Quando Calcio E Politica Vanno A Braccetto

Lo spareggio Cile-Russia del '73, il Beitar Gerusalemme e il democratico St.Pauli

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Max Mosley, londinese classe 1940, è stato eletto presidente della FIA, la federazione internazionale dell'automobilismo, nel 1993. E' rimasto su quella poltrona sino al 2009, prima che Jean Todt, ex capo della Ferrari, ne prendesse il posto. Il padre, Oswald Mosley, fu colui che tentò di infilare il fascismo anche in Gran Bretagna con il suo "British Union of fascists", che ebbe però vita breve. Oswald sposò Diana Mitford, giornalista che condivideva le ideologie antisemite del marito, e che lo impalmò in gran segreto in una cerimonia officiata da un certo Joseph Goebbels, con Adolf Hitler unico ospite d'onore. Non vi sono ovviamente collegamenti tra le vicende dei genitori e la carriera professionale di Max, ma è soltanto una delle più vecchie relazioni tra sport e politica: a proposito di Max, fecero scandalo alcuni stralci di un filmato che lo ritraeva in un'orgia con alcune signorine vestite da gerarchi nazisti e per il quale la vicenda si trascinò in tribunale. Dal saluto militare dei turchi, al razzismo imperante, al Beitar Gerusalemme, squadra che scientificamente rifiuta giocatori arabi e musulmani tra le proprie file foraggiata dalla sua estremissima tifoseria, ai casi italiani delle curve iper politicizzate e che assumono sempre più un aspetto squadrista, ce n'è per tutti i gusti se apriamo il lungo libro della commistione tra politica e sport. 

Cile, 1973. Manca meno di un anno al Mondiale di calcio da disputarsi in Germania, e il regolamento delle qualificazioni prevede che la prima classificata del gruppo 9 effettui uno spareggio intercontinentale contro la vincente del gruppo 3 delle qualificazioni sudamericane. A Mosca, URSS e Cile pareggiano per 0-0 la gara di andata. L'allora segretario del partito Comunista, Breznev, oscura la diretta tv della partita. Da poco tempo il paese sudamericano è in mano al dittatore Pinochet, e i sovietici, al culmine di una spigolosa guerra diplomatica, si rifiutano di recarsi in Cile per la partita di ritorno in programma il 21 novembre. Lo stadio Nazionale viene utilizzato per la detenzione e la tortura di tanti dissidenti al regime, e Mosca non ci sta. Un sopralluogo allo stadio nei giorni precedenti al match, è naturalmente archiviato come una normale ispezione che non ha prodotto alcun segno critico all'interno dell'impianto in quel senso. L'URSS, integerrima, si rifiuta però di presentarsi. Il Cile scende ugualmente in campo in maglia rossa e pantaloncini blu, e segna un gol simbolico dopo una ripetuta serie di passaggi. I sovietici beccano ovviamente lo 0-3 a tavolino e il Cile va al Mondiale. 

Alla fine dei Settanta, è invece il brasiliano Socrates a rendersi protagonista politicamente all'interno del suo club, il Corinthians. I giocatori praticano una sorta di ammutinamento e quando da quelle parti la dittatura invece si chiama generale Figuereido (solo nel 1985 il paese otterrà la possibilità di libere elezioni) il club pratica invece una totale democrazia. E' l'inizio della "Democracia corinthiana", motto che i giocatori di quel Corinthians si stampano pure nel retro delle maglie. I moduli, il menu della cena, gli allenamenti e quant'altro, tutto discusso all'interno della squadra senza che nessuno prevarichi l'altro e la possibilità data a tutti i giocatori di dire la propria opinione. Socrates è certamente il più talentuoso giocatore del club, ma si estranea dalla sua esclusività abbassandosi al livello dei compagni in tutto e per tutto. Nel 1984 lascerà il club e sarà il crepuscolo anche per la sua filosofia. Verrà in Italia, alla Fiorentina, ma troverà usi e costumi che chiuderanno la porta al suo modo di essere. 

In Israele, il Beitar Gerusalemme, è la squadra più razzista del paese. Nel giugno 2019 per 2,5 milioni di dollari arriva in giallonero Ali Mohamed, talentuoso nigeriano di 24 anni. C'è un "problema" però: quel nome, tradotto, significa Maometto. E guai a parlare di islamismo, Arabia Saudita e musulmani da queste parti. Appurato il fatto che il ragazzo era cattolico, i suoi tifosi hanno abbassato il tiro. E dire che "La Familia", questo il nome del gruppo ultras del club al quale è dedicato un documentario emblematico su Netflix, dovrebbe essere un nome inclusivo e non esclusivo. Il documentario racconta nello specifico la vicenda di due giocatori ceceni musulmani acquistati dal club qualche anno fa e della loro stagione agonica alle prese con l'ostilità dei tifosi: quando uno dei due segnò una rete, la parte estremista del tifo lasciò la curva uscendo dallo stadio.

Vi sono anche esempi in senso contrario. Il St.Pauli, club di Amburgo che si contrappone all'HSV e che da un paio d'anni è tornato a sfidare nella seconda serie tedesca, è quanto di più democratico esista. Al "Millerntor", lo storico stadio di casa, chiunque è il benvenuto: ricchi e poveri, bianchi e neri, vagabondi e studenti. Il sostegno alla squadra, povera di trofei e momenti di gloria, se non la partecipazione alla Bundesliga alla fine degli anni Ottanta prima di tornarci per una fugace apparizione nel 2010, si è spostato negli anni sulle strade e nelle battaglie al fianco delle minoranze e delle ingiustizie. Uno dei simboli di questa filosofia è Volker Ippig: portiere del St Pauli, arriva nelle giovanili e poi fa il suo esordio a 19 anni in prima squadra. Ma l'anarchico e fervente clima di Amburgo, con la Reperbhann, la famosa strada colma di luci e locali dove i Beatles si esibirono alla fine degli anni Cinquanta quando ancora non erano ciò che diventeranno, inghiotte Ippig in modo sano e genuino. Condivide tutto di quel periodo: si affianca ai deboli e agli emarginati, si confonde coi punk e gli anticonformisti, dorme nelle case occupate; è radicale ribelle e sposa in pieno la filosofia dei suoi tifosi. Sino ad arrivare, nel 1984, a lasciare temporaneamente il club per andare in Nicaragua a occuparsi di assistere la popolazione e contribuendo alla costruzione di un ospedale. A Lensahn, cento chilometri da Amburgo, un anno prima aveva acquistato un terreno e lì si chiudeva in una tenda leggendo le parole di Carlos Castaneda, che parlava di sentieri, spirito e coscienza. Lasciò il calcio a 29 anni per un brutto infortunio.

Tralasciando per un momento il calcio, anche le Olimpiadi, ovviamente, sono state contagiate. I pugni chiusi degli atleti neri a Messico '68, l'amicizia tra Lutz Long e Jessie Owens nella Berlino del 1936, sotto gli occhi di Adolf Hitler. Uno, americano di colore, l'altro virgulto e biondo, simbolo dell'arianesimo. Le curve degli stadi poi, ormai da anni sono sempre più contenitori di estremismo, razzismo e attività illecite. Non si può generalizzare, perché naturalmente la stragrande maggioranza dei tifosi sono civili e sono in curva con il solo fine di difendere i propri colori, ma è fatto noto che ormai le principali curve dei club più importanti d'Italia (e non solo) sono state dedite, almeno negli ultimi quindici anni, a sovvertire le gerarchie del settore con lotte intestine spesso scaturite per motivi politici, oltre a mettere mano agli incassi derivanti dalle proprie attività. Arrivando com'è noto anche a ricattare le proprie dirigenze per l'ottenimento di favori o biglietti omaggio. Ampia è dunque la lista, ma chi scrive resta convinto di una cosa: politica ed estremismi vanno tenuti fuori da uno stadio. Lo sport, grande aula di propaganda, può essere utilizzato come tale per diffondere messaggi positivi, senza alcuna retorica, e non per mettere il fatto politico davanti ai colori che si sostengono. Fare attività sportiva e soprattutto sport di squadra, in fondo, ha in dote il significato di unire e non certo di dividere ulteriormente.

Stefano Ravaglia 

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