Andrea Benelli

Andrea Benelli

Per me la musica è uno straordinario veicolo di emozioni. Nelle mie note, cerco di trasferire le mie sensazioni, i miei sentimenti. Mi piace la semplicità: la mia musica è molto semplice, diretta e cantabile.

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Il look non è quello del classico pianista, ma il talento c’è. Andrea Benelli, dopo un lungo e prestigioso percorso di studi, dove spicca l’esperienza al Teatro della Scala, è pronto ad esordire con il suo primo album solista: 13 brani che ripercorrono la sua carriera musicale, senza un unico genere di appartenenza, attraverso tutte le tappe del suo processo creativo.

Andrea ha iniziato gli studi di pianoforte all’età di sei anni, con il Maestro Francesco Manenti a Crema. Si è diplomato presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano: nell’anno 2000 in organo (con il massimo dei voti e la lode) con la Professoressa Ivana Valotti, nell’anno 2002 in pianoforte (con il massimo dei voti) con il Maestro Pietro Soraci e nell’anno 2003 in clavicembalo (sempre con ottimi risultati) con la Professoressa Mariolina Porrà.

Ha collaborato fino al 2013 con l’Orchestra, la Filarmonica e i Cameristi del Teatro alla Scala in qualità di organista, pianista e clavicembalista sotto la guida dei più grandi direttori del mondo. Nella metà del 2014 ha iniziato a comporre brani per pianoforte solo. Nell’ottobre del 2015 ha registrato i suoi inediti nella prestigiosa Concert Hall Fazioli a Sacile.

Andrea, a breve dovrebbe uscire il tuo primo album. Qual è l’emozione di realizzare un singolo con la propria musica?

Il giorno che ho registrato è stato bellissimo. È stata un’unica giornata, ma mi ha regalato una grandissima emozione. Intanto, in attesa dell’uscita dell’album, continuo a tenermi allenato: oltre ai tredici brani del disco, ne ho realizzati altri nove, per un totale di 22. Appena ho la mente libera, mi piace mettermi al pianoforte, giocare con la tastiera: per me, in fondo, si tratta di un gioco, un’improvvisazione. Spero possa continuare questa mia ispirazione. Intanto con il mio staff cerco eventi, concerti e altre occasioni per farmi conoscere il più possibile.

Ci descrivi brevemente il tuo stile musicale? Hai un genere di riferimento?

Sinceramente, non voglio descrivermi: mi sono ripromesso di non dare alcun giudizio di genere per la mia musica, lascio che lo facciano i giornalisti e i critici. Anzi, sono curioso di vedere come mi etichetteranno… Scherzi a parte, sono un musicista, e mi rendo pienamente conto di quello che ho fatto. Se penso ai 13 brani dell’album, essi variano dal romanticismo al melanconico; alcuni sono drammatici, altri solari. Non saprei bene se esiste un unico genere d’appartenenza. Posso dire che l’album racchiude un po’ il percorso che ho fatto per arrivare fino adesso: gli anni a studiare organo, clavicembalo, pianoforte, il periodo alla Scala, la musica sinfonica… A volte, durante i concerti, mi piace spaziare, variare il mio repertorio a 360 gradi. In un’ora di esibizione, magari, inizio con Vasco, poi passo a Chopin, Mina, un’aria di qualche opera famosa. Forse, proprio da questo ampio bagaglio è nato il progetto dell’album. La mia musica è un insieme di tutto ciò che ho fatto, ma anche tutte le emozioni che ho dentro di me.

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Come nascono i tuoi brani? Ti visualizzi un’immagine nella tua mente, e da lì parti con le note, o cerchi di adattare i motivi alle emozioni che provi?

Dipende. Spesso, vengo catturato da un’immagine, che mi dà alcune emozioni. Queste cerco di trasferirle nella musica, ripescando dal mio bagaglio di studi quei motivi che potrei associare all’immagine che mi ha ispirato. Ad esempio, quando ho composto il brano per il Natale, avevo ben in mente le melodie dedicate al Natale. A volte, invece, ragiono per antitesi: ad esempio, se realizzo un pezzo romantico, sento poi il bisogno di cambiare completamente genere, di diversificarmi, mettendomi in discussione. Spesso, però, si tratta di un vero e proprio gioco: mi cattura un’immagine, mi creo una storia, e lascio che le dita scorrano sui tasti per raccontarla. Su 13 brani, almeno 9 sono stati composti in questo modo, quasi di getto. Altre volte, lascio passare un paio di giorni e li riprendo, li modifico.

Che cos’è la musica, per te? Credi che ancora oggi possa avere un valore pratico, civile, morale, o che, ormai, sia solamente intrattenimento?

Per me la musica è uno straordinario veicolo di emozioni. Nelle mie note, cerco di trasferire le mie sensazioni, i miei sentimenti. Mi piace la semplicità: la mia musica è molto semplice, diretta e cantabile. Alcuni critici, forse, potrebbero accusarla di esserlo eccessivamente, ma è una mia scelta consapevole. Credo che oggi ci siano poche emozioni, le persone siano asettiche: si è persa la capacità di vivere le emozioni, sia quelle positive, come l’amore, i sacrifici, sia quelle negative, come la sofferenza, la tristezza. Vorrei che la mia musica, così semplice, possa far emergere questo ventaglio di sentimenti. La mia originalità sta proprio nella mia semplicità: al giorno d’oggi, si cerca in tutti i modi di inventare qualcosa di nuovo, di diverso, ma non ci si rende conto che le canzoni che restano, quelle che vengono cantate ancora a distanza di anni e decenni sono quelle vecchie, in tutta la loro semplicità.

Quando hai capito che la musica sarebbe potuta diventare non solo la tua grande passione, ma anche la tua professione?

A 14 anni ho avuto il primo bivio: suonavo e giocavo a calcio. Avevo terminato da poco gli studi con il Maestro Manenti (cui devo tutto, perché mi ha dato le basi per diventare un musicista), e dovevo scegliere: musica o calcio? All’epoca, ero organista, non potevo rischiare di farmi male: ho così abbandonato lo sport. Tutto, poi, è andato di conseguenza: su segnalazione della mia insegnante di clavicembalo, sono entrato alla Scala. Da qui, poi, la musica è diventato un lavoro. Certo, mentre suono non faccio calcoli, non penso ai guadagni: mentre sono alla tastiera, ci siamo solo io e il piano, mi preoccupo solo della musica. In quel momento, non c’è la dimensione lavorativa. Spero però che presto possa realizzarsi pienamente anche la mia carriera.

Tu hai conseguito un lunghissimo percorso di studi, presso anche enti di grande spicco nel panorama musicale italiano. Questo dimostra come il lavoro, il sacrificio e lo studio siano fondamentali per raggiungere certi traguardi. Eppure, per arrivare all’eccellenza, tutto questo non basta, serva anche il talento. Qual è il tuo giudizio su questa riflessione?

Io credo che, al mondo, ci siano molte persone che hanno ottenuto grandi risultati, pur non avendo un grande talento, grazie al lavoro, la costanza e il sacrificio. Certo, ci sono anche casi di persone con talento che non lo affinano, ed altre che invece lo coltiva e lo rafforza con lo studio. Io? Non so se ho talento, lo lascio dire agli altri. Sicuramente, ho studiato parecchio, anche se non tanto da non vivere. Io credo che, al di là della teoria, delle esercitazioni, sia fondamentale vivere. È la vita che ti fa crescere, che ti regala emozioni, insuccessi, trionfi. Non sono mai stato uno che rimaneva 8-10 ore chiuso in una stanza a studiare: uscivo, mi divertivo, cercavo di vivere la mia vita, e, poi, di trasmettere la mia esperienza nella mia musica.

Che consigli dai a quei ragazzi che hanno la passione per la musica e vorrebbero entrare in questo mondo?

I consigli che posso dare sono di ascoltare e studiare la musica, perché si tratta di un bagaglio fondamentale non solo per la propria professione, ma anche per la propria vita. La musica varia, ti sostiene nei momenti tristi, ti dà la carica, può aiutarti moltissimo. Inoltre, credo che bisogna approcciarsi ad essa in maniera naturale, senza mai forzare, almeno all’inizio. Solo quando ci credi davvero, e capisci che può essere qualcosa di più che una passione, allora è giusto fare questo salto. Ma all’inizio, la musica, come tutto il mondo dell’arte, dalla letteratura fino alla pittura, pretende e merita rispetto. Non tutti possono accostarsi all’arte. Avvicinarsi con il dovuto rispetto vuol dire approfondire le conoscenze della musica. L’importante, però, è sempre coltivarla come passione.

Sul palco, tu ti esibisci da solo, con il pianoforte. Quali sono le sensazioni che provi quando incominci a muovere le dita sulla tastiera?

Bellissimo, provo una grande adrenalina. È sempre un’emozione incredibile. Prima interpretavo brani di qualcun altro, per cui c’era il rispetto ma anche la preoccupazione di suonare sinfonie conosciute. Adesso, invece, suono i miei brani: faccio ascoltare la mia musica, metto in scena le mie emozioni, una parte di me, insomma. Sono molto orgoglioso di questo. Alcuni anni fa, ho avuto un periodo difficile, e volevo abbandonare la musica per diventare animatore, per stare a stretto contatto con la gente, i bambini. L’emozione che mi davano le persone, quando mi ringraziavano alla fine della vacanza, era davvero incredibile. I loro grazie erano carichi di calore umano, e mi rendeva felice, perché c’era un ritorno affettivo, dopo che ho dato loro una parte di me, del mio tempo, delle mie energie. Quando sono tornato a suonare, ho ricercato queste emozioni: trasmetto nelle note i miei sentimenti, per avere un ritorno, grande o piccolo non importa, dal pubblico, dalla gente che mi sta ascoltando.

Qual è la più grande soddisfazione che hai raggiunto grazie alla tua musica?

Probabilmente, non l’ho ancora raggiunta, anche se spero di farlo molto presto, con l’ultimo progetto: quello di andare in scena con la mia musica. Alla Scala, ho suonato diretto da tutti i più grandi direttori, da cui ho imparato moltissimo, anche solo da un gesto, un cenno, un brano… Sarei ipocrita se dicessi che finora non ho raccolto soddisfazioni: la mia carriera me ne ha regalate tante, ma credo che la più grande sia quella di essere su un palcoscenico, io da solo con la mia musica. Ecco, questa è la soddisfazione più bella che potrei raggiungere: sapere che la mia musica è nelle case e nei cuori della gente, che le mie note regalino grandi emozioni.

Prima hai parlato di un momento in cui ti sei allontanato dalla musica: ce lo racconti?

Sono stati sei mesi: ho lavorato in un villaggio come animatore, e avevo voglia di provare questa esperienza. Quando ero un ragazzino, andavo nei villaggi con i miei amici, e avevo conosciuto questa realtà. Ho così deciso di lasciare la musica, per diventare animatore. Ne sono stato ripagato, perché, come ho detto, le persone mi hanno restituito una vampata di sentimenti, ma, alla fine, sapevo che la mia strada era un’altra, e ho ripreso a comporre.

Quali sono stati i modelli artistici cui ti sei ispirato maggiormente?

Io ho suonato di tutto, non ho un compositore di riferimento. Ovviamente, conosco lo stile e i brani dei più grandi: Morricone, Einaudi, Chopin… Ma nella mia musica c’è tutto: i miei brani richiamano tanti compositori, ci sono tanti cenni inconsapevoli, che fanno parte del mio bagaglio. Un esperto di musica potrebbe scorgere un richiamo, un riferimento, ma si tratta di casualità. Quando sono al pianoforte, non ci faccio caso.

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Domenica ci sono stati i funerali di Emmanuel, il migrante nigeriano ucciso in una rissa da un ultrà italiano. Qual è il giudizio su questa tragedia? Come è possibile che si possa morire, ancora oggi, per un insulto razzista?

Confesso che non ho seguito l’intera vicenda, ma trovo inconcepibile, ancora oggi, che possano esserci episodi razzisti di questo genere. Io sono italiano, ma mi rendo conto che in tutti i popoli e in tutte le nazioni ci sono le brave persone e i criminali. Non si può generalizzare. È inaccettabile accanirsi su un’altra persona solo per il colore della pelle, o per la diversa cultura, o per il suo credo religioso. Perché accade questo, ancora oggi? Credo che manchi il rispetto, un valore che troppo spesso viene sottovalutato. È assurdo: queste persone sono ignoranti, perché, anziché valorizzare la propria vita, rovinano quelle degli altri. Sono loro le persone insulse, non chi è diverso per colore della pelle.

La vicenda mette in evidenza, ancora una volta, l’esistenza, in Italia, di fazioni di ultras, di pseudo-tifosi violenti, legati spesso ad ambienti di estrema destra razzisti e filofascisti. Come mai, secondo te, questi gruppi non si riescono a isolare e sconfiggere definitivamente, nonostante troppo spesso finiscano sulle pagine di cronaca dei nostri giornali?

Io credo che ci sia qualcosa sotto. Perché il problema si conosce, ma non si fa nulla concretamente per risolverlo. Non è possibile che questi gruppi di falsi tifosi terrorizzino gli stadi, impedendo di portare i bambini a vedere una partita. I controlli ci sono, le forze di polizia pure, eppure come è possibile che riescano ancora ad esistere questi criminali? Forse, perché in questo modo si distoglie l’attenzione da altri problemi. Non lo so, voglio pensare che sia per questo motivo, non per incapacità di chi ci comanda. Mi rendo conto che non è un problema facile, ma chi è al governo e si occupa di queste questioni deve possedere la competenza, l’istruzione e le risorse per mettere fine a questi problemi. È un dovere di tutti.

Un’ultima domanda, per chiudere l’intervista: quali sono i tuoi obiettivi professionali futuri? Hai ancora dei sogni da realizzare, in ambito musicale?

Di sogni ne ho ancora molti. Il mio obiettivo principale, è quello di rendere orgogliosi e felici le persone che mi sono state vicine in questi anni, che mi hanno sostenuto e mantenuto, affinché raggiungessi il mio sogno. Vorrei restituire loro qualcosa, sia in termini affettivi, sia in termini economici, perché, davvero, senza di loro non sarei mai potuto essere qui, a suonare la mia musica, ripagandoli di tutti i sacrifici e le rinunce fatte per me.

Riccardo Proverbio

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