Il Madeinitalo Di Italo Marseglia:Creatività E Sostenibilità

Il Madeinitalo Di Italo Marseglia:Creatività E Sostenibilità

Italo Marseglia, classe 1990, designer poliedrico, di origini campane, fonda la sua label nel 2016.

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Italo Marseglia, classe 1990, designer poliedrico, di origini campane, fonda la sua label nel 2016.

Dotato di un senso estetico straordinario, di una vision e uno spirito avanguardistico che lo portano ad una continua ricerca sperimentale, ha nella sua linea di demi-couture il suo assoluto punto di forza.

La sua creatività è influenzata dai suoi studi matematico/scientifici, nella quale fonde la logica e il rigore, con quello che è uno dei suoi punti di assoluta forza: l’upcycling attraverso il quale crea collezioni di altissima qualità e fattura, con un’attenzione particolare alle tematiche ambientaliste.

Un brand moderno, di assoluta tendenza, che non dimentica il know-how della tradizione sartoriale italiana e che grazie alle sue esperienze pregresse - dall’alta moda negli atelier romani (Sarli su tutti) fino al p.a.p e alle Pubbliche Istituzioni – riesce a riscuotere immediatamente un ottimo successo sul mercato estero in diversi paesi dall’Asia all’America. Un brand che fonde ricerca e innovazione, tradizione e artigianalità, permettono di dar vita anche a capi "made to order".

Ho avuto il piacere di intervistarlo subito dopo la sua partecipazione a Maker Faire Rome 2020, dove si è parlato, appunto di “nuova moda”, del nuovo business dell’upcycling, di progetti e processi innovativi che coniugano il rispetto per l’ambiente all’eleganza, per un concetto di lusso 2.0.

Da ultimo, lo stesso stilista, ha coniato un proprio hashtag #madeinitalo, di cui sono particolarmente curiosa.

Come nasce #madeinitalo?

Nasce dal mio concetto personale di Made in Italy che riporta alla mia mission: valorizzare il savoir-faire proprio dell’artigianato italiano e l’uso di materiali che siano di prima qualità provenienti da filiere riconosciute e certificate.

#madeinitalo però fa un passo in avanti: significa creare prodotti nel rispetto dei crismi del made in Italy canonico ma che rispettino altresì i dettami della sostenibilità e che siano il risultato del lavoro di una rete allargata “up to date”, che abbatta i confini geografici nel nome della ricerca dell’eccellenza per ottenere qualcosa di riconducibile solo a te: un tuo elemento distintivo (come la scelta dei materiali che utilizzo: dalla pelle del salmone islandese al coccodrillo dello Zimbabwe).

Ma in tutto le filiere l’importante è fare network, fare rete, per ottenere connessioni fruttuose nazionali ed internazionali, in un regime di globalizzazione totale. Questo è il mio #madeintalo

Ironia sempre, un’ottima arma, che va sempre dosata per essere utilizzata al meglio!

Innovazione ed ecosostenibilità sono due capisaldi del tuo brand, come si estrinsecano praticamente?

Per fare moda bisogna sempre essere aggiornati, essere necessariamente up to date.

Nell’ultimo anno ho collaborato con Greenpeace e CID (Consorzio Italiano Detox) e dopo un percorso di studio e aggiornamento costante posso assicurarti che non esiste una vera e propria “moda sostenibile” ma esistono tanti modi sostenibili di fare moda.

Bisogna rinnovare la filiera e sperimentare sempre, io scelgo materiali di scarto, per fare sempre qualcosa di unico e, soprattutto, di lussuoso.

C’è linfa vitale solo in strade non battute, altrimenti rischi di fare quello che fanno tutti, magari non avendo neanche gli stessi mezzi.

Ma per l’innovazione in Italia c’è ancora tanto, troppo, scetticismo. Il mio patchwork di pizzo si è concretizzato grazie alla cooperazione di diversi paesi: dalla Francia all’India; inizialmente era tutto termosaldato, ora è cucito non macchinari innovativi.

Il mio sogno più grande sarebbe fare un patchwork di lane, magari con un’azienda di primissimo livello, ma, al momento, trovo ancora grande resistenza da parte del distretto laniero italiano, pur avendo risultati eclatanti da mostrare.

Nella mia ultima collezione da uomo, ad esempio, mi sono spinto verso qualcosa di inesplorato realizzando un patchwork con dei jersey made in Italy, di cui sono veramente soddisfatto ed orgoglioso.

Utilizzi nelle tue creazioni materiali di scarto dell’industria ittica (pelle di salmone e di anguilla), com’è nata l’idea?

Ho iniziato nel 2018, quando la moda ecosostenibile era ancora poco esplorata, volevo un qualcosa che rispettasse un appeal lussuoso; ed avendo già sposato la tecnica dell’upcycling per l’abbigliamento, avevo bisogno di trovare qualcosa di appetibile anche per la pelletteria. Ho trovato l'azienda islandese Atlantic Leather, che concia la pelle di salmone (uno scarto proveniente dalla filiera alimentare) in maniera naturale, utilizzando i tannini. La pelle che ne deriva è molto simile al pregiatissimo serpente. Per quanto riguarda l’anguilla, è una produzione italiana, le pelli conciate assomigliano al rettile. Per le borse ho utilizzato le zampe di struzzo, anch’esso materiale di scarto (che ha una resa tra il rettile e la pancia del coccodrillo). La materia prima, essendo materiale di scarto è ad un prezzo accessibile, il costo maggiore è nel riciclarlo e nella lavorazione del prodotto finito. Ho provato anche a realizzare delle scarpe in pelle di salmone, ma era complicata la lavorazione, si strappava facilmente e lo scarto era enorme non era conveniente. La produzione è italiana, dalla Campania, al Lazio, passando per la Toscana (per la pelletteria, soprattutto). Mentre i pizzi e i ricami sono fatti in India, per una questione di mia scelta personale, data dal mio gusto.

Nelle tue ultime collezioni, qual è il tessuto o il materiale che non può mai mancare? Qual è il tuo elemento distintivo?

Dal 2018 ad oggi è il patchwork, non può mancare mai, è il mio simbolo, il mio elemento distintivo. Sono partito da un upcycling di pizzo, termosaldato, nell’ultima stagione ho presentato un patchwork anche di jersey, addirittura da uomo. Sto tentando una democratizzazione del patchwork di pizzo stampato, stampandolo anche su un tessuto in alga (che assomiglia alla seta!).

Un tessuto antico, che nasce in Toscana durante il fascismo, quando non erano più disponibili né lino né cotone e si optò per la sperimentazione su tessuti ottenuti con le fibre autoctone, dalla galatina, alla ginestra, dall’ortica all’alga.

Com’è variata la tua produzione e la tua filiera moda durante il lockdown?

E’ diametralmente variata, il mio network è internazionale, mi sono dovuto fermare per forza di cose, si è completamente fermata la connessione, la filiera. Ho dovuto trovare delle alternative, il 2020 è stato il mio primo anno di fermo assoluto, sono notoriamente un uomo con la valigia, non ho preso mai un aereo quest’anno!

In questo 2020 ho riflettuto molto e penso che in questo 2021 sia necessario accorciare la filiera, non tutto può viaggiare sul digitale. Per i buyer non ci sono problemi ma il cliente finale, soprattutto quando il brand è emergente, come nel mio caso, vuole “toccare con mano” il prodotto che sta acquistando, provarlo fisicamente. Altrimenti emergere è veramente complicato.

Anticipazioni per il prossimo 2021: come sarà la donna e l’uomo Italo Marseglia nel prossimo anno?

Il core business di Italo Marseglia è la collezione donna, la variante uomo è nata quasi per gioco, non era stata prevista neanche in showroom, ma ci sta portando delle soddisfazioni inaspettate.

Direi che la collezione 2021 sarà un ritorno alla mia parte più sartoriale, una donna sempre più colorata, sicuramente molto “uplifted”, con delle linee confortevoli, la donna che indossa Italo Marseglia deve sentirsi bene in quello che indossa, si deve sentire coccolata e abbracciata, con un’attenzione particolare al tessuto e al filato.

Non vediamo l’ora di vedere la nuova collezione, magari su un ritrovato catwalk!

Intervista di Stefania Vaghi

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