Edoardo Verde Firma Musicalmente Il Premio Tonino Accolla

Edoardo Verde Firma Musicalmente Il Premio Tonino Accolla

In dialogo con Edoardo Verde, compositore scelto per il “Festival del Doppiaggio – Premio Tonino Accolla”, andato in scena a Siracusa il 27 e 28 giugno

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La musica di Edoardo Verde è un ponte tra memoria e innovazione, tra tradizione familiare e ricerca espressiva. Compositore raffinato e versatile, Edoardo porta nel suo DNA una sensibilità artistica radicata: è infatti nipote del celebre autore Edoardo (Dino) Verde, figura centrale nella storia della radio e della televisione italiana. A consolidare il suo percorso musicale, la formazione sotto la guida del maestro Angelo Talocci, artista di spessore internazionale che ha collaborato con nomi del calibro di Michelangelo Antonioni, lasciando un’impronta indelebile nel mondo della musica per immagini. 

Il suo percorso comincia negli anni 2000 come montatore del suono presso gli studi “Spiritosound”, e da lì si evolve in una solida carriera di compositore per televisione, eventi e grandi produzioni. Firma colonne sonore per la RAI durante i Mondiali di calcio in Sudafrica, per le Olimpiadi di Pechino, e per il programma Estate in Diretta condotto da Marco Liorni. Tra le sue composizioni più apprezzate anche la colonna sonora del Festival della Magia - Supermagic. 

Un’eredità importante, che Edoardo ha saputo far propria con “voce” originale. L’ennesima conferma arriva oggi con un riconoscimento professionale significativo, il suo brano epico ed evocativo “Beyond” è stato infatti scelto come colonna sonora ufficiale del Festival del Doppiaggio – Premio Tonino Accolla, evento che celebra l’eccellenza di una delle arti più sottili e decisive dell’audiovisivo. 

Incontrarlo è come ascoltare una melodia discreta ma penetrante: la sua camminata elegante e informale, il sorriso scanzonato, quasi fanciullesco, convivono con la fermezza rassicurante di chi ha attraversato le profondità dell’essere e ne è riemerso con uno sguardo lucido, consapevole. 

Lo abbiamo intervistato non solo per raccontare questa nuova avventura creativa, ma anche per tracciare un ritratto più autentico e umano del compositore: il suo mondo interiore, il suo percorso itinerante, le sue ispirazioni, e il modo in cui la musica diventa per lui, una forma espressiva di verità. 

 

Una famiglia eclettica: suo nonno paterno e suo padre, celebri autori, sua madre icona nel mondo del doppiaggio, suo nonno materno stimato pittore e gallerista. Nell’essere figlio d’arte, si è sentito più avvantaggiato o condannato nell’arco della sua carriera? 

Crescere in un ambiente così immerso nelle arti non poteva che sensibilizzarmi fin da piccolo alla loro esplorazione, da questo punto di vista non posso che considerami un privilegiato, ma l’ecletticità “capricciosa” maturata dall’acquisizione di tanti input stimolanti non mi ha concesso nel tempo di percorrere un’unica strada. Adoravo disegnare, avevo l’abitudine di scrivere poesie per esorcizzare i momenti bui, mentre, ad ogni calo di sipario alla fine di quegli straordinari spettacoli a cui mio nonno e mio padre davano vita, sentivo sistematicamente salire quel viscerale richiamo del palcoscenico.  Contrariamente a quanto si possa dedurre è stato tutt'altro che un vantaggio avere dei genitori ben consci delle difficoltà che costellano la via per affermarsi in settori così selettivi e spesso spietati e al tempo, immaginavano per me un futuro meno incerto e arduo. Ero molto giovane e, nonostante le mire ambiziose, restavo comunque un bambino acerbo, pieno di insicurezze, per cui non fu difficile per i miei, di indubbia autorevolezza, acquietare quell’ambizione. In proposito ricordo un paio di – concedimi l’ironia – premurosi “non hai il sacro-fuoco", risultò sufficiente a smorzare quella fiamma che invece mi sentivo ardere dentro. Fu durante l’adolescenza, che per puro caso mi approcciai al pianoforte, e fu attraverso la composizione che trovai il linguaggio con il quale manifestare pienamente la mia individuale espressione artistica.  

 

Lei porta il nome di suo nonno paterno, un’eredità affettiva importante, quale ricordo la lega di più a lui? 

Questa domanda sarebbe decisamente più interessante porla a mio padre, Gustavo Verde, che ha lavorato a lungo con nonno, condividendo intimamente la medesima vocazione e che è riuscito a portare avanti con cotanto successo, un’eredità artistica di così alto livello. Nonno Dino è stato un monumento per il mondo dello spettacolo, ha fatto davvero la storia, dando vita a spettacoli di una tale sagacia che dalla sua scomparsa non se ne sono più visti di tale fattura. Ha scritto pezzi intramontabili, come il famoso “Da-da-un-pa” interpretato dalle mitiche gemelle Kessler, “Ciao ciao bambina”, “Resta cu’mme”, per citarne solo alcuni. È stato un grande paroliere, un autore immenso, praticamente uno dei padri fondatori del varietà e del teatro di rivista. Personalmente i ricordi che porto più nel cuore erano le serate al teatro “La Chanson” di Roma, adoravo le irresistibili performance di mio nonno su quel palco delizioso, un’autentica gioia. La sua presenza era per me culturalmente imponente. Anche da adulto ho continuato sempre a provare una pregiudicante intimidazione in suo cospetto, cosa che mi rendeva purtroppo difficile il comunicare con lui come invece avrei voluto. Giusto per intenderci, in questo senso, mio malgrado, mi sentivo quasi più come un suo grande ammiratore che semplicemente suo nipote. 

 

Da piccolo sognava di recitare, e si è anche affacciato al mondo del doppiaggio come doppiatore ma, crescendo è arrivato per lei dirompente il richiamo della musica, sua eccellenza artistica. La musica in lei ha prevalso, perché? 

La musica fu la passione con cui per prima, per così dire, convolai a nozze, e in seguito ne feci una professione. Ebbi la fortuna di essere preso sotto l’ala del grande Maestro Angelo Talocci, con cui presto nacque anche un’amicizia e una sana rivalità. Fu la mia grande fonte d’ispirazione e un costante stimolo creativo. Purtroppo, ci ha lasciati troppo presto. Seppur ormai avviato nel settore audio post produttivo e musicale, quando mi si presentò l’opportunità di esplorare il meraviglioso mondo del doppiaggio, decisi di rispondere a quel “primitivo” e viscerale richiamo del palco, ridotto ad un’eco lontana, ma che a quanto pare ancora, si faceva sentire. Questo mi diede l’opportunità di formarmi sotto l’ala della grande attrice e doppiatrice Solvejg D’Assunta, e mi “tuffai” senza pensarci un secondo. Per dirti che anche il doppiaggio è stata una parte importante della mia vita artistica e professionale, e devo ringraziare anche mia madre Paola Speranza, storica assistente al doppiaggio e socia della rinomata CVD, per avermi saputo consigliare e supportare quando ne avevo bisogno. Non smisi mai di disegnare, scrivere e pensare alla recitazione, ma sì, un’altra passione era ormai nata grazie al Maestro.  

 

Quando ha capito che della sua passione per la musica avrebbe fatto il suo mestiere? 

Non c’è stato un momento preciso. Come anticipavo, è diventata una professione appena iniziata la collaborazione con il Maestro Angelo, sebbene non fossi pienamente consapevole. Ero ancora molto giovane, un normale ventenne nel pieno delle sue peripezie sentimentali. Iniziai però ad essere molto prolifico fin da subito componendo sigle e fondi musicali per tanti programmi televisivi, rivestendo anche il ruolo di consulente musicale, figura che mi ha permesso di trovarmi al posto giusto in momenti giusti, consolidando la mia carriera. Il Maestro Talocci era famigerato per essere molto critico e col tempo avevo imparato a rilevare le sue note di apprezzamento per me, già solo la sua approvazione artistica mi faceva sentire un professionista. Pensai di essere davvero forte, quando vinsi la gara per la scrittura della sigla per le Olimpiadi di Pechino 2008 e poi, nel 2010 per i mondiali in Sudafrica. Belle soddisfazioni considerando che ero ancora un ragazzo in erba. Il momento più iconico fu quando il Maestro Talocci, per un impedimento improvviso, mi assegnò la composizione del tema per lo spot TV del gruppo Banco Veneto. Chiaramente non doveva trapelare che non sarebbe stato il maestro ad occuparsene e quindi feci da “ghost-composer” per lui. Pochi giorni dopo il committente e il suo staff, vennero in sede per visionare il progetto finalizzato e sentii proferire queste parole, cito: “certo che Talocci è sempre una garanzia”, ma il brano lo avevo composto io! Ti lascio immaginare le risate che ci siamo fatte io e i miei colleghi. Comunque, detto tra noi, poche volte nella vita mi son sentito così tronfio come in quella. 

 

Di lei si dice che si sappia distinguere da alcuni altri suoi colleghi, per una capacità produttiva a “gettata continua”. Dove attinge l’ispirazione per comporre un brano? 

Da appassionato di cinema e da addetto ai lavori sono inevitabilmente influenzato e orientato dalle sonorità, dai tagli stilistici e dalle scelte artistiche che vanno a comporre la tessitura audio dei prodotti che ascolto. Come dicevo, sono stato visceralmente influenzato dal genio artistico del Maestro Talocci, ma ho tratto e traggo grande ispirazione da tanti altri compositori. Penso alle sonorità “hybrid” di Hans Zimmer, e alla maestria con cui riesce a contribuire alla caratterizzazione di personaggi e svolgimenti della trama con sottolineature sempre molto ben studiate, la colonna sonora de “L’ Ultimo Samurai” è per me una delle più belle mai scritte. La poeticità di Thomas Newman allo stesso modo mi tocca intimamente: la colonna sonora di “Joe Black” è straordinaria. Adoro anche l’ecletticità di J. Powell che si destreggia tra tanti generi e in questo senso è il compositore a cui mi sento più affine: la colonna sonora di “Dragon Trainer” è tra quelle che preferisco. Per alcuni lavori mi sono poi ispirato a Danny Elfman. Poi come non citare il grande John Williams che mi ha fatto commuovere e sognare: il tema di “Schindler’s List” è l’opera che mi tocca più profondamente. Non posso poi tralasciare Morricone di cui in maniera particolare adoro il tema pianistico di “La Legenda del Pianista sull’ Oceano” che poi ritroviamo in “Sette Anime” con Will Smith. Per le opere minimal sono stato molto condizionato dal nostro Ludovico Einaudi. Sono tanti i compositori da cui sono stato contaminato e a cui mi ispiro o di cui semplicemente apprezzo le opere pur se stilisticamente da me lontani. Ci sono poi compositori eccezionali che non operano nel cinema internazionale e che apprezzo alla stessa maniera dei grandi nomi. 

 

Per chi o per cosa le sarebbe piaciuto o desidererebbe comporre? 

Sicuramente mi sarebbe piaciuto molto avere l'opportunità di scrivere la colonna sonora per un film destinato al circuito cinematografico internazionale, magari in collaborazione con uno di quei grandi artisti citati prima, che per così tanto tempo mi hanno fatto il dono di ispirarmi; ma in questo senso, ripensandoci, avendo collaborato con il Maestro Talocci, posso dire che, quell’ aspirazione mancata, in parte l'ho realizzata. 

 

Il suo è un lavoro fatto di impegno, studio, ricerca. Non ha scelto con banalità comode scorciatoie. A tal proposito, in ambito musicale, e in modo ormai virale, si disputa molto sull’utilizzo dell’autotune. Ci aiuta a fare chiarezza? 

Ebbene, da professionista del suono conosco bene lo strumento, tanto, e giustamente aggiungo, incriminato negli ultimi tempi. Già questa premessa presagisce il mio pensiero a riguardo che avrai inteso sarà impietoso. Non molti sapranno che nacque come strumento di rilevazione sonar per analisi sismiche, e impiegato soprattutto per rintracciare le sacche di petrolio nel sottosuolo. Fu solo molti anni più tardi che Antares, una nota azienda che sviluppa tecnologia audio, lo impiegò verso la fine degli anni ’90 come software di supporto per la correzione dell’intonazione vocale. A quel tempo la prima ad usarlo in maniera sperimentale fu Cher, che intelligentemente lo adottò come effetto sonoro, invece che in veste ausiliaria dell’intonazione. È solo nel recentissimo periodo – mi permetto di osservare, maggiormente in Italia – che giovani in erba non propriamente dotati di una buona intonazione o non proprio avvezzi allo studio del proprio strumento – la voce –, hanno trovato in questo espediente digitale, una maniera molto maldestra di bypassare i limiti imposti dall’indolenza allo studio o da madre natura stessa, con risultati decisamente discutibili. C’è chi fa paragoni col doping sportivo, ad evidenziare la natura fraudolenta che risiede nell’ impiego di artifici finalizzati a massimizzare le prestazioni, ma il doping sovra-performa e quindi, seppur a caro prezzo, permette di ottenere risultati altrimenti non raggiungibili. L’autotune, ovviamente innocuo rispetto al doping, se impiegato oltre soglia, è invece sottoperformante, perché quanto più la voce è lontana dalla tonalità del brano, tanto più l’imperfezione dell’intonazione viene esaltata, generando quel caratteristico singhiozzo ben noto, che risulta più vicino ad un lamento che ad altro. L’ autotune oggi, permette l’accesso al settore musicale ad elementi a cui di norma sarebbe interdetto. Questo accade perché ad abusarne, sono state nuove leve, giovanissimi, che per il mercato discografico sono buoni asset su cui investire, avendo un seguito giovane e vasto che non ha modelli alternativi e che si trova in una delicata fase di imprinting. Ogni generazione è cresciuta con riferimenti di genere e artisti propri: Beatles, Pink Floyd, Michael Jackson e via discorrendo fino ai giorni nostri, con Fedez e compagnia. Quindi per la generazione attuale il trap “autotunnato” è il modello identificante che conseguentemente per il mercato è quello su cui investire. Per questo oggi l’impiego massiccio di autotune non è solo accettato ma perfino incoraggiato, e tale convenzione necessita anche la paradossale inversione di paradigma che invece pone ad oggetto di critica proprio il saper cantare.  

 

Crede che i talent show abbiano contribuito a normalizzare – o a problematizzare – l’uso dell’autotune nella musica? 

Mi sento di dire che in questo periodo storico, per intuire la natura di un fenomeno bisogna cominciare a guardare in che direzione si muovono i soldi. Il risultato è che la musica sta vivendo una fase, che si spera si fermi a questa generazione, e aggiungo di profondo degradamento di contenuto, espressività, emozionalità e complessità tematica.  Di questo sistema artisticamente alla deriva, senza dubbio ad oggi i talent show ricoprono maggiormente il ruolo di araldi. 

  

Parla di sé con particolare capacità o necessità introspettiva. Quali zone d’ombra illumina, quando e se, si volta indietro? 

Vedo un bambino timido ed introverso senza particolari doti che però era bravo a disegnare. Era bello sentirsi riconosciuti in qualcosa. Ricordo ancora lucidamente le consuete giornate trascorse tenendo in pugno una matita. Oggi rimpiango di non aver seguito i consigli familiari di coltivare quel talento frequentando il liceo artistico. Potendo tornare indietro è uno di quei cambi di rotta che effettuerei sicuramente. Pensando agli anni seguenti, mi soffermo sulla prematura scomparsa del Maestro Talocci, ho pian piano cominciato a soffrire la mancanza di quella gravitazionale fonte che alimentava la mia ambizione musicale, e questo credo spieghi l’insorgere tardivo di un rinnovato impulso verso il disegno. Penso a quante cose avrei potuto apprendere da uno stimato pittore come mio nonno, Carlo Speranza, e a quante altre avremmo potuto fare insieme. Ricordo che durante la pandemia ero nel suo studio, era già scomparso da qualche anno, ma tutto era ancora là, con tutte le sue opere in giro per la stanza. Tuttavia, mi sentivo meno confidente all’ idea di intraprendere superati i 40 anni un altro impegnativo percorso da affiancare al lavoro. Ero un ragazzino quando scrissi che “l’eclettismo è un ventaglio che non si deve chiudere mai, ma agitarlo in continuazione, perché dà refrigerio all’anima dall’oppressione del controllo”. Oggi ho l’età per essere il padre di quel ragazzino, eppure quel pensiero ancora mi appartiene. Per questo ho deciso di tornare a disegnare. 

 

In un mondo dove spesso ci viene chiesto di scegliere una sola direzione, qual è il segreto per riuscire a coltivare con successo, in parallelo, passioni e percorsi professionali anche molto diversi tra loro?  

Inizio col dire che non si tratta di tenere il piede in più staffe. Comporterebbe inevitabilmente di sacrificare un percorso a vantaggio di un altro e alla lunga non so quanto sarebbe professionalmente premiante e sostenibile. Nel mio caso non ho avuto difficoltà pregiudicanti, perché mi sono sempre mosso in settori tra loro tangenti. In famiglia l’arte che si fa e si faceva era di concetto, di immaginazione e di astrazioni che si sostanziavano prendendo vita e forme attraverso il teatro, la musica, la pittura, ma il lato specificatamente tecnico non era di casa. Così, quando il Maestro me ne concedeva l’opportunità, lo assistevo mentre componeva le sue opere per un film, un documentario, uno spot o una fiction, agli studi di registrazione “Spiritosound”, e approfittavo dei momenti di pausa per esplorare e girovagare per gli studi e le sale della società, scoprendo mezzi, attrezzature e colleghi. Fu così, ipnotizzato da quel mondo affascinante, che cominciai in parallelo anche ad approcciare la professione che esercito tuttora. Per questo sono sia compositore che montatore del suono. Lavorare in una società che si occupava sia di post-produzione audio che di composizione musicale, mi ha permesso senza alcuna difficoltà di portare avanti sul piano professionale ambo le carriere. Anche il doppiaggio si conciliava facilmente. In società si realizzavano speakeraggi e doppiaggi delle opere che venivano post prodotte in sede, inoltre, a pochi passi vi erano molti degli studi di doppiaggio che mi convocavano ai turni. Nelle situazioni invece in cui vi erano degli accavallamenti, bastava comunicarlo in azienda per gli aggiustamenti del caso. Un libero professionista può destreggiarsi meglio di un dipendente. Alla pittura mi sto dedicando con serietà da poco tempo, ma riesco a conciliarla con il resto senza che interferisca con altro. 

 

Il prossimo progetto di cui la vedremo ideatore ed esecutore, sarà quindi una mostra o una nuova produzione musicale? 

Sono irrimediabilmente un eclettico capriccioso per vocazione. Mi sono sempre dedicato con passione alle arti che ho sposato, cecando di restare fedele a loro e a me stesso. Il disegno è stata la mia prima espressione artistica, aggiungo con orgoglio, anche talentuosa. Sempre fedele a me stesso, ho intrapreso questo nuovo viaggio artistico e sì, ho in progetto una personale. Riguardo la musica, mi sento sempre soddisfatto, ho da poco realizzato la colonna sonora di uno splendido progetto fiction podcast tratto dall’ opera di Benedetto Cotrugli, intitolato “L’ Arte Della Mercatura” e avuto il privilegio di vedere usata una delle mie opere più recenti per l’evento di quest’ anno del “Premio Tonino Accolla”. Adesso sto già lavorando a un nuovo progetto musicale, inizialmente ero scettico, ma mi sono lasciato catturare, esce un po’ dai miei schemi, mi piace. Ne sentirete parlare, o meglio, ne sentirete ballare. 

 

 

In un’intervista che le è stata fatta recentemente, si è dichiarato “empatico, eclettico ed entropico”, è da queste caratteristiche che si riconosce un’artista? 

 

Non necessariamente. 

Dialogare con le arti e comunicare attraverso di esse rende un’artista una sorta di inquieto esploratore del mondo sensibile che vaga al di fuori della normalità. Ed è in questo intimo viaggio, che un’artista non può che perdersi e trovarsi continuamente nei mondi che concepisce. 

Per quel che mi riguarda, nel mio continuo perso vagare, sono quei tratti ad avermi particolarmente aiutato ad orientarmi. Sono coordinate. L’empatia certamente aiuta ad essere ricettivi e a restare sintonizzati durante il processo di ricerca e proiezione dell’ispirazione. 

Uno spirito eclettico conferisce flessibilità e istinto di adattamento a quei cambiamenti nervosi e aleatori della propria sfera sensibile. 

Non penso però che empatia ed ecletticità siano peculiarità imprescindibili per un artista o per veicolare sé stessi attraverso le proprie opere. 

L’entropia invece, non è propriamente un tratto caratteriale, quanto piuttosto un sentimento, un’ attitudine, una facoltà acquisibile e quindi, secondo me, da perseguire. Enuncia come, piccole variazioni iniziali, possono portare nel tempo a risultati totalmente diversi e imprevedibili.  

Disordine, imprevedibilità e sregolatezza, preservano dall’ immobilità e dalla ripetitività, conferendo originalità, suscitando sorpresa. Infondo, l’arte stessa è essere in divenire. Come potrebbe un'arista esprimersi e quindi definirsi tale, senza imprevedibilità? Per queste ragioni, sì, credo che un artista si riconosca soprattutto dalla sua entropia. 

 

Vorrei chiudere questa graditissima intervista però, ringraziandoti di cuore per l’opportunità che mi ha offerto, quella di condividere un po’ del mio caotico percorso artistico.  Se con i risultati conseguiti con la musica ho potuto omaggiare il mio Maestro Angelo Talocci che resterà sempre nella mia musica, e se con l’esperienza nel doppiaggio ho potuto omaggiare quel giovane me stesso che non riuscì al tempo nelle sue mire attoriali, ebbene, allora con la pittura spero un giorno di riuscire ad omaggiare mio nonno Carlo, magari facendo una mostra proprio nella piccola galleria La Bitta di Roma che per decenni ha gestito. 

 

Sono stato un bambino in cerca di risposte senza avere chiare ancora le mie domande, oggi sono un uomo e spero che queste parole, possano aiutare a indirizzare chi si sta cercando. 

 

Salomè da Silva  

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