Cristina Meschia

Cristina Meschia

La musica è un’arte che va oltre all’idea di creare

613
stampa articolo Galleria multimediale Scarica pdf

E’ uscito in digital download lo scorso 9 settembre Intra, il nuovo progetto discografico della giovane Cristina Meschia. Un mix di jazz e folk,  distribuito da IRD. Un disco che fa sposare l’italiano al dialetto piemontese grazie all’amore di Cristina per le tradizioni e la musica popolare.

Il lavoro – nato con la collaborazione del pianista Riccardo Zegna che ha suonato e curato gli arrangiamenti – ha avuto il patrocinio della Regione Piemonte, Provincia del VCO, Comune di Stresa, Comune di Verbania Comune di Ghiffa, Parco Nazionale Val Grande, Museo dell’Arte e del Cappello, rete museale dell'alto verbano.

In questi giorni Cristina è impegnata in un tour promozionale, prossime date il 23 settembre a Stresa presso Evolvo Libri, il 25 approderà invece nella Capitale alla libreria altro Quando. Altri appuntamenti sono segnalati sulla sua pagina fb.

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});  

Cristina, le dodici tracce di Intra sono il risultato finale di lunghe ricerche tra le tradizioni del Verbano Cusio Ossola. Come mai questa scelta?

Più che una scelta è stato un gioco, un bellissimo gioco, nato dopo un pranzo impegnativo ed una bottiglia di vino rosso: Riccardo ed io decidiamo di buttarci in questo progetto atipico. Un giorno di ritorno a Verbania cerco di trovare più canti popolari possibili, un po’ ovunque: in biblioteca, in un paio di librerie del luogo. Recupero un brano in una casa di riposo da un volontario del centro che ogni mercoledì canta vecchi brani popolari con la sua bella fisarmonica, accedo ad un altro brano, per caso, all’interno di uno storico museo del luogo, recupero vinili, giornali d’epoca e fotografie. Insieme a Riccardo scegliamo i pezzi, le tonalità, gli strumenti da utilizzare, cerchiamo un sound. Riccardo scrive pagine e pagine di arrangiamenti, instancabile e fedele alleato. Finite tutte le registrazioni inizio a cercare e contattare tutte le persone che in qualche modo sono legate ai brani: conosco persone fantastiche, piene di vita e di ricordi. Ricordi che con la musica non muoiono mai, rimangono in vita.

Come descriveresti il tuo disco?

Non sono una persona di facile collocazione e facilmente definibile, questo disco è il prodotto di ciò che sono. Proprio come la città di Intra nasce tra i fiumi San Bernardino e San Giovanni, questo disco, nasce tra me e un sacco di cose: tra me e Riccardo Zegna, tra la musica popolare e popolaresca e il jazz, tra l’Italiano e il dialetto, tra me e i numerosi ospiti che hanno partecipato al lavoro, mettendo ognuno un po’ di sé. Lo descriverei quindi come un lavoro di squadra, dove ognuno ha il proprio spazio creativo e non c’è fretta di respirare. La mia voce è al servizio della musica, dei testi e di questo mondo che ci appare forse lontano, ma che a tratti, sembra riprendere a vivere in questa nostra rilettura attuale, che si fonda con le radici e i puntelli nella tradizione.

Parte dei testi sono in dialetto, una scelta comune a tanti artisti: da Pino Daniele ai Tazenda fino a Rocco Hunt. Quel che una volta poteva essere considerato un “limite” adesso è visto come un plus?

Credo che le canzoni popolari e il dialetto, raccontino molto delle abitudini dei nostri antenati, a volte riescono a raccontarle come nessun altro documento riesce a fare perché tocca la vita di tutti i giorni, le sofferenze, gli amori, le gioie vere, i sentimenti autentici e diretti, forse è proprio di questa sincerità e di questa purezza di cui si sente il bisogno nel 2016. Mi piace citare:“Ci sono due strati nella personalità di un uomo; sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto.” L.Meneghello

L’autunno sarà on the road per promuovere il tuo disco, la cosiddetta “prova del 9”. C’è più emozione o timore?

Ci sono entrambe. L’emozione di offrire la piacevolezza della musica insieme a dei compagni di viaggio incredibili e il timore o meglio l’incertezza di aprire una finestra su un aspetto poco dibattuto e conosciuto, ma non per questo meno importante.

Mi incuriosisce molto la collaborazione negli spettacoli di Performance Art, come nasce il connubio disegno/musica?

Il connubio musica e disegno nasce grazie all’amicizia con artisti che si occupano di altre discipline artistiche e dalla voglia di condividere e creare uno spettacolo a 360°. La rappresentazione visiva e quella musicale sono assolutamente relazionate e interagenti, si definiscono a vicenda, fissano l'attimo fuggente. La musica è un’arte che va oltre all’idea di creare. La musica arriva immediatamente dove le altre arti arrivano con un attimo di ritardo. Senza che noi ce ne accorgiamo, essa raggiunge direttamente la nostra parte più intima, quella dell’affettività e dell’emotività. Senza che noi decidiamo di prenderla o meno in considerazione. Quando ascoltiamo, senza volerlo, un suono o una melodia, ne rimaniamo colpiti sia che ci piaccia o che non ci piaccia. Pulsa dentro di noi, perché è in noi e intorno a ciò che ci circonda.

L’arte visiva, non ha questa caratteristica così diretta, pur avendo una forza espressiva, perché, ad esempio, se un’immagine non ci piace, possiamo ignorarla. Possiamo scegliere di non “sentirla”. Per quanto riguarda la musica, il discorso è più complesso. Credo fermamente, però, che l’immagine e la musica possano creare un connubio meraviglioso. Per me crea un mondo parallelo onirico e vero, dove i contrasti sono l’essenza stessa dell’essere. La pittura fine a se stessa non mi basta. Non riesco a vedere bene i quadri esposti solo nelle gallerie d’arte, mi sembra che non siano “vivi”. L’opera la vedo vivere negli spettacoli teatrali, durante le estemporanee, nei live painting e immerse nella natura. L’arte dovrebbe vivere dove c’è vita, perché da essa prende vita, nella maniera più schietta e poetica.

Alle tue spalle c’è tanto studio, dalla scuola di musica Arturo Toscanini di Verbania fino alle lezioni di canto posturale con l’insegnante Beatrice Sarti. Come nasce questa passione per la musica?

Da quello che mi ricordo la musica ha sempre fatto parte della mia vita fin dalle scuole elementari, avevo un maestro molto speciale, ma il momento in cui ho capito di esserne davvero attirata è stato un giorno in cui ritrovai un vecchio giradischi in cantina con un numero notevole di 45 giri. Fu un’esperienza tattile, olfattiva e uditiva allo stesso tempo. Qualche anno dopo ebbi un incontro molto piacevole con uno strumento a fiato: il clarinetto. Più tardi la passione è cresciuta sempre di più perché ho iniziato a condividerla con un gruppo di amici, con cui si andava a suonare in mezzo alla natura sempre in compagnia di enormi canzonieri. La passione poi è diventata sentimento più profondo, fino a diventare compagna stabile, essenza, priorità. È un bellissimo rapporto d’amore.

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});

Cristina cosa ascolti in cuffia, quali artisti scandiscono le tue giornate?

Non ci sono generi o artisti fissi. Sono molto curiosa e quindi mi piace conoscere più musica possibile gli ascolti dipendono anche dal periodo e dallo stato d’animo. In questo ultimo periodo, ad esempio, ho avuto in cuffia molto spesso vari album di Samuele Bersani, Carmen McRae, Giuseppe di Bella, Pilar.

Potessi scegliere un autore per i tuoi testi, a chi ti rivolgeresti?

Vorrei scrivere da me i miei testi, mi piacerebbe scrivere come girare un film, raccontare il mio mondo con sincerità per immagini. Comunque, amo molto la scrittura di Samuele Bersani, Carmen Consoli, Guccini, Dalla, alcuni dei miei grandi miti.

Un’ultima domanda, gli emergenti secondo te riescono a vivere di musica?

Per la maggior parte dei musicisti - emergenti e non- lontani dai riflettori e dalla popolarità, è molto complicato vivere solo di musica, nonostante i molti sacrifici e un’alta professionalità, nonostante le notti in bianco, i chilometri percorsi avanti e indietro lungo la penisola. Sospesi tra incertezza e precarietà, i musicisti oggi, in Italia, non se la passano bene, tra poche tutele e con il miraggio della pensione. Il doppio lavoro è una necessità per molti, se non per tutti, almeno per i primi anni. Il quadro è abbastanza desolante, ma l’amore per questo mestiere, perché di amore si tratta, supera qualsiasi ostacolo e alla fine, al di là delle tutele, degli sponsor e dei soldi, è anche l’unica cosa che conta.

Sara Grillo 

© Riproduzione riservata

Multimedia