Dopo il grande successo ottenuto con Greta Garbo, Natalia Simonova torna sul palco del Teatro Porta Portese con Marlene Dietrich, nuovo appuntamento della rassegna teatrale Hollywood – La Fabbrica dei Sogni, progetto di ampio respiro da lei ideato, diretto e interpretato.
In scena il 4 e 5 marzo 2026, Marlene Dietrich – L’Angelo Azzurro della Ribellione racconta il viaggio di una donna partita da Berlino per conquistare Hollywood e il mondo, diventando simbolo di eleganza, forza e libertà. Attrice straordinaria e cantante dalla voce inconfondibile, Dietrich emerge come figura anticonformista e coraggiosa, capace di scardinare le regole della femminilità del suo tempo.
Dopo il successo di Greta Garbo, torni al Teatro Porta Portese con Marlene Dietrich. Che tipo di evoluzione artistica rappresenta per te questo nuovo ritratto?
Greta Garbo è stata il silenzio, il mistero, l’assenza che diventa presenza. Marlene Dietrich, invece, è voce, è decisione, è magnetismo.
Per me rappresenta un’evoluzione verso una figura più provocatoria e seducente, ma allo stesso tempo altrettanto complessa.
Con Greta Garbo ho lavorato sull’intimità e sulla sottrazione; con Marlene Dietrich entro nel territorio della luce, del cabaret, della provocazione sottile.
È un passaggio dal sussurro alla dichiarazione. Come passare da una tavolozza di ombre e sfumature a colori più netti, più esposti.
Ma anche qui non mi interessa il mito: mi interessa la donna.
La racconto non solo attraverso la sua voce pubblica, ma anche attraverso lo sguardo più privato, quello della figlia, che restituisce una Marlene meno iconica e più umana.
Perché al centro resta sempre la stessa ricerca: l’anima, non la leggenda.
Ma in entrambi i casi il centro resta lo stesso: cercare l’anima della donna, non il mito.
Dietrich è stata eleganza, provocazione, libertà. Qual è stato l’aspetto più complesso da restituire in scena senza cadere nella semplice imitazione?
L’aspetto più complesso è stato non fermarmi all’immagine. Marlene è una figura potentissima dal punto di vista visivo: la voce, il taglio dello sguardo, il frac, la postura. Tutto è diventato iconico.
La vera sfida è stata entrare nella radice di quella eleganza e di quella provocazione. Capire che non erano ornamenti, ma scelte. Ogni gesto in lei aveva una misura, una consapevolezza. Non c’era mai eccesso, c’era controllo.
In scena non cerco di “fare” Marlene. Cerco di attraversare la sua tensione interiore, la disciplina che sosteneva quella libertà apparente. È lì che il personaggio smette di essere imitazione e diventa verità teatrale.
Nei tuoi lavori eviti sempre la retorica del mito e cerchi la dimensione umana. Quale Marlene scoprirà il pubblico che forse non conosce?
Scoprirà una Marlene meno iconica e più vulnerabile.
Non solo la donna del palcoscenico, della voce bassa e dello sguardo magnetico, ma una figura attraversata da dubbi, solitudini, contraddizioni. Una figlia prima ancora che una diva. Una madre. Una donna che ha costruito sé stessa passo dopo passo.
Mi interessa raccontare ciò che precede il mito: gli inizi, le scelte difficili, gli amori, il rapporto con la figlia che la osserva e la restituisce in una luce più intima, interpretata da Diletta Cappannini.
Il pubblico incontrerà una Marlene che non vive solo nella leggenda, ma nella fragilità. Ed è proprio lì che diventa universale.
Lo spettacolo intreccia parola, musica e atmosfera da cabaret. Come costruisci l’equilibrio tra racconto biografico ed emozione teatrale?
La biografia, da sola, può restare racconto; l’emozione, da sola, può diventare intensità senza direzione. Il mio lavoro è farle incontrare e lasciarle respirare insieme, perché solo nel loro dialogo il teatro prende vita.
La biografia mi offre i fatti, le date, le scelte dei miei personaggi. Ma il teatro nasce quando mi chiedo cosa accade dentro quei fatti, quale vibrazione li attraversa, quale ferita o quale desiderio li muove. L’emozione teatrale è questo passaggio invisibile tra ciò che accade e ciò che si sente.
Quando il pubblico non ascolta soltanto una storia, ma si riconosce in una fragilità, allora quell’equilibrio si realizza. Per me il teatro comincia proprio lì: nel momento in cui la biografia smette di essere racconto e diventa esperienza condivisa con il pubblico.
Hollywood – La Fabbrica dei Sogni attraversa icone femminili immortali. Cosa ti affascina così profondamente di queste donne e cosa, secondo te, hanno ancora da dire oggi?
Mi affascina la loro solitudine dentro il successo. La loro capacità di reinventarsi. Il coraggio di esistere in un sistema che le voleva simboli, ma non sempre persone.
Queste donne parlano ancora oggi perché hanno aperto strade. Hanno messo in discussione ruoli, identità, libertà femminile, autonomia artistica.
Non erano perfette. Erano vive.
E il teatro serve proprio a questo: a riportare vita dove siamo abituati a vedere solo leggenda.
Non ci resta che andare al Teatro Porta Portese e goderci questa straordinaria interprete.
Stefania Vaghi
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