Marco Medelin E La Sua Scena Capovolta

Marco Medelin E La Sua Scena Capovolta

Intervista al direttore artistico della rassegna teatrale che, alla Cappella Orsini di Roma, sta reclutando un pubblico che ama spettacoli con tematiche forti che lasciano riflettere.

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Da sempre l’arte è stata uno dei veicoli più validi per quelle forme di espressione senza bavaglio che intendono denunciare o, più semplicemente, aiutare a riflettere su particolari aspetti che una società si trova a vivere in un determinato momento. Una libertà che si può respirare a larghi polmoni per la prima edizione di "La scena capovolta" che fino al 21 gennaio prende vita nella sede della Fondazione Opera Lucifero ETS, alla Cappella Orsini di Roma. Un’iniziativa che, grazie ad una buona organizzazione e alla scelta degli spettacoli che risultano tutti di interesse e spessore, sta avendo un ottimo riscontro di pubblico soprattutto per gli spunti di riflessione che riesce a creare. Artefice dell’idea e realizzatore della rassegna il regista e autore Marco Medelin che, nel ruolo di direttore artistico, ci racconta qualcosa in più della sua scena capovolta.

Come è nata l’idea della rassegna e perché definisci nel titolo la scena come capovolta?

L'idea è nata da uno spettacolo politicamente scorretto in cui volevo mettere a confronto punti di vista scomodi e poi si è allargata per dare spazio ad altri artisti che avessero gli stessi obiettivi. Violenze, sopraffazioni, difficili convivenze, contrasti familiari e religiosi, dramma ed ironia, corpi ed identità, sono tra gli argomenti trattati. Si omaggiano figure storicamente controcorrente e si sperimentano temi e linguaggi. La scelta di un tema così provocatorio, il politicamente scorretto, vuole essere uno stimolo per gli interpreti che hanno aderito al progetto “La scena capovolta” che nasce all’interno della missione della Fondazione. L’obiettivo è dare l’opportunità alle giovani generazioni di esprimersi su un palco che dia loro la credibilità di cui ha bisogno chi intende avviare una.

Cosa significa per te sperimentare temi e linguaggi?

Io credo di avere dei grossi limiti come artista però mi è sempre piaciuto sperimentare e ho sempre amato chi sperimenta. Un artista che si siede nella sua zona di comfort per me è deludente.

I quindici spettacoli che si presentano si pregiano della presenza di oltre validi trenta artisti. Con quale criterio si è proceduti alla selezione?

Avevamo problemi di budget, inutile negarlo. Non c’era a disposizione alcuna risorsa economica né pubblica né privata. Quindi mi sono rivolto a chi voleva uno spazio in cui esprimersi piuttosto che un cachet ricco. Nonostante questo limite, credo di avere raccolto ottimi materiali, perché ci sono tanti artisti, magari esordienti o comunque non troppo famosi, che hanno tanto da dire e da dare, con generosità.

Ultimamente, da più parti, si comincia a temere un bavaglio alla televisione di Stato. Il teatro può essere una forma di resistenza?

Il teatro è e sarà sempre uno spazio di possibile libertà e quindi anche resistenza, nonostante comporti spese superiori ad altre forme artistiche. Però, se si riduce al suo nucleo fondamentale, cioè un attore, un'attrice, e un posto in cui accogliere qualche spettatore, magari due luci e una cassa per la musica, non serve altro se hai qualcosa da dire.

In che modo pensi che la rassegna possa essere un’opportunità per le giovani leve che stanno avviando la loro carriera artistica e performativa?

A rischio di sembrare presuntuoso, rispondo che una rassegna come questa consente di esprimersi a chi ha qualcosa da dire, senza bisogno di raccomandazioni o di conoscenze o di nomi famosi. Ho scelto di dare spazio ad artisti maturi ma anche a tanti giovani, perché detesto sia chi non dà opportunità ai giovani che chi organizza rassegne solo per loro.

"La scena capovolta" è in programma in un luogo veramente “unico” della Capitale. Come influisce Cappella Orsini e il suo patron Roberto Lucifero sulla riuscita della rassegna?

Roberto Lucifero è una persona che non ha eguali, con i suoi difetti e con i suoi tanti pregi. Ha creato uno spazio a sua immagine e somiglianza, in cui convergono realtà molto diverse che altrimenti non si sarebbero potute incontrare. Per me è stato naturale proporre la rassegna a lui. E credo che qualcosa del genere facciano e potrebbero fare in molti, perché Roberto è attento, curioso e disponibile a nuove proposte.

In scena porti argomenti altamente controversi e il nudo integrale. Quanto è importante oggi avere la possibilità di esprimersi senza censura?

La storia ci insegna che la censura stimola la creatività ma può anche tarpare le ali. È un riferimento che ogni artista deve tenere presente per trovare il modo di aggirarla. Se mi consenti un'espressione politicamente scorretta, l'artista deve riuscire a raggiungere il pubblico prendendo per il “culo” chi vuole censurarlo. Mi permetto di elencare gli spettacoli che hanno partecipato come quelli che rendono effimere le apparenze (Il Serpente), denunciano la dittatura del politicamente corretto (I negri), gli estremismi religiosi (Chiunque tu sia, ti prego, rispondi), le crudeltà nel mondo del lavoro (Gleba), della scuola (Semplicemente io), in amore (Il grande abbandono) in famiglia (Elettra) e le madri considerate mandanti inconsapevoli dei femminicidi (Figlio mio). Inoltre performance sulla violenza (The process) e molta satira in chiave stand up comedy.

Questa edizione viene definita completamente sperimentale. Alla luce del grande consenso che si sta registrando, credi che si possa già parlare di qualcosa di completo destinato solo a crescere?

Roma è una città troppo complessa, contraddittoria, pigra e con una mentalità tristemente mafiosa ma al tempo stesso ricca di fermenti. Se dovessi dare un consiglio a un giovane artista che vive a Roma gli direi di scappare. Se questi mi rispondesse che preferisce restare e farcela qui, con le proprie forze e non perché è amico di qualcuno, mi dispiacerebbe per lui ma lo stimerei ancora di più.

Il 21 gennaio quando finirà la rassegna, cosa ti piacerebbe che rimanesse e come speri si possa evolvere ancora di più il tuo lavoro di direttore artistico ma anche di regista?

Questa è stata una delle esperienze lavorative più faticose della mia vita. Se tornassi indietro non sono sicuro che la rifarei. Però sono felice di averla realizzata, mi ha insegnato che con la pazienza e la volontà si possono ottenere dei risultati nonostante limiti spaventosi. E credo che mi sarà utile per azzardare qualcos'altro. In uno degli spettacoli si dice che per andare avanti bisogna sognare e fare di tutto perché quel sogno si realizzi. Ecco, io non credo che si tratti di utopie. Mi piacerebbe che qualcuno che dovesse leggere questa intervista potesse credere in questo.

                  Rosario Schibeci    

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