Autore Di Vari Reportage E Del Romanzo Materia

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Intervista con il fotografo e scrittore Jacopo La Forgia

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Caro Jacopo, intanto, benvenuto e grazie per aver accettato di essere nostro ospite.

Il tuo profilo artistico ricorda quello di Tiziano Terzani. C’è qualcosa che vi accomuna? Per esempio, qualche affinità dal punto di vista autoriale?

Ci accomuna probabilmente l’interesse per le storie asiatiche. Io però non mi occupo solo di non-fiction ma anche di fiction e di fotografia. L’Asia non è per me solo luogo di storie vere, ma anche di storie inventate.

Abbiamo abbozzato qui di sopra una sintetica biografia, tuttavia piuttosto eloquente. Vorrei ci parlassi ora dei tuoi interventi su testate diffuse a livello nazionale, quali Il Corriere della Sera. Si è rivelata un’esperienza significativa? Se sì, perché?

Per il Corriere della Sera di Firenze ho scritto un racconto breve dal titolo “I denti dei pesci” che è poi finito nel mio romanzo, come interludio. Forse qualcuno mi ha letto sul Corriere della Sera, si è incuriosito e ha acquistato il mio romanzo Materia. Se così fosse, ne sarei felice.

Ti interessa, invece, il giornalismo di costume?

Ne so molto poco.

Il reportage crea un forte coinvolgimento emotivo a livello di fruizione di notizie poco note. Come ti ci sei accostato? Penso esista una sorta di vocazione.

Sono ancora all’inizio. Ho cominciato in India un paio di anni fa, a Nuova Delhi, raccontando dei “ragpickers”, i raccoglitori di pattume che vivono nei pressi della discarica della città, una montagna d’immondizia visibile a chilometri di distanza. Si lavora ai reportage quando si ha un forte interesse per le storie e quando s’intuisce di avere i mezzi per raccontarle.

E il pericolo? Lo avverti e lo combatti, o manca il senso stesso della sua esistenza?

Dal mio punto di vista, le situazioni in cui mi trovo non sono mai davvero pericolose. Tengo i rischi sotto controllo. Anche se devo camminare per chilometri da solo su un fiume ghiacciato a 4000 metri di altitudine, come ho fatto un paio d’inverni fa. Devo essere sicuro che il ghiaccio non si romperà, altrimenti non ci metto piede. Non m’interessa mettere la mia vita a repentaglio. Vado nei posti per raccontare storie, non per morire facendolo.

Mi incuriosisce molto la dissertazione su un testo complesso come Infinite Jest. Ci ricapitoleresti i punti salienti della tua tesi?

È un lavoro specialistico piuttosto complesso, difficile riassumerlo brevemente. Ne ho però tratto un articolo pubblicato su l’Indiscreto: https://www.indiscreto.org/a-spasso-per-infinite-jest/

Perché studiare filosofia? E perché scrivere? Ne ha parlato molto e a lungo Philip Roth in un suo recente romanzo.

La filosofia si studia per difendersi dalla verità, la scrittura si pratica per via di un’ossessione.

Veniamo ora al tuo primo testo di narrativa lunga: Materia. La fuga degli elementi. Sottilmente distopico ed intriso di afflizione per i disastri ambientali… Ti va di parlarcene a livello di trama, suggestioni e accoglienza di pubblico e critica? Hai carta bianca.

In verità non si tratta di una distopia, benché questa categoria sia stata usata spesso da chi l’ha letto. Materia è un’eterotopia. Parla del rovesciamento della realtà, del suicidio, dell’acqua, della scultura ed è narrata da un elefante di nome Ben. È stato accolto molto bene, al Salone di Torino è stato indicato dalla Fondazione Circolo dei Lettori come uno dei quattro esordi dell’anno. Io non lo posso rileggere perché sono sicuro che ci troverei ovvietà e inesattezze, e soffrirei come un cane.

Il disastro climatico odierno, dalla scomparsa dei ghiacciai all’incendio del polmone del mondo, l’Amazzonia; dai monsoni in Asia alle inondazioni in Africa. Come ti senti di commentare questa situazione?

Non ho la preparazione scientifica per commentarla.

Quale può essere, in questo momento storico, il ruolo degli intellettuali nel nostro Paese?

Chiudersi in casa, scrivere un libro, pubblicarlo, vendere dieci copie, piangere un po’, richiudersi in casa, scrivere un altro libro, pubblicarlo, vendere altre dieci copie, piangere un altro po’.

Documentari e film. Quale consiglio ci daresti?

I primi che mi vengono in mente. I documentari di Minervini e i film di Tarkovskij.

Sogni nel cassetto per progetti futuri?

Troppi.

Grazie mille,

Chiara Zanetti

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