Emanuela Bonavolta

Emanuela Bonavolta

Nei giorni di quarantena ho pensato continuamente ai bambini del Mozambico e all'impossibilità per le nostre giovani formatrici di portare avanti le loro attività lavorative e formative. Penso sempre anche al fatto che loro, lì, convivono giornalmente con tante altre malattie pericolose...

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Abbiamo il piacere di intervistare Emanuela Bonavolta, coordinatrice dei progetti in Mozambico dell'Associazione Dignity - No Profit People Onlus; con lei parleremo delle attività dell'associazione e di come ripartire nella fase due post quarantena

Buongiorno Emanuela e benvenuta nella nostra redazione. Come prima domanda ti chiedo una breve presentazione tua e della tua associazione.

Buongiorno a te e a tutti quelli che ci leggeranno. Mi presento brevemente. Sono architetto e educatrice, ho cinquantatre anni, sono nata e vivo a Roma, in zona Corso Francia, in un piccolo appartamento che si trova sullo stesso pianerottolo di quello, più grande, dei miei genitori. Dal 2004, in modo del tutto inatteso, è iniziato il mio impegno in Mozambico, in particolare nella provincia di Tete. A seguito di un incontro, qui in Italia, con un rappresentante della diocesi locale, sono venuta a conoscenza della condizione di forte disagio, necessità e sfruttamento in cui sono costretti a vivere i bambini in quel territorio. Il mio primo passo, condiviso con la mia famiglia e con i miei amici più cari, è stato quello di sostenere, a distanza, un gruppo di bambine orfane perché potessero studiare, completando tutto il percorso scolastico, dalla scuola primaria a quella secondaria. Nel 2006, a seguito di un mio sopralluogo in Mozambico, sono state costituite due associazioni, una italiana e una mozambicana, che si sono occupate, nel tempo, della realizzazione di un centro di accoglienza e formazione a Chitima, chiamato "O Viveiro", il vivaio. Dal 2007 al 2015 ho passato, come responsabile del progetto, lunghi periodi in quella cittadina, tanto che a un certo punto ho anche richiesto e ottenuto la residenza in Mozambico. Nel 2011, non senza dubbi e esitazioni, ho anche scelto di lasciare il mio studio e la mia società di progettazione per potermi dedicare a tempo pieno a questa nuova attività, che ho abbracciato a titolo completamente volontario e gratuito. Mi ha spinto la speranza che vedevo negli occhi di quelle bambine, che credevano concretamente nella possibilità di un futuro diverso, ma non solo... Ho fatto il "grande salto" quando mi sono resa conto di quante persone, qui in Italia, avessero fiducia nel nostro progetto e di quanto fosse importante il mio ruolo di "ponte" tra il Mozambico e l'Italia. Ho cominciato, quindi, a passare tre mesi lì e tre mesi qui; ho potuto farlo, impegnando quanto avevo guadagnato fino a quel momento. È stata un'esperienza bellissima, nella quale sono stata circondata, fin dall'inizio, da tante persone e da tanti professionisti che hanno partecipato con le loro competenze e conoscenze. Il centro che abbiamo realizzato, lo sviluppo che abbiamo avviato è stato raccontato in un bellissimo film/documentario, intitolato "Dignity" realizzato dalla regista Monica Mazzitelli, presentato nel luglio 2015 al RomAfrica Film Festival, poi selezionato in circa cinquanta festival internazionali e vincitore di dieci premi (https://www.youtube.com/watch?v=MTIj_cbTcTI).

Nel 2016 è stata formalizzata la costituzione dell'attuale associazione Dignity No Profit People e la sua iscrizione come Onlus, contemporaneamente è stata registrata, in Mozambico, l'organizzazione che rappresenta il nostro partner locale, Dignity Moçambique, interamente costituita da giovani formatori locali. Si tratta di due associazioni diverse rispetto alle prime due, che avevano accompagnato la nascita e la crescita del centro O Viveiro. In quel caso ci siamo occupati di accoglienza e formazione di bambine; con le due Associazioni "Dignity" abbiamo scelto invece di accompagnare, nello specifico, il percorso di vita e le attività imprenditoriali delle ragazze che avevamo accolto, bambine, qualche anno prima, intravedendo in ognuna di loro, una risorsa fondamentale per la crescita e la formazione dell'intera comunità. Praticamente, si è innescato un circolo virtuoso, che ha portato ogni ragazza ad avviare, grazie al nostro sostegno, un'attività lavorativa per il proprio autosostentamento e ad impegnarsi come formatrice per bambini, giovani, adolescenti della loro stessa comunità. Attualmente siamo impegnati insieme nella promozione di un nuovo progetto di sviluppo a Matambo, una comunità poverissima, che si trova a circa 30 km da Tete. La nostra strategia, a livello di associazione, è quella di favorire sviluppo locale con risorse locali. Diciamo, quindi, che in questi anni siamo riusciti a sostenere la nascita di una bellissima squadra, ben preparata e capace di gestire direttamente attività di alfabetizzazione, artigianato e produzione, formazione professionale, prevenzione sanitaria, alimentazione, sport.

«Colui dal quale ti divideva l' inimicizia, diventerà un amico affettuoso». Sono le parole con cui ieri su Facebook Silvia Romano, la cooperante milanese di 25 anni rapita in Kenya nel novembre 2018 e rimpatriata il 10 maggio, ha scelto di rompere il suo silenzio : che idea hai della vicenda ? Ti ha dato fastidio la “passerella mediatica” che ha visto protagonista Silvia ?

Innanzitutto è doveroso essere molto prudenti e accorti nell'esprimere giudizi su questioni così complesse e delicate, che riguardano la vita non solo di una vittima di un sequestro, ma anche di tantissime altre vittime - di cui non conosciamo i nomi - provocate dalla violenza spietata di un gruppo terroristico. Devo però ammettere che, per una mia naturale tendenza all'equilibrio e alla discrezione, non ho molto apprezzato la cosiddetta "passerella mediatica". L'ho trovata fuori luogo innanzitutto perché credo che le persone non debbano essere esibite e strumentalizzate, soprattutto dallo Stato; in secondo luogo perché ha acceso i riflettori su un momento molto intimo e personale, come quello dell'incontro di Silvia con la sua famiglia, dopo un'esperienza così profondamente drammatica e traumatica. Mi ha richiamato alla mente la stessa sensazione di disappunto che avevo provato vedendo, tempo fa, il video-spot su Cesare Battisti. Ovviamente, nel caso di Silvia Romano, la gioia di rivederla viva e di nuovo con noi, ha superato ogni altra sensazione. Tuttavia, ripeto, credo che si sarebbe potuto (e dovuto) gestire tutto in forma più discreta, lontano dalle telecamere, magari annunciando la sua liberazione, a rientro avvenuto, con una conferenza stampa. Questa necessità di discrezione la condividiamo, sempre, tra l'altro, nella comunicazione della nostra Associazione. Siamo sempre molto attenti a rispettare la dignità delle persone, la loro intimità. Non tutto va ripreso, non tutto va diffuso e condiviso.

Che differenze ci sono tra la tua associazione e quella di Silvia ; quanto conta la preparazione e la sicurezza quando ci si reca in quelle terre cosi lontane dall’Italia ?

Non conosco l'associazione di Silvia, per cui non posso esprimere valutazioni al riguardo. Posso solo dire che la nostra Associazione è sempre estremamente prudente nell'inviare i volontari in Mozambico e, di solito, organizziamo dei gruppi e io stessa, che conosco meglio i luoghi, la lingua e le pratiche locali, svolgo il ruolo di capo missione. Non bisogna mai dimenticare che la sicurezza delle persone deve essere al primo posto e che eventuali volontari debbano essere preparate, già prima della partenza, al fatto che si troveranno in un contesto molto differente e lontano da quello in cui abitualmente vivono. Io mi sono spesso trovata ad essere l'unica italiana della nostra associazione a viaggiare e a soggiornare in Mozambico (a Maputo, a Chitima, a Tete, a Matambo) e mi sono sempre mossa con molta attenzione e prudenza, sempre accompagnata da responsabili dell'associazione locale, mai da sola, e con una fitta rete di conoscenze e di legami sul posto (Ambasciata italiana, Diocesi di Tete, altre organizzazioni presenti). Diciamo che la nostra strategia, come associazione, fin dall'inizio, è sempre stata quella di avere dei referenti locali estremamente fidati e di restare prudentemente sempre un passo indietro. Bisogna essere molto accorti, non far vedere mai - per esempio - che si gestiscono dei soldi. Ci può essere il problema dei sequestri, ma anche quello di rapimenti per motivi politici o, anche, per pratiche estremamente cruente legate con la stregoneria. Se ne parla poco, ma è uno degli aspetti più inquietanti in Africa. Per quanto riguarda la presenza di giovani nelle nostre missioni, di solito accettiamo persone dai venticinque anni in su. Solo una volta è venuta con noi una ragazza di diciannove anni, ma ha viaggiato insieme a sua madre, che tra l'altro è il nostro vicepresidente. Comunque, tutti i nostri volontari sono coperti nei loro viaggi da una polizza assicurativa e durante i sopralluoghi sono tutti dei "sorvegliati speciali", non li perdiamo mai di vista!

Messo con le spalle al muro dalle accuse di aver provocato e nascosto il coronavirus, il presidente cinese Xi ha cercato di girare il tavolo all' assemblea dell' Organizzazione Mondiale della Sanità, presentando il suo Paese come il leader della risposta globale. Perciò ha accettato un' inchiesta sul Covid-19, ha offerto 2 miliardi di dollari per combatterlo, e ha promesso che se Pechino svilupperà il vaccino lo fornirà a tutti : un giorno forse scopriremo quello che e veramente accaduto ?

Anche questa è una bella domanda, molto impegnativa! Allora, non so se un giorno riusciremo a scoprire cosa sia veramente successo, anche se dubito che ci sia veramente la volontà, in questa come in altre vicende, di far emergere la verità. Personalmente non ho una mentalità tendente al "complottismo", ma sono convinta che si sarebbe dovuto fare molto di più per circoscrivere l'epidemia all'inizio. Purtroppo, da più parti, ci sono stati dei ritardi, dei tentativi di nascondere quanto stava avvenendo, senza rendersi conto (consapevolmente o inconsapevolmente...) che, in assenza di misure immediate ed efficaci, il virus si sarebbe diffuso rapidamente in tutto il mondo, con gli effetti drammatici che, oggi, sono sotto gli occhi di tutti. Mi sembra di rivivere e rivedere, con le debite proporzioni, una "gestione" molto simile a quella messa in atto, molti anni fa nell'esplosione del reattore di Chernobyl. Sinceramente, per le notizie ricevute finora, sono molto delusa dall'OMS e credo che non abbia svolto pienamente il ruolo che avrebbe invece dovuto assumere, sia nella fase di prevenzione della pandemia, sia nella sua successiva gestione.

In questi giorni di quarantena il tuo pensiero era rivolto ai bambini li in Mozambico ? un eventuale allargamento del contagio sarebbe devastante ?

Assolutamente si. Nei giorni di quarantena ho pensato continuamente ai bambini del Mozambico e all'impossibilità per le nostre giovani formatrici di portare avanti le loro attività lavorative e formative. Penso sempre anche al fatto che loro, lì, convivono giornalmente con tante altre malattie pericolose, come malaria, tubercolosi, colera, HIV, lebbra... E penso, inoltre, con estrema preoccupazione alla mancanza dell'acqua, alla scarsità delle risorse minime per l'igiene.

Il mio pensiero è stato comunque rivolto, e lo è tuttora, in generale a tutti i paesi più poveri, nei quali anche l'effetto del lockdown (e non solo il contagio) ha portato conseguenze drammatiche. La chiusura totale delle attività, attuata dal governo mozambicano, ricorrendo anche ai militari, ha per esempio impedito a una delle nostre ragazze, Lucinha, di produrre, con il suo piccolo negozio di sartoria, le mascherine in tessuto locale. Sarebbero state, invece, molto utili.

Nelle situazioni in cui la popolazione vive del piccolo commercio quotidiano, è - purtroppo - la fame ad uccidere, ancor prima che il virus. Sono rimasta profondamente colpita, per esempio, dalla situazione drammatica dell'India. Dal Mozambico, da Tete e Matambo, ho ricevuto delle immagini veramente terribili, di bambini denutriti, con il volto parzialmente coperto da pseudo mascherine fatte di stracci. La sospensione delle attività scolastiche ha fatto sì che tanti alunni non abbiano più potuto usufruire del pasto normalmente consumato a scuola, che per molti rappresenta anche l'unico pasto della giornata. In questo momento per noi, come Associazione, non è, tra l'altro, così semplice raccogliere e inviare fondi, dal momento che tutti i nostri eventi sono bloccati e che l'attenzione delle varie organizzazioni è maggiormente concentrato sull'emergenza vissuta in Italia.

Abbiamo comunque scelto di destinare le donazioni ricevute in questo periodo al sostegno delle mamme e dei loro bambini, aiutando anche i bambini degli orfanotrofi di Tete. Cerchiamo di garantire almeno un pasto al giorno ad ognuno di loro. Sinceramente vorremmo, come associazione, dare il nostro contributo perché tutto possa ripartire, a Tete e Matambo. Ho saputo, nei giorni scorsi, che anche a Tete ci sono dei casi positivi al Covid-19. Il sistema sanitario locale è molto fragile ed è inoltre difficile monitorare la popolazione e attuare un distanziamento sociale effettivo. Ho saputo, ad esempio, che molte persone, temendo la diffusione del contagio, si sono spostate verso gli ospedali delle cittadine più importanti. Tutto questa concentrazione, in assenza totale di infrastrutture e servizi, non aiuta sicuramente e favorisce, anzi, il diffondersi del virus e di altre malattie.

Dopo 69 giorni di lockdown, l'Italia ieri ha riaperto. Unica eccezione la Campania: il governatore De Luca ha vietato lo sblocco del lockdown. Con la mascherina sul volto ha riacceso le vetrine dei negozi, le sale dei parrucchieri e quelle di bar e ristoranti e ha ripreso gli spostamenti all'interno della stessa regione : bisogna imparare a convivere con questo Virus ? le persone saranno migliori oppure peggiori ?

Si, bisogna imparare a convivere con il virus, non abbiamo altra scelta. E questo, comunque, ci avvicina alla condizione di vita abituale e normale di tante persone che, nel mondo, sono costrette a confrontarsi quotidianamente con minacce e incertezze per la loro salute. Tra l'altro, dalle notizie che riceviamo e da una sorta di analisi a ritroso che ognuno di noi sta facendo, tutti ci stiamo rendendo conto che nei mesi di gennaio e febbraio abbiamo già convissuto, inconsapevolmente, con il virus. Per quanto riguarda la riapertura, credo che le persone siano responsabili e pronte a ricominciare, soprattutto perché c'è l'assoluta necessità di lavorare. E, a mio parere, il lockdown è stato anche troppo esteso, sia territorialmente sia temporalmente, mettendo in crisi tanti settori produttivi. È molto triste pensare che alcune attività non potranno più riaprire, per mancanza di risorse e liquidità.

In generale credo sia meglio correre il rischio calcolato di una convivenza con il virus rispetto alla rinuncia totale alla nostra vita e alla nostra socialità. Certo, dobbiamo imparare a vivere in modo molto diverso, con il distanziamento e con i dispositivi necessari a tutelare gli altri e noi stessi. Vedere i negozi riaprire, vedere la cura nel progettare e nell'attuare le misure necessarie, mi ha emozionato. C'è voglia di andare avanti, di ripartire.

Per quanto riguarda l'impatto di quanto stiamo vivendo sulle persone, sinceramente non so giudicare se le persone siano migliori o peggiori: da un lato, in alcuni, ho visto una preoccupante chiusura rispetto alle problematiche altrui, dall'altro abbiamo tutti assistito a testimonianze di apertura e generosità. Sicuramente si è molto concentrati sulla propria realtà, e ciò non è un bene; le persone sono molto preoccupate per il loro futuro, così incerto, anche dal punto di vista economico e sociale. Siamo tutti chiamati a reinventarci un po', a trovare nuove strade. Ho visto, però, molta responsabilità, molto rispetto e cura. Siamo sempre migliori di come veniamo rappresentati e da come spesso le stesse istituzioni governative ci considerano.

Il falso volontariato e soprattutto la falsa beneficenza sono un danno enorme per tutti gli italiani, e per tutto il movimento delle associazioni / onlus ; ti capita mai di dover denunciare alle autorità competenti ,individui oppure personaggi che tentano di imbrogliare le persone sfruttando il dolore altrui ?

Personalmente non mi è mai capitato di imbattermi direttamente con personaggi di questo tipo. Tuttavia, per quello che leggo nei giornali, mi rendo conto che ci sono molto spesso persone che si approfittano degli altri, che sfruttano le situazioni a proprio vantaggio, sotto la bandiera del falso volontariato e della falsa beneficienza. Credo che sia veramente indegno sfruttare sia il dolore sia la generosità altrui. Ed è senza dubbio un fenomeno che provoca molti danni a tutti gli italiani, gettando ombre e sospetti anche sull'operato delle associazioni oneste e corrette. Devo dire che la nostra associazione ha sempre ricevuto molte donazioni da parte di privati perché le persone si fidano di noi; ci conoscono e vedono concretamente quello che facciamo, a titolo del tutto volontario e gratuito, intervenendo spesso anche con le nostre risorse, personali e professionali. Ci preoccupiamo sempre di rendicontare, di dare informazioni, di trasmettere le notizie (anche amministrative) con grande chiarezza e trasparenza. Cerchiamo sempre di puntare, soprattutto con le donazioni private, ad obiettivi più piccoli, facilmente realizzabili, in modo tale che le persone possano vedere immediatamente i frutti della loro partecipazione. Per esempio, ogni anno, con cadenza semestrale, organizziamo un burraco di beneficenza, che riunisce circa cento persone. Le quote di adesione sono state immediatamente trasformate, negli anni, nell'acquisto di beni in Mozambico (una cucina e un frigorifero per l'attività di ristorazione di Liliana, macchine e materiali per la sartoria di Lucinha, un pulmino per bambini e formatori...), nell'offerta di aiuto sanitario (protesi alla gamba per Rosa, operazione al cuore per Liliana...) o di borse di studio (corso di medicina preventiva per Imaculada, contabilità per Augusta...). Alcune volte le giovani che sosteniamo in Mozambico vengono invitate dalla nostra associazione in Italia, per svolgere dei corsi di specializzazione, di durata variabile (uno, due o massimo tre mesi). Il loro soggiorno diventa anche un modo per testimoniare direttamente quanto stiamo facendo, grazie alle donazioni dei nostri sostenitori. Nel caso di fondi attribuiti da fondazioni o altre organizzazioni, forniamo sempre report, documentazione, in base alle richieste dei bandi ai quali partecipiamo.

L’emergenza sanitaria, Quella sociale, sempre più esplosiva. L’esigenza che ciascuno si metta un po’ a disposizione degli altri, per provare a uscirne insieme : esiste una formula magica che riesce a far si che la solidarietà sia veramente reale ?

Una formula magica non esiste. La solidarietà è qualcosa di estremamente concreto e reale e parte dai piccoli gesti del nostro atteggiamento quotidiano, a partire dalle persone che sono a noi più vicine fino a quelle più lontane (e/o viceversa). La chiave di tutto è sicuramente muoversi "insieme", assumere consapevolezza che i problemi sono comuni e che non è bene rimanere indifferenti alle difficoltà dell'altro. Credo che in questo senso l'emergenza legata al Covid-19 abbia risvegliato la consapevolezza che siamo realmente cittadini del mondo e che non possiamo più ignorare ed evitare di pensare agli altri. Certo, nell'ambito di questa consapevolezza, poi c'è il percorso personale di ognuno di noi. Spesso mi trovo a rispondere alla domanda: "Ma con tutto quello che c'è da fare in Italia, perché aiuti i bambini e le ragazze del Mozambico?". Ecco, in questo caso io rispondo sempre spiegando che io, evidentemente, sono stata chiamata a fare questo tipo di percorso. Perché in Mozambico non lo so, perché con i bambini non lo so...ma è capitato e io ho risposto con un si. Poteva essere in Italia, poteva essere con gli anziani, ma a me non è capitato. Ognuno, nell'apertura alla solidarietà, trova il suo posto. L'importante è avere nel proprio cuore l'attenzione agli altri e la disponibilità a mettersi in gioco, senza paura di perdere qualcosa, ma sicuri di ricevere molto più di quello che si dà.

A mali estremi, estremi rimedi. È una risposta drastica quella che i grandi organizzatori italiani di concerti si sono ritrovati a dare al pubblico, agli artisti e ai lavoratori del mondo dello spettacolo dopo l'approvazione da parte del governo del nuovo decreto sulle misure di contenimento della diffusione del coronavirus, che ha reso infattibili tutti gli eventi con più di 1.000 persone per luoghi all'aperto e 200 persone per posti al chiuso nei quali non può essere garantito il rispetto di almeno un metro di distanza tra le persone : sarà un ‘estate diversa questa dalle altre sicuramente : come intendi viverla e quale la cosa che ti mancherà maggiormente vivere ?

In realtà, secondo me, l'attuale strategia é che a " mali estremi" si risponde con "piccoli rimedi possibili ed efficaci". Quella a cui stiamo assistendo è, in molti settori, una riduzione delle presenze. Succede nei musei, nelle mostre, nei luoghi di spettacolo. Purtroppo non vedo, al momento, un'altra possibilità, se non quella di limitare gli accessi e mantenere il distanziamento. Devo dire che io preferisco sempre stare ad un metro e mezzo, il metro mi sembra un po' rischioso.

La nostra estate 2020 sarà sicuramente molto diversa da come l'avevamo immaginata e programmata. Io avevo già prenotato un viaggio in Mozambico, con un soggiorno nei mesi di luglio e agosto. Sarebbero dovuti venire con me due amici, atleti, che rappresentano un'associazione che collabora allo sviluppo dei nostri progetti. Ad oggi non so se questo viaggio sarà possibile o meno, anche se penso che saremo costretti a rimandarlo, forse all'anno prossimo. Ecco, il fatto di non poter viaggiare liberamente, come facevo prima, mi manca moltissimo. Non ho ancora pensato a programmi alternativi, vivo un po' alla giornata. In questo momento non penso si possa fare altrimenti, soprattutto quando i nostri programmi dipendono dalla situazione sanitaria complessiva e dalle conseguenti regole di entrata fissate da paesi terzi. Vedremo...

Il cinque per mille (5x1000) indica una quota dell'imposta IRPEF, che lo Stato italiano ripartisce, per dare sostegno, tra enti che svolgono attività socialmente rilevanti (ad esempio non profit, ricerca scientifica). Il versamento è a discrezione del cittadino-contribuente, contestualmente alla dichiarazione dei redditi : come sta andando la raccolta fondi che è stata realizzata al Maxxi con uno spot che ha visto protagonista Hamarz Vasfi e parte dei tuoi collaboratori ? La quarantena ha influito in maniera negativa ?

Come Associazione siamo in attesa della quota del 5x1000 del 2018. Ci vogliono sempre almeno due anni perché i fondi arrivino alle Onlus. In questo periodo di emergenza ho fatto presente, a un'organizzazione che riunisce più associazioni del terzo settore, che sarebbe stato un grande aiuto un'attribuzione immediata degli importi destinati dai contribuenti negli anni precedenti. La campagna per il 5x1000 del 2020, relativa ai redditi 2019, è appena iniziata. Quest'anno, come ricordi tu, abbiamo realizzato, grazie all'impegno del tutto gratuito di una serie di professionisti e alla disponibilità degli spazi del MAXXI - Roma, un docu-corto e uno spot, affidandone ideazione, regia e interpretazione a Vittorio Hamarz Vasfi e coinvolgendo alcuni amici della nostra associazione. Abbiamo ricevuto dei riscontri molto positivi al materiale che abbiamo pubblicato sul nostro sito e sulla nostra pagina Facebook. Abbiamo anche fatto girare lo spot via WhatsApp. Certo, se non ci fosse stato il Covid-19 non avremmo dovuto annullare l'evento, già programmato, per la presentazione ufficiale della nostra campagna e avremmo anche fatto girare molto di più il materiale. Ci eravamo già informati, per esempio, sulle modalità per richiedere la proiezione nei cinema di zona.

Quindi, si, sicuramente la situazione di emergenza ha limitato la diffusione della nostra campagna. Siamo comunque fiduciosi e, non appena l'Agenzia delle Entrate pubblicherà gli importi assegnati alle varie Onlus, pubblicheremo la notizia, specificando anche la destinazione dei fondi, che saranno oggetto di rendicontazione da presentare alla stessa Agenzia delle Entrare, per le giuste verifiche e monitoraggio. Si tratta di importi che devono essere destinati a progetti specifici, non alla gestione ordinaria dell'associazione.

Promosso per garantire braccia a un’agricoltura in sofferenza in seguito al mancato arrivo degli stagionali rimasti bloccati nell’Est Europa, il provvedimento di regolarizzazione degli immigrati approvato dal governo potrebbe essere un’occasione storica per voltare una pagina buia: quella del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato e macchiato a volte dalla piaga del caporalato. In Mozambico la tua associazione combatte questo fenomeno ? Che idea hai degli ultimi di quello che raccolgono la frutta nei campi e che non hanno diritti ? Bisogna aiutare tutti e nessuno deve restare indietro ?

Proprio due giorni fa ho scritto un post sulla mia pagina Facebook su questo tema, condividendo un articolo di un giornale. Sono rimasta molto colpita dall'intervento del ministro Bellanova, dalla sua commozione, dal suo impegno per dare voce e forza ai cosiddetti "invisibili", per far sì che lo Stato combatta lo sfruttamento e l'illegalità. Sono perfettamente in linea con ogni intervento che punti a dare dignità alle persone e al lavoro. Tuttavia, sono rimasta molto male quando mi sono resa conto che, a causa di una posizione opposta all'interno della stessa maggioranza, la regolarizzazione dei braccianti agricoli riguarda solo il periodo di sei mesi, legato al ciclo stagionale della raccolta della produzione agricola. Insomma, si è guardato più alla regolarizzazione delle "braccia" che non a quella degli esseri umani e, cosa ancor più drammatica, si è pensato più al futuro di frutta e verdura che non al futuro delle persone. Spero che si possa fare presto un nuovo passo in avanti. Sono sempre stata contraria alla logica che si riferisce a un essere umano come a qualcuno che "ci serve", "ci è utile". Credo che questo approccio abbia provocato tantissimi problemi, alterando il senso vero dell'accoglienza e dell'umanità. In Mozambico, soprattutto con la nostra associazione locale Dignity Moçambique, affrontiamo questo tipo di problemi attraverso la promozione della formazione professionale, diffondendo una cultura della legalità del lavoro, della dignità del lavoratore, del rispetto delle norme e dell'etica. Devo dire che c'è molto da fare. La maggior parte dei lavoratori, nelle cittadine nelle quali operiamo, non ha un contratto regolare, non ha nessuna previdenza sociale, né assicurazioni. Spesso le persone sono costrette a lavorare senza sicurezza, in condizioni precarie che possono pregiudicare la loro salute. E, purtroppo, nella maggior parte dei casi non ricevono nemmeno il salario minimo fissato dal Governo. Per fare un esempio, il salario minimo di un operaio varia tra i 5.500 a 7.500 Meticais al mese (poco più di 70 / 100,00 euro al mese). Tra l'altro, la vita in Mozambico, è molto cara.

Ci sono dei grazie nella tua carriera ?

Ovviamente ti riferisci alla mia "carriera" di volontaria, vero? Si, ci sono tanti grazie, e sicuramente il primo grazie spetta alla mia famiglia, letteralmente travolta da tutto questo mio impegno per il Mozambico. All'inizio sono stati un po' perplessi e preoccupati per il mio futuro, adesso sono totalmente coinvolti. La mia mamma, Enrica, è attualmente il presidente della nostra associazione, mio papà è il "nonno" di tutte le ragazze di cui ci siamo occupati, mia sorella è una "zia" per tutte. Un grazie immenso va anche alle mie amiche e colleghe del Comitato direttivo di Dignity e a tutti quelli che, sia in Italia sia in Mozambico, stanno rendendo possibile lo svolgimento dei nostri progetti. Un grazie particolare spetta a tutti quelli che hanno creduto, fin dall'inizio, a questa grande avventura.

Alle ragazze mozambicane e a tutto lo staff di Dignity Moçambique dedico, invece un "muito obrigada" per il loro impegno nel progetto e per l'affetto e la gratitudine che ci dimostrano in ogni momento, anche a distanza. Non parliamo poi della cura che hanno nei nostri confronti quando ci troviamo lì, con loro. Siamo una vera, grande famiglia! Pensa che una di esse, diventata mamma recentemente, ha chiamato la sua bambina Emanuela. E un'altra, letteralmente salvata da un'operazione al cuore svoltasi tre anni fa al Sant'Orsola di Bologna, ha chiamato il suo bambino Filippo, come mio papà.

La cosa più bella delle nostre iniziative è che nascono tante, tantissime amicizie, una enorme rete di relazioni, collaborazioni. Un grazie spetta, ovviamente, anche a te, che attraverso questa intervista mi stai dando la possibilità di promuovere Dignity!

Progetti per il futuro ?

Il futuro è legato a due grandi speranze: realizzare un pozzo trivellato comunitario per dare l'acqua a Matambo e costruire, nello stesso villaggio, una scuola per l'infanzia, per bambini dai 2 ai 5 anni. Abbiamo presentato due richieste e adesso siamo in attesa (sempre a causa del blocco dovuto al Covid-19) di una risposta riguardante il finanziamento di queste nostre iniziative. In particolare, per quanto riguarda la "escolinha", si tratta di un progetto che ci consentirebbe di avviare un processo di pre-alfabetizzazione e di preparazione dei più piccoli in modo tale che possano essere inseriti con profitto nel successivo percorso della scuola primaria. Spero con tutta me stessa nella realizzazione di questo progetto perché, in tutti questi anni di esperienza nella provincia di Tete, ho visto moltissimi bambini dei villaggi esclusi dal percorso scolastico a causa del distacco incolmabile (linguistico e culturale) che avevano rispetto ad altri, provenienti dalle città. Sarebbe, invece, bellissimo, poter offrire gli strumenti che consentano a tutti i bambini di partire con le stesse possibilità. Altrimenti, in assenza di questa uguaglianza di base, l'accesso alla scuola provoca inevitabilmente un aumento della diseguaglianza.

A Matambo ci sono bambini che non sanno neanche pronunciare il proprio nome. Ecco perché ci piacerebbe partire da lì.

Per contattare la tua associazione ?

Abbiamo un sito internet (www.dignitypeople.eu) e una pagina Facebook (@dignitynoprofitpeople).

Per contattarci si può anche inviare un messaggio all'indirizzo di posta elettronica: dignitypeople@gmail.comù

Foto di Copertina di Carolina Di Masi

Stefano Cigana

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