Un Requiem Per Marco Giampaolo

Nuovo cambio in panchina per il Milan, che chiama Stefano Pioli per cercare una svolta dopo il brutto avvio di stagione

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In casa Milan si sta vivendo l’ennesima rivoluzione. Dopo avere cambiato proprietà per due volte in tre anni, siamo a quota otto tecnici nel doppio del tempo, con l’arrivo di Stefano Pioli al posto di Giampaolo. Ma questo nuovo avvicendamento, che porta la società rossonera a ricordare sempre più da vicino il Palermo di Zamparini o il Genoa di Preziosi, era veramente necessario?

Poco più di un mese fa, chi scrive si era messo nei panni dell’avvocato del diavolo in difesa dell’allenatore scelto per il Milan ad inizio stagione: Marco Giampaolo. Un tecnico non proprio giovanissimo, con idee ben definite, molta gavetta alle spalle e da colmare un gap molto importante: l’approdo in una grande squadra, nello specifico una nobile decaduta. Impresa doppia, quindi, perchè oltre alla normale difficoltà di affrontare pressioni completamente diverse sia in termini di società, che di pubblico, era arrivato nella condizione di provare a riportare un Milan mediocre a giocare a calcio, portandosi dietro quell’appellativo di “Maestro” che lui non ha mai chiesto a nessuno di affibbiargli, nè del quale si è onestamente mai vantato, definendosi più che altro uno stakanovista.

Era il periodo della pausa per fare spazio alle nazionali, proprio come ora: un vero e proprio incubo per gli allenatori, dato che viene visto dalle società come il momento migliore per cambiare, anche se in tutta onestà pare una regola più adatta alle squadre che non vedono partire molti effettivi, piuttosto che al Milan. Al tempo si erano giocate solo tre giornate e, nonostante non si fosse visto un grande gioco, erano arrivati sei punti: un bottino tutto sommato sufficiente per tenere a bada i più scettici, nonostante le critiche per la mancanza di gioco della squadra.

Non puoi insegnare al granchio a camminare dritto

Su queste pagine si predicavano calma e pazienza: parole che in Italia faticano a trovare spazio, soprattutto presso alcune società e i tifosi di alcune squadre. Poi è arrivato il KO nel derby, prevedibile, seguito dall’immeritata sconfitta a Torino e da quella disastrosa in casa contro la Fiorentina. Risultati decisamente meno prevedibili, dopo i quali erano comunque arrivate le parole di Maldini a rassicurare tutti riguardo al fatto che, per una volta, si sarebbe fatto qualcosa di diverso: “Massima fiducia in Giampaolo”, diceva. Passa una settimana, il Milan vince a Genova grazie allo stravolgimento di formazione tra il primo ed il secondo tempo e tutto sembra rientrare, ma non è così. L’allenatore rossonero si ritrova in dubbio dopo avere portato a casa tre punti, perchè nel frattempo si è rotto qualcos’altro nella dirigenza. Nello specifico si parla delle palle di Boban (scusate il francesismo), visto correre come una furia negli spogliatoi all’intervallo. A suggerire la formazione, dicono le malelingue. A dare una strigliata, risponde chi di dovere.

Ed eccoci ai giorni nostri. Lunedì scorso arrivano le voci sul possibile esonero del tecnico, logicamente non figlio del risultato, ma più di un’incompatibilità genetica con alcuni giocatori. “Non puoi insegnare al granchio a camminare dritto”, diceva Aristofane quasi 2500 anni fa. Un semplice commediografo, che di sicuro aveva già colto con la giusta vena di rassegnazione uno dei principali difetti dell’uomo. Così Giampaolo non poteva pretendere di insegnare a Suso come si gioca trequartista, a non allargarsi sempre e non toccare la palla più di due volte. Non poteva insegnare a Piatek movimenti da attaccante moderno. Non poteva insegnare la fase offensiva a Rodriguez, nè quella difensiva a Conti, a Biglia a giocare in velocità o a Calhanoglu direttamente a giocare a calcio. Insomma, non poteva insegnare nulla e a cosa serve un maestro che non può insegnare? A niente, appunto, quindi fuori lui e dentro Pioli: uno che, a detta sua, è abituato a lavorare con quello che ha a disposizione. In poche parole la società comunica che, se ha messo in piedi una rosa paradossalmente giovane ed al contempo incapace di crescere, la colpa è soltanto dell’allenatore che ha provato a farli giocare a calcio. Chi scrive la pensa diversamente, pure consapevole delle colpe di Giampaolo che sicuramente ci sono state, ma chi sono io per non prendere semplicemente atto di quanto è stato detto?

Seguire la strada tracciata dall’Inter, nel vero senso della parola

Dicevamo di Pioli: “la prima scelta”, secondo le dichiarazioni di Boban e Maldini nella conferenza stampa di ieri. Che altro avrebbero potuto dire di fronte alle domande incalzanti dei giornalisti? La verità è che la società aveva puntato con forza su Spalletti già dall’immediato post-partita di Torino, ricevendo un secco rifiuto ribadito anche dopo la sconfitta contro la Fiorentina e trasformatosi in un “ni” ad inizio settimana, dopo giorni di pressioni e lavoro ai fianchi dell’ex-allenatore dei cugini nerazzurri, che tanto sta bene a casa sua a coltivare l’orto contando i milioni ricevuti dall’Inter tutti i mesi. Quei milioni che sono stati proprio il bandolo della matassa della trattativa, dato che il tecnico di Certaldo non aveva la minima intenzione di rinunciarvi almeno per un anno, nonostante il Milan gli promettesse la stessa cifra. Soldi che alla fine sono risultati decisivi per far saltare il banco.

Il buon Stefano, suo malgrado, può considerarsi addirittura un “piano C”, perchè la conseguenza più logica di tutto questo sarebbe stato dare ancora un po’ di tempo a Giampaolo, come da suggerimento dello stesso Maldini, ma ormai il tam-tam sull’esonero era rimbalzato dappertutto a causa delle grosse lacune comunicative della società e sarebbe stato controproducente lasciare in panchina un allenatore delegittimato agli occhi di tutti, quindi si è stati costretti in fretta e furia a cercare un usato sicuro. Sia ben chiaro: non c’è nulla contro Pioli, che si è sempre dimostrato un grande professionista ed ha ben figurato sia a Bologna che a Roma (sponda Lazio) prima di esoneri non del tutto imputabili al suo lavoro, ma proprio all’Inter si sono palesati tutti quei limiti che fanno pensare che il Milan sia tornato per l’ennesima volta a tirare a campare, come con Gattuso, Montella e predecessori vari, senza un vero progetto di crescita tecnica in mente.

La parola d’ordine è “VINCERE”

Siamo arrivati a ieri, giorno di firma, presentazione e primo allenamento coordinato dal nuovo allenatore. Pioli ci ha spiegato in conferenza stampa che a lui non interessa che i giocatori tengano la testa bassa o alta, ma che pensino soltanto a vincere. Una bella sfida, considerando che già in passato chi ha sbandierato questo tipo di slogan si è ritrovato a guardare il mondo da una diversa prospettiva e che lui stesso non vanta un curriculum proprio da vincente.

Paragoni storici e facili ironie a parte, è evidente che la strada che si troverà a percorrere il nuovo tecnico cominci con una ripida salita, sia alla luce del calendario che metterà presto sulla sua strada Roma, Lazio, Juventus e Napoli, inframezzate da qualche match meno probante, sia per la fredda accoglienza che lo aspetterà domenica prossima a San Siro da parte dei tifosi per la sfida contro il Lecce, anticipata dall’ingeneroso hashtag #PioliOut che da due giorni spopola sui social network con dei numeri da top trend piuttosto clamorosi.

Una situazione tipica del tifo nel nostro paese, che non farà il bene di nessuno. Piaccia o no, il nuovo tecnico è stato scelto e la cosa migliore da fare per i tifosi rossoneri sarebbe quella di sostenerlo al massimo sperando che riesca ad ottenere il massimo possibile. La società ha già fatto capire che, sebbene la qualificazione in Champions League rimanga l’obiettivo da tenere nel mirino, qualificarsi per la seconda competizione europea sarebbe sufficiente a Pioli per guadagnarsi la fiducia anche per il prossimo anno, dove ripartirebbe la corsa verso un posizionamento funzionale al ritorno in corsa per la Coppa dalle grandi orecchie. In caso contrario, inutile dire che la prossima estate staremo parlando nuovamente di un Milan alla ricerca dell’allenatore giusto. Magari proprio Spalletti.

Matteo Tencaioli

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