtà di oggi, qualunque essa sia.

Posso chiederle come è arrivato alla sede dell'Off/Off? (palazzo Varese, opera del Maderno, nda)

Intanto, come vede, abito nello stesso palazzo, quindi ho una serie di contatti. Sono le relazioni della vita. Era uno spazio che aveva ospitato un noto ristorante della dolce vita romana, rimasto chiuso per circa cinquant'anni, in stato di grave abbandono, che è stato restituito alla città.

È stato coraggioso ad affrontare un simile investimento...

Ma io sono coraggioso. Mi piacciono le sfide.

Questa la sta vincendo?

Direi di sì, stiamo andando molto bene. In un anno e tre mesi siamo diventati un fatto di moda a Roma. Sarà anche un po' snobistico, ma è diventato quasi un obbligo venire a trascorrere una serata all'Off/Off e fermarsi, dopo lo spettacolo, nel nostro bistrò.

Che target si era dato?

Intanto non rifiuto niente, mi interessa tutto. L'obiettivo è quello di intercettare quel tipo di pubblico, di età compresa tra 35 e 50 anni, che mangia giapponese, va in vacanza alle Mauritius, va in settimana bianca, ma che non ha mai messo piede in un teatro. E stiamo riuscendo a farli appassionare. È un target importante, perché non si può andare avanti con un pubblico avanti con gli anni, un po' sonnolento e stanco, che non è sufficiente a riempire i teatri e non assicura il ricambio; né con quel tipo di giovani intelligenti, colti e appassionati, che però rappresentano una minoranza. In ambedue i casi, la situazione sarebbe asfittica: ecco perché cerco un pubblico nuovo in questa direzione. Stiamo raggiungendo un pubblico trasversale nuovo. I borghesi non sono esattamente quelli che frequentano gli altri teatri borghesi e i giovani non sono esattamente quelli che vanno nei teatri alternativi. Spesso mi metto fuori a fumare per capire, io per primo, che gente è.

Avete pianificato delle valide operazioni di marketing?

Non ne facciamo molto, solo il minimo sindacale. Si è creata una combinazione fortunata. Sarà merito delle mie scelte, sarà il caso...

Sceglie da solo tutti gli spettacoli in cartellone?

Certo! Personalmente. Solo io. Anche se mi piace parlare con le persone che ho intorno.

Notizie sulla prossima stagione?

Ci sto lavorando. Faremo la conferenza stampa alla fine di maggio.

Si è chiesto perché altri teatri chiudono? Roma forse quest'anno ne perde altri due...

Mi dispiace ma lo ha detto lei, la situazione è stagnante. E credo sia anche colpa dei teatri, perché non si può fare solo un tipo di programmazione: non si vive solo di Pasolini o Pirandello. Pasolini è un mito, ma bisogna avere anche uno sguardo rivolto all'attualità e affiancargli altro.

Quindi si può fare un buon teatro senza fondi pubblici?

Certo che si può fare. Sicuramente con il teatro non ci si arricchisce, però ci sono attività collaterali che possono essere proposte per non chiudere i bilanci in perdita. Noi abbiamo una serie di eventi importanti che consentono di far tornare i conti. Non si può chiedere tutto allo Stato. È vero che lo Stato deve sostenere la cultura, ma ci sono tante attività delle quali deve farsi carico, come il sostegno alle fasce di popolazione disagiate. Non si può dare miliardi ai teatri e poi c'è gente che muore di fame. I grandi teatri impareranno ad andare avanti con i milioni invece che con i miliardi. Bisogna trovare un equilibrio.

Voi siete un teatro, ma molte strutture più piccole sono associazioni culturali, alcune delle quali sono laboratori teatrali storici dove si sono formati grandi artisti. La trova una soluzione valida per sopravvivere alla burocrazia che strozza anche questo settore?

L'associazionismo è sempre un fatto positivo. Per iniziare trovo che sia una soluzione ottima. Poi ognuno prende la propria strada.

Alessia de Antoniis





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