Pallone E Romanità Con Renzo Giannantonio

Pallone E Romanità Con Renzo Giannantonio

La radio, il calcio vissuto con genuinità e le difficoltà di una città che conserva comunque il proprio fascino

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La laurea in scienze della comunicazione, la gavetta giornalistica che viaggia nei sentieri della capitale, radio e tv, la passione per la Lazio e i suoi nomi urlati all'Olimpico. Renzo Giannantonio ha concesso ad Unfoldingroma tutta la sua navigata esperienza e il suo modo pacato e genuino di vivere il pallone. Con Roma sullo sfondo.

Sei lo speaker della Lazio all'Olimpico dalla stagione 2006-07. Per un tifoso deve essere un raggiungimento notevole. Qual è stato il percorso che ti ha portato sino a qui?

"Diciamo un po' casuale. La mia voce prestata alla Lazio è frutto di pura passione, è un hobby. Al contrario magari di tanti altri giornalisti o cronisti, non sono organico alla società, per cui il mio percorso è stato abbastanza classico. Ho fatto studi giornalistici e sono divenuto una presenza fissa in tribuna stampa. Il fatto di fare le formazioni me lo chiesero solo un paio di volte, pensavo fosse finita lì e invece è divenuta una piacevole abitudine. Diciamo che all'Olimpico torno un po' bambino annunciando i nomi dei giocatori della squadra che ho a cuore. Ma personalmente non sono proprio un istrionico e soprattutto mi attengo a una regola: non faccio mai nulla che non avrei voluto fosse fatto dallo speaker quando ero io a frequentare lo stadio da spettatore. Oltre a questo, tengo le fila anche di vari eventi dedicati alla Lazio o nei festeggiamenti e nelle cerimonie, e fortunatamente negli ultimi anni qualcosa si è vinto..."

Una persona che ti è sempre rimasta nel cuore nel tuo percorso di crescita è Ugo Longo, presidente della Lazio per un anno e mezzo tra il 2003 e il 2004.  

"Era un periodo molto particolare quello. Da un lato c'ero io, mascotte della sala stampa, che mi davo da fare per poter crescere professionalmente. Dall'altro lato la situazione della Lazio, molto complessa. Ugo era avvocato ed era una persona amabile con una grande umanità. Divenne presidente il 3 gennaio del 2003 e di lui ricordo sempre il suo modo affabile di salutare: "Carissimo!"... e poi magari chiedeva a quelli intorno a lui chi fosse quello che aveva appena salutato! Metteva sempre e soprattutto il cuore in quello che faceva, per esempio a calciopoli era nel pool di avvocati che difendeva la Lazio, soprattutto per una questione di affetto. Da lui non mi vergogno di dire che ho addirittura imparato a stare al mondo. Era un periodo molto "avventuroso". Ma anche nella sua onestà era unico. Era ovviamente una fonte importante, e quando chiedevo informazioni, talvolta mi diceva "Renzo, se non ti posso dire una cosa, non te la dico, scusami". Mi aveva preso in simpatia e il "carissimo" che mi riservava, lo percepisco ancora come un saluto davvero sincero".

Roma è salita ancora una volta alla ribalta per l'arresto di De Vito, nell'ambito del percorso di costruzione del nuovo stadio della Roma. Tu che vivi la realtà dal di dentro, perché è così difficile fare qualcosa di concreto in questa città, senza che non subentrino altri interessi?

"Ci vorrebbe una conferenza di ore per rispondere a questa domanda. Io ho avuto anche la possibilità di fare cronaca e politica, vivendo da vicino ambienti che non conoscevo. E' una matassa che non si può diramare facilmente. Un nuovo stadio è sempre una buona propaganda, ma ci sono sempre zone grigie, tutti danno per scontato che ci siano colate di cemento che talvolta, soprattutto nel caso di Roma, non servono.  Ci sono enormi speculazioni e teniamo presente che a Roma si incontrano la politica nazionale e regionale, al contrario delle altre regioni, e questo crogiolo di tutte le politiche crea davvero una situazione da 'mangiatoia'".

Qual è il tuo miglior ricordo da tifoso della Lazio, al di là del fatto professionale?

"Non ho ancora sciolto del tutto lariserva, ma ho il dubbio di nascere ancora più innamorato del calcio che tifoso. I miei sono i ricordi di novantesimo minuto, non vedevi nulla,cil cronista con un verbo e un aggettivo ti rischiarava lastanza. le avevi tutte le tua testa, a partire da quella stellacometa che è stato Sandro Ciotti. Il compito di un cronista che da più onore o oneri insieme è  quello di essere demiurgo del mondo che tiene in mano la vista e la immaginazione, accendere la luce all'ascoltatore e una grande responsabilità di conservare una credibilità. E' importante rendere il racconto una passione portandosi in braccio l'ascoltatore. Un ragazzo di 20 anni oggi è nativo televisivo, è difficile uscire fuori dal te stesso telespettatore, ha in testa una regia televisiva"

Poniamo il caso che un alieno sbarchi da noi e ti chieda qualcosa su Roma. Tu cosa gli diresti per fargli capire la città? 

"La bellezza di Roma è data dagli scorci, dagli angoli, dalle sacche di resistenza dove non abbiamo messo le mani per rovinarla. Negli ultimi decenni a Roma non c'è l'obbiettivo di rendere migliore più sana e più vivibile la quotidianità delle persone, vengono messe piccole pezze e cose dimostrative, ma ciononostante Roma resta culturalmente all'avanguardia. Però ci si scorda semplicemente che ci devono vivere i romani. Nei rari momenti liberi che ho, mi faccio una passeggiata a volte e mi rendo conto che il massimo che potrei dire è che è caotica e poco pulita, ma anche che tutto ripagato dal fatto da camminare in un vortice temporale di tutto ciò che è stato e potrà essere, e in questo ci credo, perché non sono nostalgico e perché sono un inguaribile ottimista. E poi attenzione, dobbiamo fare tutti ammenda: Roma è la moltiplicazione di quello che sono i romani".

Il presidente Gravina ha elencato, in una intervista a Sky Sport, tutti i suoi buoni propositi per un nuovo calcio. Se ne parla da almeno dodici anni: il Mondiale del 2006 non ha forse rappresentato il canto del cigno? 

"In prospettiva storica ci voglia il coraggio di dire che il Mondiale 2006 è stato usato per quello che non era. E' stata una fantastica avventura agonistica spacciata come un risultato, come la risultanza di una eccellenza di un sistema ma in realtà non è così. Se guardi il problema della FIGC degli ultimi dieci presidenti, e devi quindi tornare agli anni Ottanta, non c'è spirito collettivo, nemmeno dove dovrebbe esserci corporativismo. La Lega di A ha due schieramenti contrapposti, e uno schieramento tenta di fregare quello opposto a colpi di fette di torta più grandi. E in fin dei conti la grande differenza sta tutta qui: in Inghilterra possono contare su diritti tv più remunerativi che in Italia".

Stefano Ravaglia

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