Atacama, La Quarta Meraviglia Di Alessio Arena

Atacama, La Quarta Meraviglia Di Alessio Arena

Una malinconia struggente e un forte senso di mistero sono il fulcro di questo album

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Una malinconia struggente e un forte senso di mistero sono il fulcro del quarto album di Alessio Arena, Atacama. Pubblicato da Apogeo Records ed edito da Upside srl, il disco è distribuito da Altafonte Records. Molti arrangiatori affermati hanno concorso al suo dischiudersi e dispiegarsi come lavoro di indiscussa preziosità. Tra questi, ricordiamo Toni Papìa, Bruno Tomasello e Toni Pagés.

Il disco è il frutto di un viaggio in Cile, il cui sapore è presente in ogni traccia, molte delle quali mostrano un’intensa contaminazione tra lingua e cultura sudamericana e napoletana, in un accenno di post-modernità afferrabile anche nella copertina del CD.

Oltre ai fatti - che la scuola studia e cataloga in ambiti disciplinari - c’è una brezza misteriosa, che è l’essenza della vita e della sua scuola. Ci sarà sempre qualcuno ad abbassare le tende e a ripararsene, a dirci che non esiste e che non è nulla al di là di nostalgia, tonico dell’animo umano. Invece esiste eccome, ed è quello che suggerisce Arena con questi magnifici brani.

“Sangre y ternura”, “sangue e tenerezza” il binomio ossimorico che percorre la canzone “Los niños que vuelan” e che invade i nostri sensi tutti, come un fenomeno invisibile quanto tangibile. Sentiamo la sofferenza immensa dei bambini affamati e da noi lontani, semmai il dolore può separare davvero gli uomini anziché unirli. Allora il metafisico pervade il fisico e ci induce a riflettere su questioni imprescindibili per la salute del nostro cuore. Amore significa riparare la fragilità delle cose, prendersene cura in un soffio che si fa parola e musica, balsamo del vivere, quindi Alessio Arena si manifesta come un bellissimo medico, musicista e alchimista, in grado di trasformare la negritudo della vita in meraviglia che ne costituisce comunque l’essenza. Pensiamo a un uomo che in un impeto panteista desidera dissolversi in note profonde di “El hombre que quiso ser canción” o alle splendide parole di “Parlo di noi”: “Come me che ti ho incontrato nella radice del cielo, sulla corteccia dell’altro emisfero, e non mi sembra vero che accarezzo solo te, quando sulle mani sento il peso dell’abitudine.”

C’è poco da aggiungere a questa magra recensione, se non l’augurio di un buon ascolto, che vi preannuncio in grado di incidersi in voi per sempre.

Chiara Zanetti

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