REGALO DI NATALE

Al Teatro Quirino dal 7 al 19 maggio un presunto “pollo” di fronte a quattro uomini che nella vita hanno giocato col destino e che, in un modo o nell’altro, hanno perso. - di Alessia de Antoniis

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Portare al cinema uno spettacolo teatrale è spesso stata un'operazione vincente. Ma l'opposto? E quando il film del quale vuoi fare una riduzione teatrale è uno dei capolavori di Pupi Avati?

È la notte di Natale. Quattro amici di vecchia data, Lele, Ugo, Stefano e Franco, che non si vedono da dieci anni, si ritrovano per giocare una partita di poker e incontrano quello che è designato ad essere il “pollo” da spennare, il misterioso avvocato Santelia. La trama è quella che Pupi Avati scrisse per il grande schermo nel 1986.

La sceneggiatura del film di Avati ha sicuramente il pregio di offrire già un'intelaiatura utilizzabile per una trasposizione teatrale, soprattutto grazie all'unità di tempo e di luogo: il film era infatti girato quasi in un unico set, il salone di una villa di Fregene. I personaggi, poi, erano ben scritti e definiti. Questi pregi, tuttavia, rappresentano allo stesso tempo, il rischio di realizzare una copia della versione cinematografica.

Il film, poi, nonostante fosse stato prodotto con un budget ridottissimo, aveva una potenza, una forza, che, ancora oggi, gli consente di non dimostrare i suoi trentatre anni: la storia, unita alla bravura degli attori e alla maestria del regista, era bastata a farne un capolavoro. Pertanto, la scelta di Sergio Pieratti è coraggiosa e rischiosa insieme.

La trama resta più o meno la stessa: scompare la figura femminile che, non potendo utilizzare la tecnica del flashback, viene solo ricordata nelle parole dei protagonisti; compaiono i telefoni cellulari e parole come facebook e social.

La regia di Avati ci ha poi lasciato un uso magistrale dei primi piani, effettuati durante la partita di poker, dove la gestualità o il semplice uso di uno sguardo diventavano parte integrante dei dialoghi: pensiamo alla scena in cui il personaggio di Carlo Delle Piane fa il rilancio finale, nella quale si vede Diego Abatantuono mettere le mani sulle fiches in maniera scomposta. Simili soluzioni non sono realizzabili in teatro ma, nell’angolo destro del palcoscenico, il tavolo verde, circolare, è posto su una pedana che, ruotando, mostra a turno i giocatori. A differenza della versione cinematografica, tuttavia, le scene al tavolo da gioco sono residuali, cosa che fa in parte perdere quell'indagine dei personaggi che nasceva proprio dall'attenta osservazione della loro gestualità.

Nella trasposizione di Pieratti, i cinque attori si agitano molto di più sul palcoscenico per raccontare le loro storie, evidenziando maggiormente la loro distanza da chi li ha preceduti. Emergono come figure nostalgiche di un'epoca che non c'è più, quella delle partite di poker tra amici, che segnava, come un vero e proprio rito di iniziazione, l'entrata degli adolescenti nel mondo degli adulti. Molto più dei personaggi creati da Avati, questi sono dei cinquantenni che assistono ai loro fallimenti e che si ritrovano, uomini di mezza età, a cercare di rivivere il brivido di un passato che non può tornare, in un'epoca dove il gioco è prevalentemente online, il poker non ha più il ruolo di una volta, la disumanizzazione dell'era dei rapporti virtuali ha investito anche il tavolo verde.

Il tempo che è passato non ha portato con sé solo nuovi lemmi o nuovi oggetti, anche i rapporti umani si sono modificati, diventando liquidi. Questo è forse un punto in cui lo spettatore può riconoscersi in questa nuova versione dei quattro amici. Resta invariata l'amarezza di fronte al tradimento dell'amicizia, di fronte al mercimonio dei legami umani. Fallimenti in cui buona parte di noi si può riconoscere.

La rappresentazione ha il pregio di essere una riuscita impresa emotiva e, al contempo, un'indagine di questi cinque esseri umani.

Ben affiatato il cast, composto da Valerio Santoro (Ugo), nel ruolo che fu di G. Cavina, Gigio Alberti (avvocato Santelia) nel ruolo che fu di C. Delle Piane , Filippo Dini (Franco) nel ruolo che fu di D. Abatantuono, Giovanni Esposito (Lele) nel ruolo che fu di Alessandro Haber, Gennaro di Biase (Stefano) nel ruolo che fu di George Eastman.

Uno spettacolo che merita di essere visto, ma che, forse, potrebbe essere maggiormente apprezzato allontanandosi dal ricordo dell'originale.

Sicuramente una storia che non finisce quando finisce lo spettacolo.


Alessia de Antoniis
















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