Giovanni Franci

Dal 2 al 7 aprile L’Effetto che fa torna all’OffOff Theatre di Roma. Liberamente ispirata all’omicidio Varani, il più spaventoso caso di cronaca avvenuto a Roma negli ultimi anni. Intervistiamo l'autore Giovanni Franci - di Alessia de Antoniis

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Ritorna domani L’Effetto che fa all’OffOff Theatre di Roma. Liberamente ispirata all’omicidio Varani, il più spaventoso caso di cronaca avvenuto a Roma negli ultimi anni. Dopo i sold out della scorsa stagione, dal 2 al 7 aprile la pièce sarà di nuovo al teatro di via Giulia. 

Mentre da Verona Forza Nuova ci saluta con tre cartelloni in bianco e nero con la scritta: “Dio, patria, famiglia”, e il convegno appena concluso ci ricorda il diritto ad avere, giustamente, una famiglia, purché bianca, cristiana ed eterosessuale, sul palco dell'Off/Off Theatre di via Giulia torna uno spettacolo che la scorsa stagione ha fatto molto discutere, l'omicidio di Luca Varani, accaduto a Roma nel marzo del 2016, ed in occasione del quale ci si preoccupò di capire la relazione tra ferocia ed efferatezza del delitto e omosessualità. Tutto questo oltre cinque secoli dopo la morte di Torquemada!

Sul suo blog, Ledo Prado, padre di Marco, scrisse: “Ci accingiamo con passo lieve ad attraversare questa tempesta”.
Dall'autopsia sul corpo di Luca Varani emerse che gli erano stati inflitti oltre cento colpi, tra martellate e coltellate, che era morto dissanguato, che almeno venti colpi erano stati inflitti tra capo e bocca e che almeno trenta ferite erano state inferte al solo scopo di provocare dolore.
É questa la tempesta che un genitore può attraversare con passo lieve?

Sono trascorsi tre anni da quel massacro e forse molti lo ricordano appena, ma allora la morbosità nell'apprendere, divulgare, cercare, condividere particolari scabrosi era forse più importante del capire cosa stesse realmente accadendo.

A distanza di un anno dal debutto di L'effetto che fa, incontriamo l'autore e regista di questa controversa drammaturgia, Giovanni Franci.

Giovanni, a quando risale la stesura del testo?
L'omicidio avviene nel marzo 2016 e io ho iniziato a scrivere a giugno.

Come analizzi l'omicidio Varani? Cosa ti interessa? Perché hai scelto questo episodio di cronaca?

Perché la storia era folle, tutto quello che era stato costruito intorno alla storia era folle, era folle come ne parlavano i media. Vedevo follia aggiungersi a quella follia. Volevo cercare di capire cosa fosse successo e sentii il bisogno di parlarne. La stampa si è chiesta perché Luca fosse lì, come se se la fosse cercata. Ma non è quello che ci dovrebbe interessare. Anche qui vedo la follia che si aggiunge ad altra follia. Quei ragazzi venivano da un ambiente che avrebbe potuto essere il mio, quel quartiere dista sei chilometri dal mio. I due aguzzini, Marco e Manuel, sono figli di famiglie perbene della Roma borghese, ragazzi intorno ai trent'anni. Conosco il loro ambiente. 

Qual è?
Quello di una piccola borghesia, con famiglie molto rispettabili, che non immaginerebbero mai che in seno a loro potrebbe nascere e crescere un simile seme di violenza, così forte e scandaloso.

Viene spesso usato il termine ragazzi di buona famiglia. Ma cosa rende una famiglia buona?

Soprattutto la facciata che si crea. La famiglia perbene è una facciata da portare avanti. Durante lo spettacolo, sembra quasi che io parli più delle famiglie degli assassini che degli assassini stessi. A ventiquattr'ore dall'omicidio, il papà di Manuel Foffo va a Porta a Porta a parlare del figlio, a dire che il figlio è un ragazzo modello. Si preoccupa di difendere il fatto che tutti i Foffo sono degli eterosessuali, e che anche Manuel è come loro. C'è l'annientamento dell'individuo. È un argomento sul quale insisterò nello spettacolo. Il papà di Marco Prato, invece, fa un post sul suo blog dove dice che anche questa volta saprà affrontare una tragedia del genere e stupirà il mondo. Parla di come lui affronterà una tragedia del genere. I figli non esistono. Non c'è mai un riferimento al figlio come individuo, è semplicemente un loro discendente. La cosa più spaventosa è che non viene mai fatto riferimento alla violenza che è stata perpetrata su Luca e non c'è mai un accenno di pentimento. 

Perché concentrarsi sull'aspetto sociologico? Magari sono solo due soggetti sociopatici o psicopatici?
E' riduttivo. A Roma c'è un consumo esagerato di cocaina, dai 19 anni in poi. Se tutti quelli che fanno uso di cocaina, uccidessero, Roma sarebbe sterminata. Ridurre tutto al festino gay con consumo di cocaina, all'invito del gay, è banalizzare la storia. Considerarli pazzi, malati o mostri, allontana molto, come se fosse un problema che non ci riguarda: è una sorta di difesa. In questo senso, ad esempio, ho provato a capirli, li ho avvicinati allo spettatore. Non sono dei mostri e basta, potrebbe accadere di nuovo. Non vanno allontanati da noi, perché quella è una porta che esiste dentro ognuno di noi: loro l'hanno aperta e non sono più riusciti a richiuderla. Il brodo primordiale è lo stesso per tutti. 

È ancora così radicata l'idea che un gay sia fondamentalmente un deviato?
Adinolfi in quel periodo disse: “e che volete dà i bambini a gente come questa?” Come se essere gay volesse dire essere mostri, o come se quel crimine potesse essere perpetrato solo da un gay. Al tempo la comunità gay fu messa in subbuglio. Venne tutto ridotto in modo superficiale e banalizzante, solo due mostri che hanno esagerato con la droga e hanno torturano per due ore una persona. Sono etichette, mentre c'è molto di più. E questo si vede anche da come hanno reagito i genitori, ad esempio con il monologo surreale del padre di Manuel sul fatto che tutti i Foffo sono etero, e pertanto incapaci di compiere una simile violenza. È un aspetto molto radicato. In realtà, nessuno gli aveva chiesto quali fossero i gusti sessuali di suo figlio. Non solo, ma se tuo figlio ha commesso un simile reato, tu vai da Vespa, la sera successiva, a dire che il tuo è un figlio modello? C'è solo la voglia di etichettare in fretta qualcosa che è scomodo.

C'è mai stata un'assunzione di responsabilità?
Nessuna e gli stessi due assassini non hanno mai mostrato il minimo pentimento per ciò che hanno fatto.

L'omicidio Varani mi fa pensare ad Arancia Meccanica. Kubrick disse che “Alex simbolizza l’uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui sarebbe se la società non gli avesse imposto i suoi processi civilizzanti”. Possiamo vedere nell'omicidio Varani l'uomo nel suo stato naturale?
Anche accettando la teoria di Hobbes per cui homo homini lupus, gli animali uccidono per fame non per vedere l'effetto che fa...

Una delle linee guida dello spettacolo è un enunciato di Kierkegaard, che apparirà in palcoscenico, che parla di disperazione. Credo che questa sia la parola chiave: è uno spettacolo che parla di disperazione e, secondo Kierkegaard, la disperazione si divide in tre punti. Il primo è “disperatamente non essere consapevole di avere un io”, ed è Manuel, e su questo lui farà una dichiarazione: ovviamente sono io che provo a mettermi nella testa di Manuel. La seconda fase della disperazione è “disperazione è disperatamente non voler essere se stessi”, e questo secondo me è Marco Prato. L'ultimo enunciato è “disperatamente voler essere se stessi” ed è Luca, uno che ancora non ha trovato un posto nel mondo, cosa difficile partendo da zero e non riuscendo neanche a trovare un lavoro che dia dignità alla tua vita.

In scena viene detta una frase: “il fascismo ha compiuto la sua parabola, non diventando un’ideologia è diventato un atteggiamento”: in che senso? La ferocia ha un'ideologia?
In quel momento si sta facendo l'elenco dei personaggi che andremo a vedere. Prima Luca, poi Roma, che viene prima ancora di Manuel e Marco. Roma è un simbolo elevato a teatro. In quel momento, nel 2016, è una città infestata dai topi, senza sindaco, dove è stato indetto un giubileo della misericordia, dove il fascismo ha compiuto la sua parabola ed assistiamo ad una sorta di anarchia del male.

Un governo c'era: era mafia capitale...
Lo spettacolo parla anche di questo quando descrive quel marzo del 2016, quando abbiamo dovuto coniare un termine che non esisteva, mafia capitale: questo diventa la scena dove si svolge l'azione.

Per descrivere emozioni così forti, bisogna averle provate? Come sei entrato nella testa dei personaggi?
Questa scrittura mi ha cambiato molto: dal punto di vista artistico non sono più quello di prima. Me ne sono accorto durante la stesura di Roma Caput Mundi. Cerco di tornare su punti che sembrano delle banalità e sviscerarli il più possibile. Mentre scrivevo il testo, riuscii addirittura a contattare delle persone che nei quattro giorni precedenti erano entrati in quell'abitazione, raccogliendo moltissime informazioni. Ma non so darti una risposta precisa.

Torni in scena con lo stesso spettacolo dopo oltre un anno. Pensi che le accuse mosse la scorsa stagione alla tua scelta drammaturgica, che peraltro non hanno influito sull'affluenza di pubblico e sui giudizi positivi della critica, si siano ridimensionate?
A me non cambia nulla, io sto con la stessa tensione. Ho scritto questa drammaturgia con il desiderio di capire. Mi sfuggiva come ne parlavano, era tutto una follia. Forse il pubblico è più conciliato, però non ci penso. A noi per primi fa soffrire ripercorrere quegli avvenimenti, noi siamo i primi ad essere emotivamente coinvolti.
Una delle accuse che fu fatta allo spettacolo lo scorso anno, fu che non se ne poteva parlare così presto, perché il fatto era appena accaduto. Oggi che tutto va su insta-gram, tutto è all'istante, perché dobbiamo parlarne in un altro momento? Quando? Quando ce ne siamo dimenticati? Perché in televisione o sui social sì e a teatro no? Parlare delle cose in modo morboso, concentrarsi sui particolari morbosi, significa allontanare le persone dalla ricerca della verità. Era l'ottica che era sbagliata e io ho voluto spostare l'ottica.

C'è un altro fatto di cronaca a cui vorresti ispirarti per un prossimo lavoro?
No, il prossimo spettacolo è un adattamento dei dialoghi di Platone. È il manifesto della libertà di pensiero, della gioia di vivere, della gioia di discutere di qualsiasi cosa, uno spettacolo che vorrei fosse un inno alla vita. Mi ha fatto bene scriverlo. Sarà in due parti: Eros e Thanatos. Ho scritto Eros. Voglio risalire dal basso. 

Alessia de Antoniis

Giovanni Franci, regista e drammaturgo, è nato a Roma il 7 luglio 1982. Per il teatro ha scritto e diretto 'Trincee' nel 2004, con cui ha vinto Premio Vallecorsi Teatro. Nel 2009 'Certi Discorsi', finalista Premio Patroni Griffi, al Teatro Eliseo, Roma e Palazzo Santa Chiara, Roma. Nel 2012 Franca Valeri gli assegna il Premio SIAE alla Creatività al cinquantacinquesimo Festival dei Due Mondi di Spoleto come miglior autore emergente del teatro italiano. Nel 2013 'Mettiti nei miei panni' (Todi Festival 2013) e nel 2015 'Matteo Diciannove Quattordici' (Teatro Tordinona – Roma, Teatro Paisiello- Lecce, Cavallerizza Reale – Torino, Nuovo Teatro Sanità – Napoli). Nel 2017 è la volta di 'L’Effetto che fa', spettacolo liberamente ispirato al più spaventoso caso di cronaca nera avvenuto a Roma: il delitto Varani. (Off/Off Theatre di Roma). La Stampa Online lo inerisce primo in classifica per quanto riguarda gli spettacoli più belli andati in scena a Roma nel 2017. Lo stesso anno scrive Spoglia-Toy, diretto da Luciano Melchionna (Napoli Teatro Festival, Teatro Piccolo Eliseo, Roma). Apre la stagione 2018/2019 dell'Off/Off Theatre di Roma con lo spettacolo 'Roma Caput Mundi'. Ha scritto, inoltre, sceneggiature per il cinema (per la regia di Rossella Izzo, Alex Infascelli, Giulio Manfredonia, Stefano Reali, Federico Moccia, Daniela Cursi Masella) e la televisione(Incantesimo10).




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