Tutto Per Bene E Atti Unici Di Luigi Pirandello

Tutto Per Bene E Atti Unici Di Luigi Pirandello

Pirandelliana 2019 - Da venti anni poco più la compagnia La Bottega delle Maschere torna in scena reiterando quello che è ormai un appuntamento fisso e attesissimo delle serate estive romane.

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La Bottega delle Maschere

Pirandelliana 2019

Tutto per bene e Atti Unici

di Luigi Pirandello

Attori: Marcello AMICI, Aba CIVIDINI, Romina DELMONTE, Lucilla DI PASQUALE,
Tiziana NARCISO, Emanuel PASCALE, Valerio ROSATI,
Maurizio SPARANO, Anna VARLESE, Marco VINCENZETTI

Scene: Marcello de Lu Vrau

Direzione tecnica: Roberto Di Carlo
Costumi:
Anna Varlese, Gianfranco Giannandrea, Lucilla Di Pasquale
Assistente alla regia: Aba Cividini

Regia: Marcello Amici

Da venti anni poco più la compagnia La Bottega delle Maschere torna in scena reiterando quello che è ormai un appuntamento fisso e attesissimo delle serate estive romane. A confermarne il successo sono la maestria della squadra, disinvolta nel dipanarsi tra i meandri della complessità pirandelliana, e la bellezza del complesso scenico che si dispiega solenne sul fiero colle Aventino.

La sfida di quest’anno 2019 è stata coraggiosa: con Tutto per bene Marcello Amici propone una delle commedie poco note dell’ingente produzione pirandelliana, non per questo avulsa da risvolti paradossali; con Atti unici si cimenta a dirigere un’orchestra polifonica in cui cinque vicende, di per sé autonome, si succedono in un fluire lento e delicato, mai scattoso o irruente.

La partecipazione del pubblico è stata generosa ogni sera. Si assiste con piacere alle rappresentazioni; si percepiscono il divertimento e l’entusiasmo di tutta la compagnia, in primis di Amici che, attore e regista nello stesso tempo, è anima e corpo dello spettacolo. Con acutezza di ingegno e raffinata sensibilità ha curato i minimi particolari rendendo gli intrecci chiari e comprensibili a tutti.

In Tutto per bene il dramma si svolge in un solo giorno: è il matrimonio di Palma Lori, figlia di Martino, con il marchese Flavio Gualdi. Al rientro dalla chiesa i due trovano la nonna di lei, la signora Barbetti, madre della sua defunta madre, e il suo fratellastro, Carlo Clarino. La loro presenza irrita terribilmente Martino. Dal contrasto emerge l’antefatto: la Barbetti era stata a suo tempo sposa di un importante studioso di fisica, il professor Agliani dal quale aveva avuto una figlia, Silvia. Alla morte del padre la giovane si reca a Roma dove è ospite e poi amante di un ex-allievo del padre, Salvo Manfroni. Questi presenta la donna a un suo sottoposto, Martino Lori, che la sposa ignorando la relazione con l’amico. Nasce una figlia, Palma. Alla morte prematura di Silvia, Martino non riesce ad occuparsi della figlia, paralizzato dal suo struggente dolore. L’affetto paterno viene però supplito dalle attenzioni che riserba nei riguardi di lei il signor Manfroni. Palma matura disprezzo per Martino, che sa non essere suo padre, e crede che lui, pur di salvare la reputazione, finga di non sapere nulla e di manifestare eccessiva sofferenza. Palma, infastidita dal comportamento di Martino, confessa di sapere che non è sua figlia. La rivelazione ha su Martino un effetto esplosivo: egli ignorava tutto questo. Capisce allora come questa convinzione abbia attratto su di lui il disdegno della giovane e di tutti i conoscenti. Palma si rende conto della sua sincerità: prova compassione per il dolore e il disonore a cui Martino per anni è stato esposto. Egli però reagisce e la conclusione non può che essere pirandelliana: trae in inganno Palma rivelandole che la cosiddetta verità, che le era stata raccontata, cioè di essere figlia di Manfroni, è in realtà una falsità. Ella è sua figlia. Palma gli crede, rimanendo a sua volta turbata. Ma neppure questa è la verità. Quindi, sostiene Martino, il fatto che Palma l’abbia creduta vera dimostra che la verità non esiste come tale, ma solo come evento che scaturisce dalle circostanze in cui essa viene affermata. La situazione rimarrà sostanzialmente come prima ed ecco che “tutto per bene” sarà la sua conclusione.

La scenografia è essenziale: due sedie bianche al centro del palco. Il testo è aderente all’originale; l’impegno richiesto dagli attori è significativo ma nulla li scoraggia. Il lavoro preparatorio è arduo, rivela Amici: gli attori devono mettere in gioco fantasia e determinazione per dar vita a personaggi dalle personalità ben definite, distinte le una dalle altre, dissimili da quello che erano state, da quello che sono ogni sera e da quello che saranno nella prossima esibizione. Nulla è imprevedibile né lasciato al caso. Dietro le maschere ci sono pensieri autentici, quotidiani. Secondo un paradosso pirandelliano cogliamo verità ed essenza proprio laddove ci aspetteremmo finzione e labilità. Ma questo è il fascinoso gioco del teatro, serio ma pur sempre un gioco; richiede spensieratezza e adesione alla parte come fa una bambina che indossando le scarpe e gli indumenti della madre per divertimento finisce con l’immedesimarsi nel ruolo dell’adulta al punto da riprodurne gesti, parole, rimproveri… Tutto senza scopo, solo per il piacere semplice e spontaneo di trovarsi per un attimo nei panni di un altro, di uscire dalla propria personalità. Cosi Amici mi descrive quella spinta interiore che lo attira magneticamente a fare teatro, nonostante e in virtù di tutto.

Da questo gioco, aggiunge, non si esce mai senza portare qualcosa di nuovo dentro di sé. Al termine di uno spettacolo, lo spettatore si alzerà elaborando pensieri, sentimenti, stati d’animo che all’indomani gli permetteranno sicuramente di trasmettere qualcosa di nuovo. È questa l’unicità del teatro pirandelliano - confessa Amici - quella di definire drammi in sé conclusi perché offrono sempre spunti di riflessione: io sono colei che mi si crede, ecco signori come parla la verità.

Ilaria Taranto

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