Johnson E Il No-deal Ad Ogni Costo, Compreso Chiudere Il Parlamento

Johnson E Il No-deal Ad Ogni Costo, Compreso Chiudere Il Parlamento

La Regina autorizza la chiusura del parlamento fino a metà ottobre. Il primo ministro guadagna tempo per una uscita dalla UE senza accordo

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In principio fu Carlo I di Stuart. A metà del '600 i parlamentari guidati da Oliver Cromnwell rovesciarono il monarca despota che non aveva ottenuto i fondi per la guerra contro la Spagna e chiuse il parlamento col risultato di venir poi decapitato. Non sarà ciò che accadrà a Boris Johnson, ma la maggior parte degli inglesi, o meglio, in tempo di globalizzazione, dei residenti nel Regno Unito, lo vorrebbe fortemente vedere sul ceppo. Intorno alle 9 di mercoledì mattina è arrivata a Buckingham Palace la richiesta di chiusura del parlamento per provvedimento reale, incontestabile, che si è già verificata in passato, ma mai con un tempo così lungo: il 14 ottobre la Regina Elisabetta terrà il discorso di inaugurazione dell'anno parlamentare dopo circa un mese di chiusura, perché il 9 settembre partirà il periodo di sospensione dei lavori. Mai dal 1945 si era verificato uno stop così lungo, e chi accusa Elisabetta di connivenza con il primo ministro sbaglia: quella dell'autorizzazione del monarca è una pura formalità alla quale la Regina non può sottrarsi, altrimenti vorrebbe dire schierarsi politicamente, cosa che il sovrano d'Inghilterra non può categoricamente fare. 

Ma dietro all'operazione è chiaro che sia riconoscibile uno stop anomalo rispetto al passato. Due i precedenti: Major nel 1997 chiuse il parlamento per impedire il dibattito su uno scandalo che lo riguardava, e arrivarono le elezioni. Nel 1948 Clement Attlee, laburista, fermò le camere per velocizzare la nazionalizzazione delle industrie siderurgiche. Stavolta la parola d'ordine è Brexit: chiudere il dibattito per impedire che le forze europeiste mettano in piedi un accordo che impedisca il no-deal, ossia l'uscita dalla UE senza accordi, scenario temutissimo dai mercati e dai lavoratori di Gran Bretagna. Sono più di 700 mila le firme raccolte in queste ore per fermare Johnson, e un coro di voci sdegnate si è sollevato nell'ambiente politico britannico, con alla testa il leader dei laburisti Jeremy Corbin. La vera morale, osservando anche in parallelo la situazione italiana, è che davvero pare che il cittadino non conti più. Governi fatti con inciuci e rimpasti dalle stesse mani dei politici, il premier britannico eletto solo da una stretta maggioranza di votanti appartenenti al partito conservatore, circa 160.000 iscritti, e non con un voto su base nazionale. La politica oggi non serve più: contano gli interessi, il vil denaro e la bramosità di populismo e slogan forti. A guardare i capelli di Trump e Johnson vien da pensare che siano quasi la stessa persona: il presidente Usa ha ovviamente ben accettato la chiusura del parlamento con toni da adolescente: "Boris Johnson è un grande!". Hugh Grant invece, l'ha toccata piano sul suo profilo Twitter: "State fottendo il futuro ai miei figli. E la libertà per la quale mio nonno ha combattuto due guerre mondiali". Il 31 ottobre è la data designata per l'uscita dalla UE: i tempi sono risicati e se in tre anni (quelli trascorsi dal referendum che premiò il "leave" 52% contro 48) non si è fatto un passo avanti, è difficile pensare che un parlamento menomato da un lungo stop possa fare di meglio. Il 17 ottobre, data del consiglio europeo, sapremo forse qualcosa di più decisivo. Un romanzo a metà fra il thriller e l'horror questa Brexit: difficile immaginare un lieto fine. A Johnson va già di lusso che non potrà essere decapitato.

Stefano Ravaglia 

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