Erri

La tempesta in sè siamo noi, come ci piace travolgere le cose e le persone, e nonostante tutto e tutti tirare avanti.

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Una raccolta di appunti presi dalla vita è l’album d’esordio di Erri, Dentro la stessa tempesta, nuovo progetto di Carlo Natoli uscito il 29 aprile e disponibile in digital download per The Prisoner Records e Viceversa Records in distribuzione Audioglobe. Già conosciuto per altri progetti (Gentless3, Tellaro, Blessed Child Opera, Skrunch, ha prodotto i dischi di Silent Carnival, Entrofobesse, Saint Huck), Claudio Natoli ci presenta un gemello, Erri, alter ego che canta un’altra parte di sé: una visione piuttosto disincantata dell’esistenza e della condizione umana con suoni post-rock. Nove tracce diverse tra loro ambientate in un’atmosfera onirica, ma che hanno sempre origine da una situazione quotidiana del reale.

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Buongiorno Erri, grazie per aver accettato l’intervista.

Allora, il tuo alter ego nasce nel 2013, o meglio emerge da te, si libera dopo una lotta tra le tue cellule, come hai raccontato. Ma chi è Erri?

Buongiorno a te, Erri è nato dopo un intervento chirurgico nel 2014, è allora che ho scoperto di avere avuto (come tanti, in realtà è una cosa abbastanza comune pare) un gemello in utero del quale conservo alcune tracce biologiche, e probabilmente non solo. Questa era la risposta meno seria, per andare a quella più realistica è che tendenzialmente Erri è un individuo troppo codardo per cantare le sue stesse canzoni e allora tocca a me.

Il tuo nuovo album ha suoni diversi da quelli per cui sei conosciuto, come il rock dei Gentless3. Come descriveresti le tonalità di Dentro la stessa tempesta? Come sei approdato ad esse?

Abbastanza naturalmente direi. O perlomeno in una maniera piuttosto disordinata. Avevo scritto una ventina di canzoni che sono diventate man mano 10 tramite un processo di eliminazione abbastanza brutale. Tutta una serie di amici e collaboratori mi hanno aiutato a realizzare gli arrangiamenti nel corso di qualche mese (nei ritagli di mille altri lavori, tra cui quelli che hai elencato tu) a Phantasma (Sicilia) e poi in due sessioni finali al Greenfog di Genova insieme a Mattia Cominotto (Numero6, Meganoidi, L'inverno della civetta) e Michele Bitossi (Mezzala, Numero6, Laghisecchi) abbiamo post-prodotto il tutto e registrato le voci: ci tengo a dire che oltre ad essere due cari amici, essendo due musicisti che stimo molto, sono stati indispensabili alla forma finale del disco.

Continuerai a lavorare su progetti paralleli?

Direi di si, se intendi Gentless3 ed Erri. In fin dei conti sono due persone completamente diverse, come le altre che si aggirano indisturbate nei paraggi e che sono responsabili di altri (nuovi e vecchi) progetti. Quindi troppa roba, in fin dei conti.

Raccontaci questo viaggio. Perché sei passato da venti tracce a nove?

Come ti accennavo prima, è stata una questione di focalizzazione. Essendo anche le prime canzoni pensate e scritte in partenza in italiano ho cercato di limare fino all'osso una certa verbosità di fondo data dalla voglia di dire cose che finalmente erano comprensibili (perlomeno foneticamente). E per dirla tutta sto continuando: le nuove canzoni sono più carveriane che mai (perlomeno secondo lo standard di un logorroico). In realtà le tracce sul disco sono nove, ma in realtà la decima dovrebbe uscire a breve su una compilation che celebra il compleanno di Viceversa, attendiamo fiduciosi.

Le nove canzoni, pur trattando temi differenti sono legate da un filo conduttore: la tempesta dentro cui l’umanità deve continuare a vivere. L’immagine che emerge è quella di un genere umano freddo ed indifferente, indaffarato, ma fragile e sperduto (Non c’è niente nel mio cuore) che trova genuinità nelle piccole cose, nei ricordi dell’infanzia e nelle emozioni più semplici (Relitti perfetti). C’è un forte contrasto tra la vita che viviamo e i bisogni reali delle nostre anime?


Il punto è che abbiamo sostituito i bisogni coi prodotti per fare della becera critica marxista. Oppure che i bisogni sono in supersaldo, perlomeno quelli veramente inutili. In realtà, nonostante il mio recente passato (ed in divenire presente) di militante politico e nei movimenti, non volevo fare un disco politico o anarchico, o di critica sociale o quel che preferisci e nemmeno una raccolta di canzoni puntadito (come direbbe Dylan): quindi mi sono limitato a guardarmi intorno, oltre che dentro, e la sensazione generale era proprio quella del freddo orticello in cui continuiamo ad aggirarci per tentare di rinverdire una natura che ci sta morendo fra le mani. Quindi alla fine, mi sa che purtroppo è una specie di disco politico, mannaggia a me.

Si tratta di un avvertimento, di una denuncia perché si faccia più attenzione alla vita che viviamo o semplicemente di una riflessione, di una presa di coscienza?

Si tratta esclusivamente di immagini quotidiane, quindi più una presa di coscienza che una denuncia. Spero sinceramente che il prossimo disco nasca da un contesto, parlo delle mie ore passate a guardare la gente che mi vive intorno, decisamente più costruttivo, ci sto lavorando duramente in proposito, nasce anche da qui l'idea di andarmene dall'Italia e venire a vivere a Londra.

Quale tempesta avvolge l’umanità? Quando e come hai scelto questa immagine?

Inizialmente era un piccolo verso di “Imperturbabili” e in quel caso la tempesta era una tempesta elettrica che si abbattè su palermo una sera che eravamo in giro con degli amici fra un concerto e la taverna azzurra. Poi, quando ho visto l'artwork di Lavinia Cascone, ho capito che poteva essere un filo conduttore per le canzoni, dato che tutte sembravano essere state messe al sole ad asciugare dopo una settimana di pioggia. La tempesta in se siamo noi, come ci piace travolgere le cose e le persone, e nonostante tutto e tutti tirare avanti.

Un altro tema presente anche in Sogni siamesi e nel video di Niente nel mio cuore è il passato ovvero la rappresentazione di un’umanità proiettata verso il futuro che lascia dietro le spalle riferimenti del passato. L’uomo dimentica tutto o lo porta appresso senza vederlo?

La mia generazione (oddio un altro vecchio) aveva un casino di droghe in cui deragliare le nostre già misere memorie, ma si portava dietro intere biblioteche gratuite e disponibili appena avevi accesso ad una carta d'identità. Quelle attuali hanno altre droghe che mi pare consumino meno, molta più informazione potenziale e molto più velocemente, ma mi pare molta meno empatia. E quindi, per venire alla domanda, di che stavamo parlando?

L’album non è né d’amore né politico, ma allo stesso è un po’ entrambe le cose. Puoi spiegarci un po’ meglio cosa intendi affermando ciò?

Non mi pare esista niente di più politico dell'amore, e poi sono cresciuto in un contesto in cui l'unico amore possibile era quello per la politica, soprattutto quella rivoluzionaria. E non mi andava che il disco finisse in una delle due categorie in questione, mortalmente noiose per inciso: ma non si può dire una completa bugia senza passare inosservati, meglio due mezze verità.

L’immagine della copertina richiama una celebre fotografia che ritrae una manifestante che bacia il casco di un poliziotto in tenuta anti-sommossa. Perché questa rappresenta Dentro la stessa tempesta?

Rileggendo la querelle a proposito di quella foto e di quel gesto in se, mi sono fatto l'idea che alla fine nessuno può tirarsi fuori dal giochino delle contrapposizioni (me incluso) e che nonostante pesi e misure completamente diversi (nonché le dichiarazioni all'epoca della baciatrice di cui sopra) un bacio è più pericoloso di una manganellata ed avendoli provati entrambi posso anche tranquillamente dire più doloroso.

L’ambientazione è la periferia delle città, una periferia metafora della condizione umana, ma anche realtà comune e protagonista, dove corrono bambini sognanti. Che cos’è la tua periferia?

Una specie di collage di tutte le vere periferie della mia vita, a partire da quella dove sono nato e cresciuto. Un posto che nemmeno sai se c'era vent'anni fa' e che sicuramente fra vent'anni sarà ancora diverso. Quindi la periferia è la memoria per eccellenza, transitiva ed irrecuperabilmente falsa.

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Un po’ differente è il ricordo della madre in Imparare l’inglese. Una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulle generazioni, ma anche un omaggio ad una persona reale?


Mia madre ha davvero provato ad imparare l'inglese a sessant'anni. E ce la sta facendo. Nonostante tutto. E forse è una delle poche canzoni che parla di me, quella.

Quali artisti ami e ti ispirano? C’è qualcuno con cui sogni di poter lavorare un giorno?

Ultimamente ascolto praticamente solo un pugno di cose in modalità ripetizione ossessiva: Teenage Fanclub, Verdena (gli ultimi tre dischi), My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain, Damon Albarn, il nuovo di Niccolò Fabi, Sharon Van Etten e The Great Destroyer dei Low. I miei progetti lavorativi e le collaborazioni future sono quasi tutte basate sul fatto di potere lavorare con gente che stimo, quindi non grandi ambizioni, ma un bisogno disperato di riporre la mia fiducia. Erri invece sarebbe contento di fare il suo prossimo disco con Rudy Van Gelb, il che indica che è completamente svalvolato.

Dove ti vedremo prossimamente? In quali progetti?

Da fine giugno ci saranno alcune date promozionali di “Dentro la stessa tempesta” ma il grosso del lavoro su Erri sarà da fine estate al prossimo inverno. E poi alcune cose nuove di cui aspetto a parlare perchè-non-si-sa-mai. Ma comunque apolide, per natura, quindi in giro.

Michele Cella

Ph Valeria Cascone

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