Intervista A Francesco Fieschi

Cosa c'è dietro il successo della Famiglia Fieschi di Altamura? A svelarci qualche piccolo segreto al sapore di mandorla è Francesco Fieschi, pasticciere, imprenditore e portavoce di una famiglia che ha fatto la storia nel mondo della pasta di mandorle, e non solo…

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Da piccolo laboratorio di pasticceria degli anni 70 a uno dei più importanti brand di food odierni, qual è il segreto del successo della Famiglia Fieschi di Altamura? A svelarci qualche piccolo segreto al sapore di mandorla è Francesco Fieschi, pasticciere, imprenditore e portavoce di una famiglia che ha fatto la storia nel mondo della pasta di mandorle, e non solo…

La vostra famiglia è al vertice da anni, ma come si vede Francesco Fieschi pasticciere e imprenditore?

Per quanto mi riguarda, faccio parte della terza generazione che si occupa di food in generale e questa generazione ci ha visti protagonisti di un’evoluzione che da semplici artigiani (sia nel prodotto sia nella gestione dell’azienda) ci ha portati a diventare imprenditori, avendo la fortuna di svolgere un lavoro che ci piace e ci appassiona. Nascendo, poi, nel dopoguerra, proprio come pasticcieri specializzati in pasticcini di mandorla, un prodotto che contraddistingue la Puglia, nostra terra di origine, possiamo contare su un know how non indifferente in materia di cibo e di prodotti alle mandorle.

Rifacendoci a quanto hai appena detto, nascete, appunto, come pasticcieri, aggiungete poi il gelato come eredità dell’altro ramo della famiglia e nel 1999 vi gettate nella ristorazione. Come è avvenuto il passaggio da semplici artigiani a imprenditori della ristorazione in generale?

Per me è stata una cosa molto interessante. Negli anni 70 mio padre aveva un laboratorio di pasticceria e riforniva le poche caffetterie presenti all’epoca ad Altamura; fiutò l’idea di business e pensò bene di aprire una caffetteria con pasticceria e gelateria. Poi, nel 1999, abbiamo deciso di estenderci alla ristorazione in generale e avendo fatto io un percorso di formazione presso un ufficio alberghiero sono stato in parte promotore di questa iniziativa.

È qui, quindi, che nasce il Francesco Fieschi imprenditore?

Sì, diciamo che ogni giorno mi rendo conto sempre più del fatto che con il tempo uno matura, considera che nel 99 avevo18 anni, non avevo proprio in mente l’idea dell’imprenditoria. A quell’età un ragazzo pensa solo a fare quello che gli piace e a seguire con passione quella che è stata la sua vita quotidiana; considera che, effettivamente, io sono nato dentro un laboratorio, i miei lavoravano con impegno e sacrificio tutto il giorno e io passavo il mio tempo lì con loro. Fondamentalmente, ho iniziato a rendermi conto di essere imprenditore di questo settore una decina di anni fa, quando, probabilmente, sono maturato anche mentalmente e ho iniziato a prendermi delle responsabilità e a voler far sì che la mia azienda puntasse non solo a produrre ma a diventare una vera e propria realtà imprenditoriale.

A volte si porta avanti un’impresa di famiglia più per dovere che per passione. Il tuo percorso come è stato? Più passione o più dovere nel rispetto dei tuoi e delle generazioni precedenti?

Sicuramente nella testa da ragazzo lo fai perché hai sempre respirato quel tipo di aria, di routine e, di conseguenza, sei indirizzato su quella via. Inoltre, penso che se tre generazioni fanno questo lavoro, avvengono quasi delle vere e proprie mutazioni genetiche all’interno del nostro DNA che ci spingono a farlo in maniera spontanea. Non ti rendi conto che lo stai facendo per dovere, lo fai solo perché sei portato a farlo. Come le api geneticamente devono andare di fiore in fiore, tu ti ritrovi a fare quello che fai e la maturità avviene nel momento in cui inizi a capire che questo è il lavoro, l’impresa e in quel momento hai la conferma o meno che stai facendo ciò che ti piace. Oggi, mi sento molto più proteso verso la parte commerciale dell’azienda, quale il marketing, la gestione, la ricerca, lo sviluppo, e sono fortunato a farlo con una formazione di know how generato in tutti questi anni. Nel momento in cui decido una strategia, di partecipare a un evento o di produrre un prodotto non lo faccio perché piace a me, ma perché ho una chiave di lettura che viene proprio dall’aver passato tanti anni nella parte pratica, dall’aver avuto due genitori con tanta esperienza e, soprattutto, dal tempo dedicato al lavoro. Ho, inoltre, avuto la fortuna di avere avuto mia nonna con noi fino a qualche anno fa. Il vero tesoro è proprio questo: l’aver avuto alle spalle tutto questo, rispetto magari a chi deve iniziare tutto da zero. Ma, allo stesso tempo, devi saper sfruttare questa fortuna, altrimenti la dilapidi completamente.

Guardando indietro al background di cui abbiamo appena parlato, cosa c’è secondo te alla base del successo della famiglia Fieschi?

Sicuramente il fatto di aver fatto sempre questo lavoro con serietà, con dedizione, con impegno, con passione e poi, ovviamente, l’aver fatto in modo, a un certo punto, che questa azienda di stampo artigianale, cosa che è tutt’ora, iniziasse a vedere le cose in maniera anche imprenditoriale. Però, prima di arrivare ad essere imprenditori, la fortuna è stata anche quella di aver sempre lavorato in maniera onesta e come dice il nostro motto: “fare ogni giorno le stesse scelte come se le stessi facendo per i tuoi figli”, perché nel momento in cui raggiungi quest’ottica, il tuo lavoro è fatto bene, perché per un figlio fai il meglio che puoi. E quando, oggi, proponiamo qualcosa ai nostri clienti sappiamo già che la possono mangiare perché è preparata apposta per loro, per i nostri figli. Un valore questo che oggigiorno, per nostra fortuna, non tutti riescono a offrire e, forse, la chiave del nostro successo è proprio questa.

Cosa c’è alle basi di un buon prodotto?

Alla base c’è, sicuramente, il fatto che quando si selezionano materie prime pregiate, bisogna avere le conoscenze per selezionarle e saperle, poi, trasformare in un prodotto di eccellenza; come un orafo sa trasformare l’oro in un bel oggetto che, poi, diventa artisticamente un pezzo pregiato, così tu devi saper lavorare in modo adeguato le migliori materie prime per non correre il rischio di produrre prodotti scadenti e di dover, poi, ricorrere (come spesso accade in altre realtà) a beni già lavorati per ottenere risultati.

Rifacendoci proprio a questo concetto, oggi giorno, si sta perdendo sempre più il concetto di prodotto artigianale, puro, per lasciare spazio alle grandi catene di distribuzione alimentare, cosa pensi a riguardo?

Penso che oggi, purtroppo, la qualità della vita in generale, in cui rientra anche il discorso food, è notevolmente calata ed è un’utopia poter dire che la qualità è per tutti. Purtroppo, viviamo in un contesto sociale dove c’è sicuramente una perdita e una crisi di valori che crea una vera e propria crisi economica dove non tutti si possono permettere di mangiare “bene”. Inoltre, la gente è troppo impegnata a fare soldi per poter vivere, anzi sopravvivere, e non ha più a disposizione il tempo di una volta da dedicare ai piaceri della tavola, alle cose vere e genuine, e si riduce, in maniera quasi inconscia, a comprare seguendo ciò che i media, la pubblicità o la cosa più comoda gli offre. Consideriamo, ad esempio, il periodo in cui si godeva di un determinato benessere economico, lì la gente era talmente concentrata sul lavoro che sceglieva il pasto più veloce per mangiare, che negli ultimi 20 anni è stata la carne. Una fettina di carne, infatti, la butti in padella e in 5 minuti è pronta, mentre fare un buon piatto di pasta, un buon dolce, una verdura o un legume significa, invece, saper comprare e sapere dove andare a comprare, perché oggi la spesa si fa tutta nello stesso supermercato, dove non trovi più la materia prima ma, addirittura, trovi il prodotto già pronto da mettere nel microonde e mangiare. Ovviamente, non ho nulla contro questo tipo di meccanismo, perché sarei ipocrita nel dire che è sbagliato, in quanto, purtroppo, è la realtà in cui viviamo; semplicemente noi ci mettiamo del nostro nel cercare di offrire il meglio, anche se, purtroppo, questo meglio è solo per chi se lo può permettere, perché non possiamo offrire un prodotto con gli standard di prezzi delle grandi distribuzioni, in quanto quello che produciamo viene fatto con altre dinamiche, con materie prime, criteri e costi differenti. Noi non prendiamo neanche a paragone cosa fa l’industria, perché seguiamo un tipo di dogma totalmente differente. Fortunatamente, oggigiorno, ci sono evoluzioni e tecnologie che aiutano anche artigiani come noi a produrre meglio, a ottimizzare e a offrire il cosiddetto rapporto qualità prezzo con parecchi dei nostri prodotti. Credo che in futuro la tecnologia possa aiutare l’artigiano a realizzare un prodotto di qualità rispettando la tradizione e i criteri di salubrità del cibo inteso come cibo non che faccia bene ma che non faccia male. Molti cercano l’alimento senza latte, senza quello o quell’altro, noi non vogliamo fare prodotti “senza”, vogliamo fare prodotti che non fanno male

Con il matrimonio di Eva Grimaldi e Imma Battaglia abbiamo sicuramente assistito all’evento dell’anno e voi siete stati tra i protagonisti in fatto di catering. Cosa ha significato per voi partecipare a un evento così importante che ha segnato una svolta in Italia?

È stato un onore perché quando un Antonello Colonna, uno stellato che fa una cucina quasi ancestrale, ancorata a dei criteri e concetti molto forti o un Enzo Miccio che, comunque, è una persona abituata a girare, ad assaggiare e, quindi, a un livello di selezione abbastanza elevato, approva il prodotto che hai fatto degustare, già questo diventa per me motivo di grande orgoglio. Quando, poi, durante la festa e nei giorni successivi, persone di un certo calibro ti mandano un feedback positivo sul prodotto, la soddisfazione è ancora più alta. Negli anni, abbiamo partecipato a diversi eventi di un certo livello e questo non è solo motivo di orgoglio, ma ti proietta anche verso direzioni interessanti a livello imprenditoriale e di brand. Sappiamo bene che viviamo in un periodo in cui è importante trovarsi in determinati contesti, perché, sempre imprenditorialmente parlando, questo tipo di partecipazioni, di coinvolgimenti elevano la visibilità del brand e danno riscontro a tutti i sacrifici e gli investimenti fatti.

Rimanendo in tema di riconoscimenti, il 20 maggio scorso sei stato insignito del premio Excellence Puglia 2019, come miglior pasticceria pugliese…

Sì, ho ricevuto un premio anche inaspettato se vogliamo, perché, comunque, anche se facciamo bene il nostro lavoro, siamo molto autocritici e, quindi, quando veniamo premiati per noi è sempre un momento di sorpresa. In passato, abbiamo ricevuto premi con gambero rosso, siamo stati scelti dal pubblico come migliore caffetteria, e anche altri premi, però non ti nascondo che ogni volta riceverne uno è veramente motivo di sorpresa e di stimolo. Recentemente, siamo, anche, stati coinvolti, a Matera (città della cultura 2019), nell’evento per la presentazione del libro di Claudia Conte; lì hanno voluto allestire un buffet di pasticceria di mandorla con le nostre Promesse e la Passione di mandorla che sono due prodotti che ci stanno dando grandi soddisfazioni. Riprendendo un po’ il discorso iniziale, mi sento quasi di tornare al passato, mi sento sempre più stimolato a credere nei prodotti di mandorle, a concentrarmi sullo studio e l’evoluzione del prodotto stesso e il lavoro fatto negli ultimi dieci anni, ci sta portando risultati importanti e, quando ci rifletto, mi dico che mi sto appassionando a una cosa facendo, contemporaneamente, un salto indietro di tre generazioni, in quanto mi sto focalizzando nel far diventare il nostro brand un leader sul mercato dei prodotti di mandorle e non solo a livello nazionale. Queste, in conclusione, sono le mie aspettative imprenditoriali future.

Aspettative imprenditoriali future legate alle origini e alla famiglia… Possiamo, quindi, sperare, per il futuro, in una quarta generazione?

Sicuramente, come ogni padre, spero che mio figlio possa succedermi nel regno, ma dico anche che le nuove generazioni non sono come le precedenti e non conoscendole non posso avere la presunzione di dire a mio figlio cosa fare in futuro. L’unica certezza che ho e che mi ha trasmesso mio padre è che “se a un figlio trasmetti principi e concetti e non gli dai imposizioni e regole ottieni molti più risultati”. Sicuramente vorrei che mio figlio facesse ciò che gli piace. Quel che gli auguro è di formarsi come imprenditore in qualsiasi campo e per quello che concerne il nostro settore, posso solo insegnargli bene il mestiere e sperare in una quarta generazione; più di questo non posso fare.

Alessia Graffi

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