70 ANNI DI BIANCO, ROSSO E VERDONE

70 ANNI DI BIANCO, ROSSO E VERDONE

Ce lo immaginiamo già oggi, con il telefono bollente e centinaia di auguri in arrivo. E lui che risponde dicendo: “Pronto? No non mi disturba affatto, mi dica!”.

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Ce lo immaginiamo già oggi, con il telefono bollente e centinaia di auguri in arrivo. E lui che risponde dicendo: “Pronto? No non mi disturba affatto, mi dica!”. Come quel professore maniaco della precisione e colmo di comica aridità, notato un mattino in un bar sotto casa e che lui ha portato in tv. Perché Carlo Verdone, che spegne 70 candeline, i suoi personaggi li ha presi dalla vita di tutti i giorni. Prelevati da una Roma d’altri tempi e d’altre personalità: come nel caso di Elena Fabrizi, sorella del grande Aldo, che faceva un programma alla radio per casalinghe tradite e disperate e alla quale un giorno Carlo chiese di fare sua nonna in quello che sarà un’altra delle sue pellicole riuscitissime: Bianco, rosso e verdone. Dagli esordi in tv a “No stop”, con quelle maschere così diverse ma assortite tra loro, impregnate di una mimica straordinaria, al grande schermo, dopo l’incontro con il suo mito, Sergio Leone. Che col suo consueto fare burbero gli disse: “Mi piacciono i personaggi che fa, vediamo di dar loro un più ampio spessore e ci facciamo un film”. L’esordio appunto, con “Un sacco bello”, anno 1981. E quella tesa vigilia del primo ciak, quando fu lo stesso Leone a prelevarlo il mattino dell’inizio delle riprese, da buon padre acquisito che prendeva sotto la sua ala l’esordiente regista. “La sera prima, avevamo girato per Roma insieme, parlando di tutto”. Poi l’emozione va via e ne viene fuori una pietra miliare della commedia italiana, con il raggiungimento del punto più alto quando nello stesso salotto ci sono Alfio il parroco, Ruggiero il figlio dei fiori e il professore che viene a dare una mano a Mario Brega, padre disperato che vede il figlio “senza una casa, senza una famiglia, con le pezze al c….”. Cercando di cavar fuori tanta morale per convincere il giovanotto a redimersi, senza successo: il recital corale di quasi tutti i suoi personaggi in un colpo solo. E il privato di Verdone è quasi un altro film: il padre critico cinematografico che un giorno lo boccia ad un esame nel corso di cinema, le lezioni con Rossellini che altro non faceva che annoiare gli studenti parlando di telescopi spaziali che sarebbero serviti a fare dei favolosi piani sequenza. E Lucio Dalla, arrabbiatissimo quando si vide sbattuto a caratteri cubitali sulla locandina di “Borotalco”. Le sue musiche sarebbero state utilizzate nel film, e il cantante minacciò una causa se la pellicola non gli fosse piaciuta. Come finì? In una cascata di complimenti che Dalla fece a Verdone, che con quelle melodie di sottofondo gli aveva messo in piedi un omaggio straordinario. Ma il fiore all’occhiello di cui è sempre andato fiero, è datato 1988: “Compagni di scuola”, a proposito di recite corali, è un sempreverde che non invecchia mai. L’esempio di squadra affiatata traslata dal campo al maxi schermo: un ensemble di cui Verdone è sempre andato orgoglioso e che, non appena ve n’è l’occasione, non manca di ricordare. E dopo? Altre cose sparse, revival o riscoperta di sodalizi antichi come quello con Claudia Gerini, splendida lady di “Viaggi di nozze” con il tormentone “O’ famo strano”. Una pellicola riuscita su tutte: la guerra tragicomica contro Silvio Muccino in “Nel mio miglior nemico”. Ma in questo viaggio che supera i sette decenni, Verdone, nonostante tutte queste maschere, è restato sempre sé stesso: ecco, questo è un premio ancor più prezioso del pur straordinario abbraccio del suo pubblico.

Stefano Ravaglia

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