Giovanni Baglioni

Giovanni Baglioni

Il tempo che passa e le esperienze che si vivono delineano e formano la persona. Si diventa semplicemente se stessi, senza per questo rinnegare le proprie origini.

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Estate romana 2015. Ricca di eventi. Unfolding Roma ha preso parte ad alcuni proposti dai vari cartelloni e collocati nelle location della capitale. Uno in particolare ci ha fatto scoprire Giovanni Baglioni a Le Terrazze – Palazzo dei Congressi di Roma.

Giovane talento che piano piano si affaccia sull’orizzonte del panorama musicale italiano. Osservatore a 360° della realtà che vive, attinge laddove il possibile può essere trasformato in musica.

Pizzicando le corde della sua amata chitarra, tamburellando su di essa, crea viaggi infiniti. Il pubblico si incanta e si lascia rapire.

Una persona accogliente e disponibile, che consapevolmente conosce la strada percorrendola con fermezza.

Andiamo a scoprire insieme un tratto della sua personalità.

Come ti sei avvicinato al tuo strumento, la chitarra?

Da poco più che bambino, non ancora ragazzo, sono stato avvicinato dai miei genitori allo studio della chitarra classica. Ma mi è stata lasciata la libertà di abbandonare quello stesso studio poco più di un anno dopo. Non era ancora il momento, non era ancora maturato un grande coinvolgimento. Questo è successo più gradualmente durante l’adolescenza, con l’ingresso in una band rock dove suonavo la chitarra elettrica, e dopo ancora la folgorazione vera e propria, questa volta per la chitarra acustica, con l’ascolto del grande chitarrista solista Tommy Emmanuel.

Raccontaci dei tuoi esordi e del tuo primo concerto. Come hai vissuto quei momenti importanti?

È una storia abbastanza curiosa. Avevo 23 anni. Ero andato una settimana in vacanza nel paradiso maldiviano e non so bene come mi sono trovato a ricevere, e accettare, la proposta di rimanere per tre mesi come addetto alle attività veliche e sportive in generale. Dopo qualche settimana c’è stato un intoppo nelle rotazioni degli spettacoli serali offerti agli ospiti e mi è stato chiesto se potessi garantire un’ora di intrattenimento suonando visto che avevo con me la fidata chitarra. Al tempo studiavo già questo modo affascinante di suonare l’acustica da solista, ma mi sentivo anni luce dall’esser pronto ad esibirmi, eppure accettai. Ebbene, divenne un appuntamento settimanale fisso. E la cosa più divertente erano i commenti delle persone dopo che era una settimana che mi vedevano “solo” armeggiare con rande, drizze, scotte, canoe e pagaie.Così ho preso coscienza che non era poi così un miraggio suonare di fronte non solo ad amici e ho cominciato a esibirmi in pubblico con regolarità.

Il tuo modo di suonare così acustico e immaginifico, è un modo di viaggiare con la mente. Incantevole, guida verso diversi Universi. Pensi che il pubblico riesca a comprenderne l’essenza, ossia il tuo messaggio?

Amo introdurre i miei brani parlando delle suggestioni che li hanno ispirati, quel tanto che indichi la via, ma senza costringere l’immaginazione di chi ascolta in confini troppo angusti. Tante volte ho avuto dei resoconti che mi hanno sorpreso perché le fantasie del pubblico erano andate addirittura oltre la mia musica e le mie parole.

Notevoli, durante il concerto al quale Unfolding Roma ha assistito lo scorso 16 luglio a Le Terrazze al Palazzo dei Congressi di Roma, le tue introduzioni riguardo la nascita dei tuoi componimenti. Storie affascinanti e osservazione a 360° scaturiscono da un animo sensibile. Quale è il tuo punto di vista rispetto la vita, riguardo le persone e la natura?

Le tengo in grande considerazione, ma più che difendere attivamente questi valori, risolvo il mio impegno in un rispettoso non interventismo. Più che fare del bene, cerco di non fare del male. In questo potrei migliorare.

La poesia si avvicina molto al tuo modo di muoverti come anche la delicatezza e la serenità. Indossare un cognome importante, essendo figlio d’arte, che significa di questi tempi?

Il tempo che passa e le esperienze che si vivono delineano e formano la persona. Si diventa semplicemente se stessi, senza per questo rinnegare le proprie origini.

Per la tua carriera, farcela da solo, senza il coadiuvo di un papà famoso, che valore assume?

La risposta è parzialmente conseguenza della precedente. Io non metto in forte correlazione i miei successi così come i miei insuccessi con la figura di mio padre.

Che ne pensi del mercato musicale attuale? E quanta fatica richiede il tuo unico metodo di suonare e tamburellare sulla chitarra per farsi conoscere?

C’è un mercato anche per questa maniera di fare musica, anche se io ho un po’ il sogno che il pubblico si apra alla bella musica senza rimanere troppo focalizzato solo sul proprio genere preferito. Ecco, che si superino un po’ i compartimenti stagni dei generi scoprendo che si può godere inaspettatamente di musica molto diversa da quella abitualmente ascoltata.

Quali differenze tra il mercato musicale italiano e straniero?

Non mi sono ancora rivolto convintamente al mercato estero, ma è certamente un passo che mi interessa fare.

Che ne pensi delle applicazioni gratuite per ascoltare musica senza acquistare CD? Pensi che i prezzi dei suddetti siano eccessivi?

Rimando a questo articolo che ho letto con interesse tempo fa: http://fingerpicking.net/spotify-non-mi-avrai/ . In parte è sempre stato così, ma mi sembra che oggi ancor di più l’impegno di chi lavora debba essere distolto dall’oggetto del suo lavoro, per virare decisamente su come far fruttare il proprio lavoro, come promuovere il proprio lavoro, come commercializzare il proprio lavoro, etc… Con una conseguente ricaduta sulla qualità del lavoro stesso.

Quali le tue contaminazioni musicali, non solo italiane, e il tuo idolo da sempre?

Tutto ciò che uno vive, non solo la musica che ascolta, può incanalarsi in un linguaggio. Così come uno scultore può sentirsi ispirato perché la sua sensibilità è stimolata dall’ascolto di musica, può avvenire l’opposto. Non ho idoli. Sono contro l’idolatria in generale. Mi sembra in definitiva uno svilimento di se stessi. Di certo si può provare ammirazione, grandissima ammirazione per chi fa arte, o cose “grandi”, ma non solo; anche per chi fa cose “piccole” che non rimarranno in nessun libro o annuario.

Hai partecipato a dei reading ove esprimere il tuo talento è accompagnamento musicale di sottofondo?

In diverse occasioni mi è capitato di associare la mia musica alla letteratura. Quella che ricordo con maggior piacere assieme allo stimato scrittore, e amico, Pino Roveredo. In realtà c’era più spesso alternanza tra le nostre arti che non contemporaneità. La personalità abbastanza spiccata delle mie composizioni, le loro caratteristiche di articolazione e talvolta complessità, non le rendono particolarmente adatte al ruolo di sottofondo.

E’ una possibilità che potresti prendere in considerazione qualora tu fossi invitato a un evento del genere?

Certamente, ma a patto che sentissi una certa affinità con la persona a cui dovrei accostarmi e alla sua arte.

Hai mai pensato di mettere in musica delle poesie?

No. Il connubio parola-musica mi sembra un’alchimia tanto difficile da raggiungere che per ora la lascio a chi (pochi) sa come farlo adeguatamente.

Idee di collaborazioni future e con chi?

In realtà non saprei. Più che altro mi piacerebbe dare finalmente conclusione all’attesa che anche io ho nei confronti di me stesso nel far uscire un nuovo lavoro discografico.

I tuoi prossimi appuntamenti?

Sarò spesso presente sul territorio romano in questo periodo: Al Crossroads l’11 dicembre, ospite di una serata di Walter Savelli. Mentre il 12 dicembre sarò all’Auditorium Parco della Musica, ospite per la serata Natale è qui. Faranno seguito due miei concerti solisti interi: il 26 dicembre al Cotton Club, e il 29 gennaio a Stazione Birra.

Grazie a Giovanni per il tempo dedicatoci

Annalisa Civitelli

ph Francesco Gisolfi.

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