Rughe, Il Primo Ep Dei Romani Mah Dho!

Rughe, Il Primo Ep Dei Romani Mah Dho!

Il pop retrò dei cinque ragazzi romani prefigura grandi potenzialità

193
stampa articolo Scarica pdf


Il panorama indie italiano è in grande evoluzione e la scena è attualmente popolata da importanti interlocutori che, in breve tempo, hanno saputo conquistare la scena ed il favore di un pubblico via via più vasto. Difficile quindi, per una band all’esordio, accendere i riflettori e catalizzare l’attenzione con una produzione musicale che non abbia una forza dirompente e non goda della diffusione virale che solo i social sanno conferire, per contendere il successo agli attuali protagonisti del mercato musicale.

Le rughe, la parola che da il titolo al primo Ep dei Mah Dho!, dovrebbe dare l’idea del tempo passato sulle mani dei musicisti e nella voce della cantante di una band che invece, al di là del suono vintage, mette in mostra una freschezza giovanile ed un interessante creatività in questo album che segna una prima tappa del percorso di ricerca della personalità del gruppo che mescola, forse troppo, sonorità del passato, suggestioni forzatamente unplugged con contaminazioni rock e ritmi esotici, un esperimento gradevole all’ascolto anche se lontano dalla maturità e dalle rughe del titolo.

Difficile ritrovare in questo lavoro i riferimenti, proposti dalla band, dell’animale pluricentenario che vorrebbe rappresentare con il suo nome. Sono freschi e gradevoli i ritmi, anche quelli tribali (seppure ossessivi e ripetitivi in alcuni passaggi), così come il suono in generale, l’ironia, le voci, i cori, le chitarre e l’atmosfera evocata, anche se il richiamo va immediatamente ad altri esperimenti simili di vintage pop del passato, più o meno recente, con suoni però più eleganti come ad esempio quelli proposti dal Pop Porno de Il Genio o, più recentemente ascoltati ne Le canzoni fanno male di Marianne Minage.

Nel complesso un album d’esordio che si lascia ascoltare, forse influenzato da tante, troppe suggestioni e molteplici fonti di ispirazione e nel quale la band ha probabilmente voluto inserire troppo delle proprie idee, dei propri riferimenti musicali, della propria cultura e delle proprie ispirazioni. Un lavoro gradevole ma che non lascia il segno. Forse, a mio parer perché privo di una propria personalità per eccesso, per i troppi elementi presenti che generano confusione ma che prefigura però potenzialità, talento e creatività.

Attendiamo la band alla prossima prova confidando che saprà uscire vincente dal cliché che pervade questo album, sapendone prenderne il meglio e consegnarlo come propria cifra stilistica, depurata dagli eccessivi abbellimenti e da qualche inutile esercizio di stile, per i prossimi lavori.

Top: Voglio Farti Male

Flop: Il Mio Cappello (lo scarico del water è un’inutile provocazione)

di Massimiliano Piccinno

© Riproduzione riservata