C’è una squadra che, da quanto è approdata nella massima serie italiana, è sulla bocca di tutti e, in particolare, lo è quest’anno per merito del suo piazzamento in zona Europa alla fine del girone d’andata. Si parla, ovviamente, del Como.
Doverosa premessa: non si tratta di un "miracolo", ma di un "progetto". Un progetto nato nel 2019, quando la squadra militava in Serie C, dopo il fallimento e retrocessione nei dilettanti arrivato due anni prima, e fu rilevata dalla società “SENT Entertainment LTD”, con sede a Londra e facente capo alla Djarum, azienda indonesiana del settore del tabacco appartenente ai fratelli Robert e Michael Hartono, il cui patrimonio è stimato intorno ai 50 miliardi di dollari.
Un progetto nel quale, in questi cinque anni abbondanti, sono già stati riversati circa 400 milioni di euro a suon di aumenti di capitale e che nel tempo vuole abbracciare non soltanto la società calcistica con tutti i suoi asset, a partire dallo stadio, ma monetizzare il marchio "Como" a 360 gradi, a partire dalla città stessa e dal fascino del suo lago, particolarmente apprezzato oltreoceano.
Premesso questo, ciò che questo articolo vuole mettere sotto i riflettori è l'ondata di qualunquismo che sta portando molti addetti ai lavori a definirla una squadra "che sta simpatica a tutti" (perché dovrebbe? Fortunatamente in Italia esistono ancora le rivalità sportive) o un "esempio da seguire" (ok, ma come)?
Dal punto di vista economico, come si è intuito da ciò che ho scritto inizialmente, il Como non può certo definirsi una "piccola". In un mondo del calcio sempre più legato al fattore economico, soprattutto in un paese come il nostro che ormai "tira a campare", dove molte squadre di medio-bassa classifica vivono alla giornata, avere alle spalle un gruppo di tale calibro sia l’eccezione che conferma la regola. Non ci vuole dunque molto a capire che il Pisa o il Lecce di turno, due nomi che ho scelto casualmente, con tutto il rispetto per la loro tradizione, non possano minimamente permettersi di lavorare come sta facendo la società lariana.
Una società che, tra le altre cose, ha avuto la lungimiranza di crescere l'attuale allenatore in casa, acquisendolo sapientememente quand'era un calciatore a fine carriera, dandogli fiducia a 360 gradi sia dal punto di vista tattico, che sul mercato, riguardo alla tipologia di calciatori da inserire in rosa per il suo gioco, difendendolo a spada tratta nei momenti più difficili, cosa impossibile da fare in altre piazze. Il tutto, non dimentichiamolo, avendo il coraggio di mettere da parte Longo, nonostante avesse contribuito in maniera determinante al passaggio di categoria e non avesse cominciato male la stagione.
Cerchiamo dunque di contestualizzare un progetto di questo tipo nelle cosiddette "big" e chiediamoci: quale grande squadra italiana potrebbe permettersi di lavorare in questo modo, accettandone gli alti e bassi? La risposta, ad oggi, è: NESSUNA, a meno di non voler allargare il concetto a squadre considerate tali, o per motivi storici (per esempio la Roma o la Fiorentina, frenata però dall’impossibilità di costruire uno stadio di proprietà), o per motivi di recente crescita (Atalanta su tutte).
In tal senso, il progetto più vagamente simile a quello del Como è quello che sta portando avanti il Milan, la cui proprietà sta cercando di sfruttare il brand, come da tradizione statunitense, fare player trading e investire molto sui giovani, arrivando quasi al punto di anteporre il risultato economico a quelli ottenuti sul campo, salvo poi dover correggere il tiro in corsa dopo la tragica annata dell’anno scorso, affidandosi ad un tecnico risultatista come Allegri. Tutto questo perché una piazza come quella milanese, anche si sta facendo di tutto per svuotarla dai tifosi storici per sostituirli con tanti paganti stranieri, è molto pretenziosa e il valore del marchio è legato in modo proprzionale a quello della squadra stessa e dei suoi risultati.
Risultati che il Como sta ottenendo anche per merito del gioco di Fabregas: quel possesso palla dal sapore un po’ anacronistico che sta permettendo a Butez di essere, al momento, il portiere meno battuto del campionato. Se si analizzano le partite del Como (compresa l’ultima vinta per tre a zero contro il Pisa), però, si può notare come in realtà spesso la squadra dello spagnolo conceda molto alle ripartenze avversarie, che però spesso non vengono capitalizzate a dovere. Quando il mese scorso, al posto di un attaccante pasticcione come Nzola, i lariani si sono trovati ad affrontare calciatori del calibro di Lautaro e Thuram, la musica è stata tutt’altra e sono tornati e casa con quattro goal in saccoccia e tanti pensieri per la testa.
Non è tutt’oro quello che luccica, insomma. Questo non vuole assolutamente intaccare la bontà di un progetto che sta andando a gonfie vele per la piazza nella quale è stato pensato e costruito, seguendo una tabella di marcia quasi maniacale, che quasi certamente lo porterà a issarsi con regolarità nella parte alta della classifica. Semplicemente si tenta di dimostrare come spesso, in questo paese, ci si lascia trascinare troppo dall’entusiasmo, senza entrare nei dettagli e si faccia sembrare semplice o economico qualcosa che non potrebbe essere più distante da queste definizioni.
Ben venga il Como, dunque, sperando si possano vedere altri progetti vincenti – come la già citata Atalanta, probabilmente molto più sostenibile come idea e già vincente in Europa League - prendere il posto di molte raffazonate squadre della nostra Serie A, ma non si pensi che sia qualcosa di facilmente ripetibile. Se si vuole riportare il calcio italiano a livelli differenti da quello attuale, la ricostruzione deve partire dal basso (delle serie minori) e dell’alto (dei vertici del nostro sport): non si può pensare che tutto possa essere sistemato con la bacchetta magica, un club alla volta, da singole realtà economiche e sportive.
Matteo Tencaioli
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