L'arte Di Recitare - Federico Inganni

L'arte Di Recitare - Federico Inganni

Non mi sento un attore navigato per la esperienza che ho, piuttosto mi sento una persona grata per quello che ha ricevuto, mantenendo sempre i piedi per terra. Il modo migliore per mantenere e coltivare il proprio talento è sicuramente quello di inseguire costantemente il proprio obbiettivo.

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Attore di cinema e teatro, Federico Inganni - classe 1998 – debutta all’età di 9 anni presso il Teatro Sistina di Roma nei panni di “Marcellino pane e vino”. Successivamente, continua la sua carriera in teatro ma approda anche al cinema e alla televisione. In televisione, ha preso parte alla Fiction “Fratelli detective”. Per quanto riguarda la sua carriera cinematografica, Paolo Genovese lo ha scelto per il ruolo di Matteo nel film “Immaturi”. È stato protagonista nel 2012 e 2013 del Musical “La colpa è dei grandi?” al Teatro Brancaccio di Roma, e nella pièce “Steve e Bill” al Festival di Todi. Recentemente, in teatro con “La partitella” per la regia di F. Bellomo e “Lasciami volare” per la regia di M. Mandolini.

Sei giovanissimo eppure attore navigato. Si direbbe proprio, nel tuo caso, che il talento è innato. Quanto è vera quest’affermazione? Qual è il modo migliore per coltivare e perfezionare un talento?

Anzitutto, ti ringrazio per il bel complimento fatto; ho sempre ritenuto di essere stato fortunato nell’ambito del mio lavoro, scoprendo per caso durante una recita scolastica quella che sarebbe diventata poi, successivamente, la mia professione per il futuro.

Non mi sento un attore navigato per la esperienza che ho, piuttosto mi sento una persona grata per quello che ha ricevuto, mantenendo sempre i piedi per terra. Il modo migliore per mantenere e coltivare il proprio talento è sicuramente quello di inseguire costantemente il proprio obbiettivo. Quando ero solo un bambino spaventato sulle scalette del prestigioso teatro Sistina, che lo separavano da quella che poi sarebbe stato il primo debutto, avevo un sogno, un sogno senza confini precisi, un sogno pieno di insicurezze, ma sapevo dentro di me che ero pronto per un qualcosa di nuovo. Anche a costo di sacrificio. Non importa quanti sbagli abbia fatto nella mia vita, non mi sono mai arreso, ma ho fatto una cosa, ho sempre imparato dai miei errori, perché senza errori, non si capirà mai a fondo dove si vuole arrivare, e non importa poi come, se ci si arriva. Io non ho ancora raggiunto il mio sogno, l’importante è arrivarci. Se si ha un sogno, allora si ha il dovere e la responsabilità verso sé stessi di volerlo e poterlo realizzare. Dipende tutto da noi.

Ti sei sperimentato dapprima nel teatro, per poi approdare anche al cinema e alla televisione. Quale arte attoriale preferisci? Perché?

Mi piace il cinema, tutto ciò’ che c’è dietro per poterlo realizzare, il fascino del set ma se parliamo di emozioni, allora credo che le emozioni che sa continuamente regalarmi il teatro non potranno mai essere paragonate a qualsiasi altra esperienza per me. Adoro il Teatro, il contatto con il pubblico, il batticuore dietro le quinte, quando in quel piccolo spazio e in quel piccolo tempo cerco di distillare quel grosso caos che ho dentro di me, a volte ammetto, invano, fino a quando si apre quel sipario per poi cercare di portare in scena il personaggio e sempre un pezzo di me stesso. Il teatro non è che un disperato sforzo dell'uomo di dare un senso alla vita.

Non c’è attore – e non c’è uomo in realtà – che non abbia artisti o opere di riferimento. Cosa ci dici in proposito?

Il mestiere dell'attore in verità altro non è che una simulazione.

L'attore non fa nient'altro che copiare quelli che sono momenti, situazioni o personaggi del quotidiano per poi trasportarli attraverso la finzione artistica sul palcoscenico. L'attore altro non è se non un imitatore della quotidianità della vita. Io per primo lo sono, cerco di portare in scena attraverso l'esempio di chi mi ha preceduto molte delle cose che ho osservato, guardando e scrutando altre persone e poi successivamente, dopo averle fatte mie, portare sul palco. Quando devo interpretare un personaggio dall' aspetto serioso non posso fare a meno di pensare a pietre miliari sia del cinema e del teatro come Al Pacino o Vittorio Gasmann, quando invece mi trovo a che fare con un personaggio dalle caratteristiche più divertenti e simpatiche non posso fare a meno di trovare ispirazione in Jim Carrey.

Gli aneddoti più significativi della tua carriera? Ti va di citarne un paio?

Questa è una domanda divertente, ti confido che per quanti aneddoti ho, potrei scrivere un intero libro, magari un giorno lo metterò seriamente nero su bianco. Ma ne cito solo uno tra i più divertenti. Ho lavorato come protagonista nello spettacolo" La colpa è dei grandi?" in cartellone al Teatro Brancaccio nella stagione 2012/2013. Appunto il mio aneddoto è legato a questo spettacolo, che ancora oggi ho nel cuore. Eravamo un gruppo di ragazzi che portavano in scena in Italia per la prima volta in Italia un Musical inedito con “veri” adolescenti in scena. Noi 4 attori giovani(ssimi) fummo invitati a Torino negli studi della Rai, per partecipare ad una trasmissione di Rai Gulp.

Prima di andare in onda, ma già vestiti, truccati e pronti, ci dissero di recarci nella mensa della Rai per mangiare velocemente, senza fare troppo casino. Neanche il tempo di dirlo e ad uno di noi gli cascano i piatti dal vassoio che si rompono in mille pezzi, schizzando sugo ovunque e facendo un botto che si è sentito fino nelle sale di registrazione. Dov' è l'aneddoto? in quella mensa era presente anche il conduttore della trasmissione con cui da lì a poco avremmo dovuto registrare e che quando poi ha iniziato, in trasmissione, ad intervistarci, evidentemente non ha potuto fare a meno di “citare” in qualche modo l’accaduto e quindi ha iniziato a chiedere a ciascuno di noi le esperienze precedenti con la domanda ”tu hai partecipato a questo film, tu hai fatto questa fiction, per arrivare infine al malcapitato a cui, in diretta ha detto… “Ah… E tu sei quello che ha fatto cadere tutti i piatti a mensa”, come fosse un motivo di vanto.

La corsa di “Avengers: Endgame” agli Oscar è stata già avviata, ma non tutti convengono sul premiare un cinecomic solo in virtù della sua fama. Tu cosa ne pensi?

Credo che "Avengers Endgame" sia uno dei progetti più grandi e ambiziosi degli ultimi anni per un ciclo avanzato come la Marvel Cinematic Universe. Questa pellicola rappresenta il coronamento e il trionfo di una carriera durata ben 11 lunghi anni. Personalmente, credo che sia giusto premiare un film simile in quanto ha pur sempre rappresentato e accompagnato generazioni di ragazzi come me e non solo, e per chi mi dovesse chiedere cosa ne penso di questa possibile candidatura rispondo "Ti amo 3.000".

“Dolor y Gloria è, in fondo, un discorso sul Tutto: si viene al mondo, si fa una gran fatica a crescere e sopravvivere, si provano grandi piaceri e laceranti pene d’amore nell’età d’oro della vita per poi scendere nel nostro Ade della macchina biologica che perde progressivamente colpi, un po’ sempre più guasta, meno performante.” Sono le parole di Maurizio Bonanni nella recensione al nuovo film di Almodóvar su “L’opinione della libertà”. Tu l’hai visto? Cosa ti ha trasmesso questo gigante andaluso?

Ho visto questo film. Più che esaltare la pellicola in sé, la storia che pure è bellissima, esalto ciò che mi ha lasciato. La storia che il film trasmette, potrebbe essere considerata una metafora della vita di tutti i giorni, dove facciamo una grande fatica per diventare qualcuno, per affermarci al meglio, ma una volta raggiunto il nostro obbiettivo potrebbe, purtroppo, sopraggiungere una certa malinconia, facendoci chiedere successivamente se si è fatta una scelta sbagliata, oppure se il decorso degli eventi sarebbe stato diverso se avessimo agito in un altro modo. Almódovar vuole sottolineare appunto questo, credo, l'uomo non è che un piccolo granello, un piccolo incastro, in quello che chiamiamo comunemente Universo.

La Palma d’oro al Festival di Cannes viene assegnata spesso ad opere che appartengono al così detto cinema di nicchia. Personalmente, condivido questa tendenza, se non altro perché fa dell’artisticità e non della popolarità la più grande virtù del cinema. Tu cosa ne pensi?

Mi trovo d'accordo con questo tuo pensiero, sono consapevole che questo argomento è oggetto di dibattito e di critica. Reputo che un film più "artistico", rispetto ad uno "commerciale" abbia qualcosa in più da poter, a volte, raccontare. Spesso sono proprio le storie meno conosciute, che rimangono in sordina a generare poi successivamente un’eco gigantesca, che coinvolge qualsiasi tipologia di spettatore.

“È mia opinione che, storicamente, l'attore possa aver preceduto il fuoco, la ruota, l'ascia, la mazza ogni importante manifestazione della creatività umana, davvero tranne forse l'omicidio e il far baccano.” Sei d’accordo con quanto afferma Joseph Leo Mankiewicz, che ho poc’anzi citato?

L'attore fa un lavoro un bellissimo, ha la fortuna di svolgere un lavoro che ha i connotati dell’”universalità. Ogni personaggio, ogni ruolo, una volta portato sul palco, diventa universale, dal più grande al più piccolo. Una volta sul palco ecco che la magia di quell'odore acre del Teatro circonda come un alone quella determinata entità, facendola entrare di diritto nell'olimpo dell'arte e della poesia. Teatro ed epica molte volte vanno di pari passo, così come è presente una forte connessione con la storia: in fondo, l'uomo primitivo che saliva su una pietra per raccontare gli avvenimenti della giornata non faceva nient'altro che entrare in scena e con il suo linguaggio fatto di suoni gutturali e di gesti, non era nient'altro che un ancestrale attore.

Qual è, a tuo avviso, il valore intrinseco di un corto?

Il cortometraggio, così come un lungometraggio, vuole raccontare una storia, un messaggio. Spesso, a mio avviso, erroneamente, si tende a credere che il cortometraggio sia un genere minore rispetto agli altri. Io invece credo che il cortometraggio è e deve essere considerato come un trampolino di lancio, capace di portare ed esaltare i bravi registi agli esordi, dall'anonimato alle grandi sale cinematografiche. È appunto questo il vero valore di un cortometraggio, una palestra, un percorso per formarsi nella regia e diventare successivamente  registi affermati.

Come pensi continuerà a plasmarsi la tua carriera?

Bella domanda, ovviamente auguro il meglio a me stesso. Di una cosa sono certo: di voler fare questo mestiere per tutta la vita.

Altri traguardi che ti sei posto?

Intendi dire oltre vedere vincere lo scudetto alla Roma prima di morire? A parte gli scherzi, sì, mi piacerebbe cimentarmi nell' interpretazione di un personaggio difficile, complesso, molto distante da me, e magari che ne so, ottenere qualche riconoscimento importante.

Un libro di cui non potresti fare a meno?

Sicuramente un libro di cui non potrei fare a meno è " L'arte di essere fragili" di Alessandro D'Avenia. L'autore con molta intelligenza spiega come un grande poeta come Giacomo Leopardi, che si possa pensare così vecchio e antico, in realtà dimostra nella sua poetica, una giovinezza nascosta, che si avvicina attraverso le sue problematiche ai dubbi, ai pensieri, tipici di noi giovani d’oggi. Una sola parola: bellissimo.

Chiara Zanetti

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