Trenches

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L’album degli Stolen Apple recensito da Unfolding Roma

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È uscito il 23 settembre 2016 Trenches, album di debutto degli Stolen Apple. È un disco dal titolo forte ed evocativo, composto da dodici brani dalle sonorità eterogenee che danno vita a sensazioni diverse, facendo provare all'ascoltatore i differenti stadi dell’abbandono.

Gli Stolen Apple sono una band di Firenze composta da Riccardo Dugini (voce e chitarre), Luca Petrarchi (voce, chitarre, mellotron, organo e synth), Massimiliano Zatini (voce, basso e armonica) e  Alessandro Pagani (voce, batteria, piano e percussioni). Il gruppo, che è al suo esordio discografico, ha però alle spalle due anni di palco.

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I dodici brani sono il frutto di un lavoro di squadra, realizzato senza una progettualità definita. Il principale scopo del disco è celebrare la libera circolazione di idee e lo spirito indipendente della band. Ogni brano ha una sua personalità data da numerose sfaccettature e  suggestioni sonore.

L'album si apre con “Red Line”, una ballata psicotica ispirata alla musica indiana, con sitar e tamburi; prosegue con brani incalzanti come “Green Dawn”, pezzo in cui la chitarra scandisce un ritmo decisamente rock, e “Field of Stone”, canzone in cui una melodia semplice e regolare fa dà una base perfetta ad una voce intensa e graffiante.
Le sonorità cambiano decisamente con “Pavement”, brano ritmico ed orecchiabile, in perfetto stile pop-rock americano.
“Falling Grace” è una canzone indie-rock dove influenze degli anni 90 si fondono con suoni tribali, dando origine ad una intensa e possente cascata sonora. Nel video le immagini danno forza alla musica portando lo spettatore in un turbine di luci e colori. La clip inizia con una ripresa fatta da un treno che viaggia a forte velocità. Successivamente vengono proiettate immagini che, grazie ad un particolare lavoro di post-produzione digitale, vengono riprodotte più volte, come in una casa degli specchi, evocando atmosfere psichedeliche che ricordano l'arte di Andy Warhol.
“Living on Saturday” è un brano molto energico dove le sonorità pop si accostano a richiami blues. “Mistery Town”, ballata rock desertica, segna un cambio di marcia: i suoni diventano più fluidi, evocando immagini di viaggi e avventure in terre lontane. “Something In My Days” è un pezzo intimista con un ritornello divertente e molto ritmato. “More Skin” sintetizza il perfetto equilibrio tra rock e pop in una canzone dalle sonorità decisamente piacevoli. “Daydream” è un brano onirico il cui testo è stato ricavato da una canzone di Daniela Pagani, poetessa e cantante che nel 1970 partecipò allo Zecchino D'Oro. L'uso dell'armonica dà a questo pezzo una musicalità delicata ed evocativa.
“Sold Out” è un brando decisamente punk con un ritmo frenetico che non dà un attimo di respiro. L'album si chiude con “In The Twilight” ballata rock in ¾, canzone estremamente raffinata nella sua leggerezza e ariosità.

Nel complesso si tratta di un lavoro che stupisce per la sua freschezza ed ingenuità, qualità che caratterizzano quegli eterni ragazzi che suonano in un garage e sognano di girare il mondo zaino in spalla.
Le canzoni appaiono come le pagine di un diario segreto: che riporta in vita il ricordo di avventure e di storie condivise. La band torna con lo sguardo alle speranze dell’adolescenza, deluse nel confronto con la realtà. La musica riavvicina quei sogni che  si sono perduti in seguito al vanificarsi degli ideali di amore, pace e libertà.

Superando i preconcetti e le mode del momento, Dugini, Petrarchi, Zatini e Pagani hanno deciso di creare il loro suono 'live', mixando sonorità completamente nuove con  l'immenso patrimonio musicale lasciato dai grandi artisti della storia.

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I brani nascono dalla fusione di rock alternativo di varie correnti (soprattutto americano anni '90), country desertico, psycho-punk, shoegaze, paisley underground, pop-noise, ballate acide e sonorità alt-country.
Le voci sono vellutate, le chitarre spesso in evidenza e le ritmiche, semplici ed oneste, mantengono quell’attitudine rock comunque piacevole. Il risultato è un disco coinvolgente che risulta credibile, anche su un terreno difficile come è quello di chi fa musica oggi. L'unica cosa da migliorare è la pronuncia inglese degli artisti, a tratti ancora acerba.
Adriana Fenzi

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