Massimiliano Frateschi

LA GABBIA - Massimiliano Vado dirige Federico Tolardo e Massimiliano Frateschi al Brancaccino dal 2 al 12 maggio - di Alessia de Antoniis

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La gabbia sei tu! In questa frase è racchiuso il senso del testo teatrale di Massimiliano Frateschi, diretto da Massimiliano Vado, in scena al teatro Brancaccino dal 2 al 12 maggio.

“Max, il dolore serve?” - “Si Pier, almeno quanto la felicità”

Al centro del palco una cella di isolamento, una gabbia sospesa il cui pavimento è una rete elastica. All'interno Max e Pier, un sonnambulo che ha ucciso la moglie nel sonno e uno psicotico: reclusi e costretti a tenersi in equilibrio per tutta la durata dello spettacolo.

E noi, quanto siamo costretti a tenerci in equilibrio all'interno delle nostre gabbie mentali? Max e Pier sanno di essere in prigione: e noi?

Se dovessimo individuare il protagonista della drammaturgia di Frateschi, sarebbe proprio la gabbia, immutabile, immobile, limitata e limitante. I personaggi che vi sono rinchiusi, la percepiscono semplicemente come il loro ambiente, ignari pesci rossi che non potrebbero vivere al di fuori della loro palla di vetro.

Ma, a differenza della palla di vetro del pesce rosso, qui la gabbia sei tu, le sbarre sono le tue paure e i tuoi bisogni, il pavimento di rete elastica sul quale cerchi disperatamente di tenerti in equilibrio, è quella rete di relazioni che ti fanno sentire più o meno amato, giudicato, accettato, deriso, e che ti intrappolano nell'illusione che il tuo valore dipenda dal riconoscimento degli altri. Quei famosi “altri” che vedono esattamente quello che tu percepisci di te stesso, diventando nient'altro che lo specchio deformato della tua anima.

La gabbia del giudizio (i due sono infatti in una cella di isolamento, quindi hanno subito un giudizio) è quella all'interno della quale, per assurdo, ci sentiamo liberi. Finché non sbattiamo contro le sue pareti. A quel punto si pone una scelta: restare al sicuro nella nostra gabbia infernale o avere il coraggio di uscire, il coraggio di essere felici?

La Gabbia è un testo aperto, ben scritto da Massimiliano Frateschi, ricco di spunti che vengono approfonditi quel tanto che basta per tracciare una strada, senza tuttavia determinarne la meta, lasciata alla percezione dello spettatore e al rapporto che egli instaura col testo; ben recitato da Federico Tolardo e dallo stesso Massimiliano Frateschi, con tempi veloci e brillanti, come i salti che i due attori sono costretti a fare per tutto il tempo per tenersi in piedi sulla rete elastica; ben diretto da Massimiliano Vado che presta la sua esperienza teatrale alla riuscita di un testo giovane, che necessitava di una guida esperta per far emergere le sue potenzialità.

Nella gabbia siamo entrati anche noi, guidati dal suo stesso creatore, Massimiliano Frateschi, al suo esordio come autore di teatro, ma che nel cinema ha lavorato in film come “Sulla mia pelle”, “Duisburg”, “To Rome with love”, “Le sedie di Dio” e, con Danny Boyle, per la serie “Trust” prodotta dalla Fox.

La Gabbia. Come nasce questo testo e perché hai deciso di passare dal cinema al teatro?

E' la mia prima drammaturgia teatrale e ringrazio Massimiliano Vado per avermi aiutato ad adattarlo, perché era molto più lungo. Sicuramente apporteremo ancora qualche modifica.

Nasco a teatro come attore, ma stavolta ho sentito l'esigenza di raccontare una storia mia. Nel cinema, i meccanismi di produzione sono molto lunghi, a volte richiedono anni, mentre questo testo è nato in una notte, di getto, in forma di dialogo e parla di temi che difficilmente puoi affrontare contemporaneamente. Solo rileggendolo, ho capito che era un testo più adatto al teatro che al cinema, che l'ambientazione poteva essere quella di un carcere, che il mondo che vedevamo fuori da quella gabbia era un mondo distrutto. Volevo poi conservare la forma dialogica e questo poteva accadere solo con un testo scritto per il teatro contemporaneo. 

Nelle note d'autore leggo che i due uomini rappresentano la doppia faccia della nostra mente, i nostri pensieri e le scelte diverse che dobbiamo affrontare. Un sonnambulo e uno psicotico sono per te le due facce della mente umana?

La nostra mente si divide ogni volta che facciamo una scelta, creando dei processi che prevedono varie soluzioni: siamo noi che ne scegliamo una. Questi due personaggi sono uno l'alter ego dell'altro. Messi insieme compongono una realtà unica, come il nostro subconscio e il nostro conscio. Questo è quello che voglio rappresentare. Credo che il nostro destino non sia altro che quello che decide la nostra mente lucida insieme al nostro inconscio, che ci pilota e che, a volte, arriva a sabotare la nostra stessa vita. Grazie a questi due personaggi. Alle loro psicopatologie e alle diverse realtà che vengono vissute durante il giorno e di notte, porto in scena la combinazione della nostra vita e della nostra mente. Ho cercato due patologie che potessero essere sublimabili nella quotidianità e che spesso, quando non si manifestano in forma grave, passano inosservate, considerate dei semplici aspetti caratteriali. Lo psicotico grave non lo incontri per strada, ma facendo teatro i personaggi vengono portati all'estremo. Eccediamo per raccontare quello che c'è sotto.

Avresti voluto fare lo psicologo?

No, ma ho due genitori psicologi e da sempre mi interesso a questa materia.

Sempre nelle note d'autore, scrivi che solo la morte ci può liberare dai nostri incubi, dalle nostre allucinazioni e dai nostri difetti, forse nemmeno quella. Ma dopo la morte non puoi fare più nulla, indipendentemente dalla visione escatologica che ognuno di noi ha. Da questo punto di vista, cos'è vivere e perché solo la morte ti libera dagli incubi?

La mia visione è molto più semplice. Dal mio punto di vista, dopo la morte non c'è nulla, dopo la morte non esisti e per questo ti liberi di te solo quando muori. “Ti liberi di te” viene qui usato nell'accezione negativa, nel senso dell'impossibilità di liberarti dei tuoi problemi. In senso più generale non ti liberi di te stesso finché non muori. Se la tua gabbia sei tu, resti nella gabbia tutta la vita. Il mio approccio è molto meno mistico. La provocazione contenuta nelle mie note d'autore, mira a sottolineare un messaggio contenuto nella drammaturgia: devi goderti la vita così com'è, smettere di mentire a te stesso e liberarti dalle tue paure! Uno dei due personaggi si rassegna e vede la morte come unica soluzione, pensando che solo non essendo potrà liberarsi dalle sue sofferenze. Ma la fuga non è una via d'uscita. Nessuno esce mai dalla propria gabbia: ti segue perché la tua gabbia sei tu. È difficile trovare un meccanismo per il quale tu ti liberi dai tuoi difetti, perché i tuoi difetti sono nati apposta per farti fare determinate cose. È qualcosa che ti chiude per far sì che tu ti liberi.

Uno dei due protagonisti, nel sonno, getta dalla finestra le lenzuola che sarebbero dovute servire per fuggire di prigione. Quindi inconsciamente non vuole uscire dalla gabbia?

Questa è la descrizione del difetto. Ognuno di noi ha dei bisogni. Ma c'è una parte, che si chiama difetto tragico, che impedisce al bisogno di uscire: è quello che, secondo il personaggio, è la soluzione per arrivare al proprio bisogno. Una persona bisognosa di affetto, diventa egocentrica e falsa per attirare quell'attenzione. In bisogno è puro, ma il suo difetto tragico fa sì che questo bisogno non venga soddisfatto. Il difetto tragico di Max, sono gli incubi: nell'incubo cerca di risolvere il problema cacciando il corvo, ma nel suo risolvere il problema disintegra il suo bisogno, creandosi il vero problema. Non è che inconsciamente lui non vuole uscire dalla gabbia, è che il suo cervello, il suo problema, il suo difetto, è che lui è settato per non uscire dalla gabbia. Quelle che lui crede essere le soluzioni, è ciò che lo porta a restare dentro la gabbia. Cercando di cacciare il corvo, involontariamente, getta via le lenzuola. Quello che fa di notte è diverso da quello che decide durante il giorno. 

Che senso dai alla fuga dalla gabbia? È una fuga fine a se stessa, che potrebbe terminare con l'arrivo in un'altra gabbia, o è una volontà di trasformare la propria gabbia mentale, aprire la porta e uscire per non rientrare più? È fuga o vero desiderio di libertà?

È la domanda che faccio io. Sei tu che devi darmi la risposta e io la ascolto con piacere (ride). È la domanda che questo spettacolo lascia al pubblico, per questo non voglio darti la mia risposta. Per me è fondamentale che chi vede lo spettacolo si faccia queste domande. È un testo aperto.

Molti si sentono in gabbia e vorrebbero uscirne. Eppure la maggior parte degli individui, alla fine, resta là dentro. Essere felici fa paura?

“La tua gabbia sei tu, puoi uscirne quando vuoi!” Questa è la frase che ripeto in scena più volte. Dipende tutto da te. Per il resto, credo che la felicità sia solo uno stato d'animo momentaneo. 

Alessia de Antoniis








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