PIETRO DATTOLA - Intervista Di Alessia De Antoniis

PIETRO DATTOLA - Intervista Di Alessia De Antoniis

Dal 21 maggio al 16 giugno 2019, cinque teatri della capitale ospitano la IX edizione del Festival Inventaria. Intervista al direttore artistico Pietro Dattola – di Alessia de Antoniis

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Prenderà il via mercoledì 21 maggio la nona edizione del Festival Inventaria - La festa del teatro off, organizzato da artisti per artisti, affermatosi come l'evento di chiusura della stagione teatrale capitolina.

Fino al 16 giugno, Inventaria vedrà sfilare, sui palchi di cinque teatri capitolini, 13 prime nazionali, 10 prime romane e sei tra le opere più hot! della stagione in via di conclusione.

Quest'anno Inventaria avrà luogo nei cinque principali teatri off di quattro diversi quartieri della Capitale: Teatro Argot Studio e Teatro Trastevere (Trastevere), Carrozzerie n.o.t. (Ostiense), Teatrosophia (Parione) e Studio Uno (Torpignattara). Si articolerà in quattro sezioni di concorso (Spettacoli, Monologhi/Performance, Corti teatrali e la sezione Dem dedicata agli studi e ai progetti in itinere) e una fuori concorso. 

Per capire cos'è Inventaria e cosa troveranno coloro i quali decideranno di fare questa emozionante esperienza, abbiamo incontrato il suo direttore artistico Pietro Dattola, uno degli ideatori di questa “festa del teatro” che spazia dalla sperimentazione al teatro civile, dal teatro danza alle riscritture di classici, denunciando, interrogando, contemplando, ricordando, proponendo drammaturgie ispirate agli argomenti e alla fonti più disparate: dalle questioni esistenziali ai videogiochi, dall'emigrazione alla satira politica, dalla poesia all'ecologia, dalle fonti letterarie al proprio vissuto.

Come è nato il festival Inventaria e qual è la sua mission?

Inventaria è un festival organizzato da artisti per artisti, il che significa che mezzi permettendo, naturalmente, ogni decisione viene presa con l'occhio di chi al festival potrebbe partecipare. All'epoca della prima edizione, per esempio, sentivamo da una parte l'esigenza di un festival nazionale a Roma che fosse davvero aperto a realtà anche sconosciute; dall'altra, quella di non costringere le compagnie a fornire video di spettacoli inediti - requisito che, per le compagnie off, quelle cui ci rivolgiamo, era al tempo oltremodo oneroso o comunque cozzava con le modalità produttive più diffuse. Anche se oggi registrare un video, anche di discreta qualità, è più abbordabile, entrambi quei principi sono rimasti validi, proprio per permettere potenzialmente l'accesso anche a compagnie o progetti di recentissima formazione. In questo senso, possiamo dire di aver tenuto fede alla nostra mission e quello su cui punteremo nei prossimi anni è lo sviluppo dell'aspetto comunitario, porre l'accento sulla parola “festa” nella frase “festa del teatro off”.

Perché preferite utilizzare varie sedi e non svolgere il festival in un solo teatro?

L'origine dell'itineranza del Festival si deve alla sventurata chiusura del Teatro dell'Orologio: in piena programmazione, a selezione avvenuta, abbiamo dovuto trovare chi ci ospitasse, ma ovviamente le stagioni erano già in corso. Molti spazi però sono stati ben lieti di accogliere parte del Festival e così è nata la formula itinerante, nella quale abbiamo poi intravisto da una parte una valenza sociale, quella di unire il centro alla periferia, dall'altra una perfetta rispondenza a quello che è il principio informatore di Inventaria, cioè la varietà, l'accostamento di cose molto diverse tra loro, il confronto tra visioni, realtà, linguaggi, ambienti diversi.

Inventario è un «elenco, registro per trovare ciò che è in un dato luogo» (Treccani). Che cosa trova chi viene a vedere Inventaria?

Il nostro intento è offrire a più ampia varietà di linguaggi scenici in ciascuno di quei microcosmi che sono le sezioni del Festival (Spettacoli, Monologhi/Performance, Corti teatrali, Demo, Fuori concorso). Chi assiste a una serata, può avere fiducia nel fatto che quella successiva sarà un'esperienza molto diversa, al di là del mero avvicendamento degli spettacoli in sé, poiché - anche a costo di dolorose rinunce in sede di selezione e di grattacapi per i giurati - la nostra scelta è quella accostare linguaggi scenici il più possibile diversi.

E voi cosa avete trovato in questi anni cercando tra i copioni che vi sono stati presentati?

Abbiamo trovato grande vitalità. Una rincorsa alla cronaca, a volte, ma in genere, specie negli ultimi anni, una varietà espressiva stupefacente, nonostante i mezzi solitamente limitati.

Visionate numerose drammaturgie: a quali cambiamenti avete assistito, sia dal punto di vista delle tematiche affrontate che nel modo di fare teatro?

Sicuramente un aumento tangibile della forma monologante, quella più sostenibile di questi tempi per gli artisti. Dalla quantità di solito emerge la qualità e non è un caso se quest'anno c'era stato un momento in cui abbiamo pensato di comporre la sezione Monologhi con 7 o 8 proposte (invece delle solite 4 o 5), peraltro tutte molto diverse tra loro. Considerazioni pratiche ci hanno spinto a trovare un compromesso. Dove, invece, ci siamo lanciati è stato nel raddoppio della sezione Demo (gli studi, work in progress di 12 minuti), la cui introduzione riflette le nuove modalità produttive, che sempre più spesso si affidano a bandi per residenze e brevi studi per portare avanti i progetti.

Inventaria è interamente autofinanziato eppure continuate a crescere. Cosa significa fare teatro senza fondi pubblici in Italia? Quali ostacoli dovete affrontare e come li avete risolti fino ad ora? Quali punti di forza ha un festival che non riceve denaro pubblico?

Spesso e volentieri significa dover integrare con entrate di altro tipo, poiché il ricavato dai biglietti venduti di solito non è sufficiente a coprire le spese di produzione, trasferta, eccetera. Noi del Festival sopperiamo all'assenza di finanziamenti con una collaudata suddivisione del lavoro e cercando di non fare passi più lunghi della gamba. Questa scelta d'indipendenza, se da una parte può avere un effetto limitante, almeno nell'immediato, rappresenta però il nostro punto di forza: il destino è nelle nostre mani, la sopravvivenza del Festival non dipende da decisioni altrui.

Quando selezionate i copioni, quali caratteristiche devono avere?

Ciò che ci interessa è uno sguardo nuovo sulla realtà, specialmente se il genere (penso ad esempio ai monologhi di narrazione) è molto codificato e usato. Ovviamente, poi, trattandosi di un Festival e non di un concorso di drammaturgia, si valuta anche la resa scenica, potenziale o effettiva, a seconda dei materiali da cui è accompagnata la proposta.

Per un lettore che non è esperto di teatro, che magari frequenta solo i teatri istituzionali, come spiegheresti cos'è e cosa significa fare teatro off?

Il teatro off, il teatro indipendente, è solitamente caratterizzato da una relativa scarsità di mezzi, cui i migliori sopperiscono con la creatività. Di solito, poi, abita spazi da 50-100 posti, in cui il pubblico è realmente a un passo dagli attori. Non è separato dal palco da golfi mistici o da file interminabili di teste e riesce ad abbracciare l'intero palco con lo sguardo anche dalle prime file. Respira la stessa aria che respirano gli attori, è fisicamente investito e coinvolto dalla scena, spesso anche letteralmente, visto che lo spazio lo permette e sempre più spesso si tende a sfruttare questa caratteristica logistica.

Quale pubblico è interessato al vostro festival? Siete riusciti a raggiungere spettatori lontani da questo mondo, che grazie a voi hanno scoperto un modo diverso di andare a teatro?

Chi ci segue è un pubblico curioso, che non si affida al “visto in tv”, ma a cui piace fare esperienze nuove, che in certi casi non ha paura a condividere una panca con altri, e che gode della presenza fisica dell'attore davanti a sé, della possibilità di cogliere ogni sfumatura di espressione sul volto, ogni possibile tensione muscolare.

E so per certo che abbiamo contribuito a far incrociare parte del pubblico dei singoli spazi, permettendogli di conoscerne un altro, che magari in seguito frequenterà.

Festival come il vostro, cosa rappresentano nel panorama teatrale capitolino?

Nel corso della stagione a Roma è possibile vedere di tutto. Noi offriamo la possibilità di sperimentare, in un periodo concentrato e restando nell'ambito dell'off, una grande varietà di modi di fare teatro in spazi che offrono possibilità tecniche adeguate, consentendo così agli spettacoli di proporsi in una veste solitamente ottimale.

Inventaria ha nel nome la parola “aria”: vogliamo lasciare allo spettatore la sensazione di aver chiuso la stagione con una ventata d'aria fresca, sia per l'elevato numero di prime nazionali e romane che compongono il cartellone, sia per la natura stessa di ciò che viene presentato sul palco.

Gli spettacoli che presentate, riescono poi ad essere inseriti nei cartelloni dei teatri?

Di sicuro noi offriamo una vetrina nazionale che ha anche un risvolto pratico nei premi per i vincitori delle sezioni (repliche e residenze nei teatri partner sparsi per lo stivale). In questo mondo l'offerta è sempre elevatissima e bisogna sgomitare per trovare spazio. Il nostro compito è offrire un trampolino. Non è raro che anche gli spettacoli non vincitori vengano notati o si propongano ai teatri partner.

Una drammaturgia o un autore nato ad Inventaria che ha avuto successo?

Lungi da noi attribuirci meriti “pippobaudeschi”, però possiamo dire che ci sono stati felici casi di contributo all'emersione o al consolidamento di belle realtà, che magari da noi hanno avuto il primo o uno tra i primi riconoscimenti e che col tempo ne hanno accumulati altri: Antonio De Nitto, Patas Arriba, Nastro di Mobius.

La televisione non è indipendente, il cinema a volte sì a volte no. Il teatro?

Tra le forme citate, il teatro è l'unica che presenta potenzialmente zero costi d'ingresso nel mercato: si dice spesso che per fare uno spettacolo bastino un attore e uno spettatore. Non è un'esagerazione.

Gli attori iscritti ad Artisti 7607, la collecting che amministra i diritti connessi al diritto d’autore, ha ottenuto che chi partecipa ad un provino cinema o tv, riceva un compenso giornaliero tra gli 80 e i 150 euro lordi. Spesso chi fa teatro non riceve neanche un rimborso spese. Pensi che una legge sul salario minimo nel vostro settore sarebbe un incentivo o un deterrente?

In realtà il minimo salariale è già previsto dalla contrattazione collettiva. Ed è sacrosanto. Il suo rispetto assoluto, considerate le economie del teatro indipendente, può rappresentare un fattore limitante per le nuove produzioni. La mia percezione, però, è che questo non sia necessariamente e soltanto un male, perché di fatto è anche vero che le buone produzioni anneghino nel mare di un'offerta che oggi è ipertrofica.

C’è qualcosa che l’amministrazione capitolina potrebbe fare per aiutare i teatri romani?

Certamente. Senza andare a incidere sui bilanci con nuove spese, potrebbe concedere a condizioni agevolate spazi a chi può metterli a frutto adibendoli ad attività culturali. I beneficiari possono essere associazioni e compagnie ma anche i teatri stessi, che avrebbero modo di offrire residenze e ospitalità nelle loro più variegate declinazioni.

Quali passi avanti e quali indietro sono stati fatti in questo settore negli ultimi anni dalle amministrazioni che si sono succedute e che sono state davvero di tutti i colori?

Grossi passi in avanti non ne vedo. Il Valle, come teatro, è ancora non operativo. Il Teatro dell'Orologio è ancora chiuso. C'è stato il passo indietro del tentativo di riacquisire in maniera forzosa e forzata spazi di proprietà del Comune con metodi che poco o nulla sembrano avere a che fare col dialogo, in situazioni in cui le zone d'ombra, a quanto è emerso, mi è parso coinvolgessero anche le amministrazioni.

Alessia de Antoniis


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