Francesco Acquaroli A Venezia76 Nel Nuovo Film Di Costa Gravas

Francesco Acquaroli A Venezia76 Nel Nuovo Film Di Costa Gravas

Domani a Venezia 76, oggi su UnfoldingRoma. Intervista al Samurai di Suburra che debutta in prima mondiale nel cast del nuovo film di Costa Gravas "Adults in the Room" - Intervista Di Alessia De Antoniis

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"Adults in the Room" - Debutta domani in prima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia "Adults in the Room" del regista Costa-Gavras, che torna nuovamente a dirigere un film di denuncia politica. Stavolta lo fa partendo dal libro di Yanis Varoufakis, economista e Ministro delle Finanze del primo governo Tsipras, testimone oculare della tragedia subita dal popolo greco quando al suo governo fu impedito di esercitare il diritto di uscire dall'Unione Europea.

Un cast internazionale che vede Francesco Acquaroli, noto come Samurai nella serie Netflix Suburra, interpretare il ruolo di Mario Draghi, presidente della BCE.

Francesco sarà presto al cinema anche con altri due film: “I migliori anni” di Gabriele Muccino e “Il mio nome è Mohammed” di Goran Paskaljevic.

Sarà anche tra i protagonisti della quarta stagione dell’acclamata serie americana Fargo, e tornerà nella terza stagione di Suburra.

Lo abbiamo intervistato prima del suo arrivo in laguna per assistere alla prima mondiale del film di Costa Gravas.

Adults in the room si inserisce nella filmografia di Costa Gravas di denuncia politica? La mancata uscita della Grecia dall'Unione Europea va considerato un grave atto da denunciare pubblicamente?

Io non ho le competenze tecniche per comprendere ciò che è realmente accaduto in Grecia. Quello che emerge dal libro è che le soluzioni adottate sono state degli errori macroscopici. Leggendolo, tuttavia, Costa Gravas ha sentito la necessità di farne un film, in modo che questa vicenda fosse sotto gli occhi di tutti. In questo senso sicuramente rispetta la sua tendenza a mettere al primo posto lo spirito di denuncia.

Il film rispetta il libro di Varoufakis?

Non lo so, perché i grandi registi sono gelosissimi della loro sceneggiatura e ci sono state affidate solo le battute che ci riguardavano. 

In Italia abbiamo forze politiche che urlano chiedono l'uscita dell'Italia dall'Europa, mentre la Gran Bretagna sta affrontando la Brexit. Credi sia un film che farà discutere?

Io spero che faccia discutere. Non credo che siano poi molti gli italiani che vogliono uscire dall'Europa. Per noi sarebbe una situazione insostenibile.

Spero che faccia discutere perché è chiaro che l'Europa, così com'è, sta creando problemi e c'è un'urgente necessità di cambiare. Ma cambiare non vuol dire distruggere tutto. Vuol dire semmai iniziare a cambiare noi stessi.

Sei noto al grande pubblico per il ruolo di Samurai in Suburra. Per interpretare un personaggio come Samurai, hai attinto da qualcuno o lo hai trovato dentro di te?

È sempre la combinazione delle due cose. Si attinge da sé e si guarda fuori ad altri personaggi. Quello che un attore non deve fare è vergognarsi. Ognuno di noi ha tutto dentro. Poi nella vita di tutti i giorni sceglie quale pulsione seguire, positiva o negativa: sono mondi che abbiamo già in noi; dobbiamo solo esplorarli.

A scuola non ero bravo, ma come attore mi piace studiare, documentarmi, ricercare. Anche cose non direttamente pertinenti, ma che possano regalarmi una suggestione, un'idea. Però non puoi non partire da te. Ognuno di noi ha dentro di sé una persona che vorrebbe non esistesse: è quella sensazione lì che un attore deve esplorare.

Questo mestiere mi ha insegnato che in realtà la distanza tra me e ciò che mi infastidisce e mi disturba, quello che non farei mai, non è poi così tanta. Quelli che noi consideriamo dei mostri, non sono così lontani. La natura umana è a 360 gradi, poi ognuno di noi fa delle scelte e ne vive solo una parte. Ma, nell'ombra, i nostri mostri restano. Anzi, tanto più il personaggio è lontano da me, tanto più mi stimola e mi interessa farlo, perché è un'occasione per esplorare il lato oscuro dell'animo umano.

Fiction come Suburra si fondono con la realtà. Quel mondo criminale mi entra in casa settimanalmente, magari per più anni. Arrivi anche ad affezionarti ai personaggi. Ti sei mai chiesto se la rappresentazione di questa realtà, con queste modalità, non contribuisca a diffondere valori distorti? Samurai non è relegato in una borgata o in una zona lontana del sud, ma si muove a Roma nei palazzi del potere. Trasformiamo così i delinquenti in soggetti da emulare?

Il discorso è sempre stato presente nel teatro e il cinema non è altro che teatro tecnologico. Se prendi Riccardo III, che rappresenta il male assoluto, è un uomo accompagnato da un grande fascino. Ma il messaggio contenuto in quella'opera è: attenzione perché possiamo diventare tutti così.

La rappresentazione del male, ha sempre affascinato, altrimenti non staremmo a guardarlo, ma ne siamo attratti proprio perché in qualche modo ci appartiene.

Il punto è fare in modo che non diventi un modello. Questo dipende dal lavoro dello scrittore: se ne fa un elogio e una propaganda, diventa qualche cosa che non mi trova d'accordo. Così come non mi trova d'accordo un racconto sempre educativo, che diventa un modo di imporre un modello che non esiste. Come quando si faceva cinematografia comunista o fascista; i cosiddetti telefoni bianchi, ad esempio, un cinema dove tutto è bello. Poi, finito il fascismo, è arrivato il neorealismo e quelli che protestavano davanti ai cinema per “Accattone” di Pasolini, erano gli stessi fascisti sconvolti dal fatto che si parlasse della realtà così com'era. È importante stare attenti in entrambi i casi. Non siamo educatori, così come non bisogna fare gli esaltatori del male: è giusto raccontarlo, ma sapendone prendere le distanze; questo, secondo me, è però una problematica che attiene più alla scrittura. Non sono un autore e non voglio diventarlo. A me piace fare l'attore.

Nel 2017, in uno sketch durante una puntata di Nemo, hai detto che una volta i calciatori avevano le facce da metalmeccanici, mentre adesso hanno le facce da apericena. In compenso, abbiamo stadi con cori razzisti, delinquenti delle tifoserie che si rifiutano di accettare funerali in forma privata e che obbligano la comunità ad impiegare centinaia di agenti pagati con denaro pubblico per motivi di sicurezza. In Inghilterra la Thatcher piegò gli Hooligans. Noi preferiamo dare spazio alla violenza invece di fare fronte comune per far rispettare la legalità?

Ricordo quel testo scritto da Sciortino... Anche per questo non seguo più il calcio da anni. Una volta era uno sport molto bello. A me sembra che questo calcio venga utilizzato come una specie di sfogatoio, che i nostri politici non trovano preoccupante. Lo sport va vissuto in maniera completamente diversa e speriamo che torni ad essere quello che era. Ci sono riusciti in Inghilterra e, se vogliamo, possiamo riuscirci anche noi. Ormai seguo il tennis. I fatti di cronaca che mettono in evidenza questi tipetti da criminalità organizzata, li trovo spaventosi...

Viviamo in una città dove aveva potere uno come Carminati... Roma vede scandali dai tempi dell'impero...

Trovo infatti che il titolo della fiction Suburra sia azzeccato.

Il film che hai girato con Goran Paskaljevic, che uscirà prossimamente nelle sale, parla di razzismo. In che modo?

Narra di un ragazzino arrivato in Italia come rifugiato, che riesce a scappare e viene trovato da una coppia che si occuperà di lui. Questa nuova presenza determinerà reazioni diverse, che sono quelle che stiamo vivendo qui in Europa.

Durante un intervento pubblico, Maryl Streep, attaccando Trump, ha detto che se ad Hollywood mandassero via tutti gli stranieri, resterebbe solo il football. Lo straniero va bene se è un grande attore, rapper o artista, ma se arriva per fuggire da guerre e carestie fa alzare i muri del razzismo?

Per me un razzista è uno straniero, ed è con lui che ho difficoltà a relazionarmi. Lo straniero per cui provo intolleranza è il razzista: lo considero una zavorra all'umanità. Considerare stranieri persone che hanno soltanto un po' di melatonina in più, lo trovo stupido. Lì mi devo mettere in crisi: che cosa faccio io nei confronti di quello che io considero straniero? Devo comunque trovare una relazione, un modo per dialogare con lui. È molto difficile, perché spesso senti che stai perdendo tempo.

Penso alle persone di estrema destra che hanno la Roma imperiale come mito, che ignorano che la Roma imperiale è stata una grande società cosmopolita, multiculturale e multireligiosa. Basta andare al Pantheon e capire cos'è: è la casa di tutte le divinità ed è stata fatta a Roma, proprio da quelli che loro esaltano. È evidente che sono persone che non hanno capito nulla. Il mio straniero è quello.

Quelli che non sanno o dimenticano che noi siamo tra i maggiori produttori al mondo di emigranti. Gli stolti che urlano “ognuno a casa sua”, non comprendono che se “ognuno a casa sua” diventasse una legge mondiale, noi dagli attuali sessanta milioni, diventeremmo almeno duecento milioni. L'Argentina è fatta per metà da italiani. Solo da lì rientrano 15 milioni di persone. I razzisti sono poveretti che parlano, ma non sanno quello che dicono. 

Hai lavorato con grandissimi registi, da Patroni Griffi a Ronconi, da Abel Ferrara a Sorrentino. Tutti hanno sicuramente contribuito alla tua formazione. C'è però un insegnamento che porterai con te sempre nella tua “cassetta degli attrezzi” dell'attore?

Un incontro eccezionale è stato sicuramente quello con Patroni Griffi, un grandissimo intellettuale. Il mio ricordo va però ad Antonio Pierfederici, bravissimo attore, anche se meno conosciuto, con il quale ho studiato in accademia, che mi ha dato un passepartout incredibile. Mi ha detto: “mai accedere alla vanità. Anche se la vanità e il narcisismo sono un difetto che riguarda indistintamente uomini e donne, per un attore sono letali. Artisticamente è morte certa. Stai attento perché questo mestiere offre il fianco a vanità e narcisismo”. Questo comandamento l'ho scolpito sul marmo e ha contribuito ad aiutarmi. 

Una cosa che ami del teatro e una del cinema?

Di ognuno amo quello che manca all'altro. Il teatro ti fa sentire la reazione del pubblico, che tu usi in tempo reale e che ti aiuta a costruire la performance. Nel cinema, il fatto che attraverso la lente della macchina da presa, arrivi a pochi centimetri dagli occhi, fa sì che tu possa esprimere delle cose molto in profondità. In teatro c'è la distanza da colmare: il pubblico è lontano e tu devi recitare per la prima come per l'ultima fila. È una semplice questione tecnica, che però nel cinema è molto affascinante. Tu puoi permetterti di pensare una cosa e trasmetti un'emozione. In teatro non basta pensare, devi fare qualcosa di più.

Alessia de Antoniis









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