Ho incontrato Elizabeth Rasicci, autrice televisiva, documentarista e giornalista e ho voluto farle qualche domanda, per interpretare e conoscere al meglio la sua poliedricità.
Prima di tutto sono un essere umano di 36 anni, perfettamente consapevole del concetto di entropia (cioè che sta invecchiando! ride…)
Una donna con un vissuto alle spalle e parecchie vite ancora da attraversare.
Amo il cinema, la settima arte è stata la mia prima vera formazione. Amo la letteratura e le storie degli altri, forse perché è attraverso di esse che ho imparato a capire me stessa. Da qui la scelta di trasformare ciò che sono nel mio lavoro.
Sono nata a Napoli, sotto il segno dell’Ariete, ma ho sempre vissuto da nomade. Mia madre è napoletana con radici gallesi, mio padre romano con origini croate. Sono il risultato di incroci, spostamenti, stratificazioni. Vivo nel mondo e il mondo, e quel mondo sento il bisogno di raccontarlo.
E sì, se state pensando che io sia esaurita: avete ragione.
Hai firmato programmi per importanti produzioni quali Warner Bros, Discovery e Rai; quali temi hai trattato?
Mi interessa raccontare le storie e le anime. Entrare nel cuore delle persone, restarci il tempo necessario e portare alla luce ciò che spesso non sanno, o non riescono, a dire.
Ho scritto e lavorato a programmi di natura profondamente sociale. Ho attraversato gli strati della società e le loro fratture, raccontato la realtà così com’è, la sessualità, la violenza, anche quella silenziosa, esercitata dalle istituzioni.
Mi piace pensare di aver bussato alle porte delle persone e che, quando hanno aperto, mi abbiano lasciata entrare davvero.
Si sa che la tua grande passione è la Storia; da dove nasce quest'interesse?
Credo nasca dalla consapevolezza che tutti proveniamo da qualcos’altro. Sotto i nostri piedi c’è la terra calpestata da chi ci ha preceduti, e per me è fondamentale riconoscerla: sentire i passi di chi è stato qui prima di me e sapere di dover lasciare qualcosa a chi verrà dopo.
Nella storia ho sempre visto riflessa la mia vita, la nostra. Nei personaggi storici ho sempre riconosciuto frammenti di me stessa, perché prima di essere nomi, date o simboli, erano esseri umani, pieni di contraddizioni, nel bene e nel male.
La storia è profondamente umana e serve a ricordarci che lo siamo anche noi. Qui e ora.
La tua ultima produzione è stato il podcast Arnesi; puoi raccontarcelo?
“Arnesi, bambini in manicomio” nasce da un’esigenza profondamente personale.
Ho studiato psicologia per molti anni e conoscevo bene i limiti del sistema istituzionale e per questo la storia di quelle persone, e soprattutto di quei bambini, era dentro di me da tempo.
È rimasta lì, a stratificarsi, a prendere forma quasi da sola, fino a quando ho scelto, passo dopo passo, di darle voce. Di mostrare come la storia non sia affatto sepolta, ma drammaticamente vicina all’attualità.
Possono cambiare gli stili, la moda, i linguaggi; la televisione può evolversi e le immagini non essere più in bianco e nero. Ma alcune dinamiche, purtroppo, non cambiano mai. Ed è necessario ricordarlo.
La storia si ripete, sì. E lo fa ogni volta che scegliamo di dimenticare ciò che è stato.
Qualche mese fa invece hai pubblicato Il Segreto della Rosa Bianca, un romanzo che ha suscitato grande interesse e curiosità; nel personaggio Elizabeth di York, ritroviamo un po’ della tua Elizabeth?
Ah oddio… questa, per me, è una domanda difficilissima. Proverò ad essere esaustiva senza perdermi (ride)
Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo non avevo alcuna intenzione di pubblicarlo. Non lo immaginavo neppure…
Anche in questo caso è nato da un’esigenza profondamente personale.
Stavo lavorando al mio documentario su Riccardo III. Ero a Leicester e ho seguito il reburial: un evento unico, irripetibile. Non smetterò mai di essere grata alla vita per avermi permesso di essere lì, presente, e di poter raccontare quel momento.
Ho iniziato a scrivere per caso. Il nome di Elizabeth di York si è imposto da solo e scegliendo lei, senza rendermene conto, stavo scegliendo anche me stessa. È stata una decisione del tutto inconsapevole.
L’ho capito davvero solo quando il libro è uscito.
Cosa bolle in pentola per il 2026?
Ho promesso a me stessa di terminare e portare in giro un film documentario a cui tengo profondamente. Anche questo progetto vive dentro di me da tempo, in silenzio, e nel 2026 voglio finalmente farlo emergere, dargli forma, renderlo vivo.
E poi, naturalmente, il secondo capitolo della mia trilogia su Elizabeth di York. Una trilogia che, in fondo, parla del tempo: di ciò che lo attraversa, lo sfida e lo spezza. Dell’amore che supera persino la morte, che per noi resta il limite estremo del tempo stesso.
Giovanni Maiellaro
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