Jordan E I Suoi Scagnozzi Nell'ultimo Ballo Di Chicago Su Netflix

Jordan E I Suoi Scagnozzi Nell'ultimo Ballo Di Chicago Su Netflix

"The last dance" è un racconto di sport pieno di tante altre piccole grandi storie. Sono i Chicago Bulls che vincono tutto ed entrano nella leggenda

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Viviamo nell'impero delle serie televisive, dove il concetto di guardare la televisione è completamente stravolto. Tutto take away, tutto on-demand, vedere le notizie e i programmi come fossimo al mercato, scegliendo ciò che più ci piace. Il coronavirus ha stravolto tanti programmi, tra cui quelli di Netflix che avrebbe dovuto mettere online a settembre "The last dance", l'ultimo ballo, e invece ce lo siamo ritrovati in periodo di lockdown: una ottima compagnia per ogni lunedì, giorno in cui sono state distillate per cinque settimane due puntate di cui inebriarsi come se fossimo anche noi lì sul parquet, con Jordan, Pippen e Rodman. 

Ordiniamo i fatti, però: chi erano costoro? E perchè l'ultimo ballo? Stagione 1997-98, Stati Uniti, NBA. La lega planetaria, autonoma e piena di soldi, che fa sognare gli appassionati. E l'inizio del sogno è relativo proprio a quella stagione, a quel periodo. La città è Chicago, la squadra sono i Bulls, i tori, che fino a quel decennio non avevano mai vinto nulla e avevano un palazzo pieno solo a metà. "The last dance", prodotto da Netflix stesso grazie a tantissime ore di filmati girati in presa diretta in quella stagione dentro le viscere della squadra, racconta l'ultima recita di uno dei più grandi team di basket che si siano mai visti.

Tante storie, in una storia sola, che come tutti i racconti di sport esulano dallo sport stesso, dal risultato, dalla partita, dalla competizione. Con lui in sottofondo: MJ, Michael Jordan, numero 23, poi numero 45, poi ancora numero 23. E il perchè, lo scoprirete sfogliando le puntate. Che sono uno straordinario pugno allo stomaco che non fa male, un viaggio dentro gli Stati Uniti dei Novanta, già sogno americano che la pallacanestro rovescia sul pubblico nella sua più pura essenza.

C'è Jordan imponente e maniacale, ossessivo nella sua competizione e nel raccogliere qualsiasi sfida, venendo indispettito anche da un allenatore avversario che all'ingresso in campo non lo saluta o a una squadra, i Pistons, che dopo una sconfitta lasciano il campo senza stringere la mano agli avversari.  Tutta benzina per Mike, avversari ingenui che addentrandosi in una superiorità fittizia, fanno ancora più danni, consegnando al numero 23 la voglia di rivalsa. Chiaro che "The last dance", l'ultimo ballo prima che la squadra venga smantellata in ogni sua componente, è soprattutto Jordan ma ai produttori va il merito di non aver accentrato troppo la questione su di lui, portatore di un'immensa grandezza che avrebbe messo in pericolo la serie. E invece ci sono anche le storie di Pippen, gregario di Jordan fino a un certo punto perché riuscirà a ritagliarsi il ruolo di grande protagnoista, o quel pazzo di Rodman, il verme. Cresciuto sulla strada, svogliato e nulla facente, vede nel basket la sua redenzione, così come tanti altri sportivi trovano la via d'uscita della vita in un pallone, indipendentemente dalla sua forma e dalla sua consistenza.

Si parla molto oggi di spogliatoi spaccati o disciplina: ecco, Rodman è uno che prima di gara 5 contro Utah Jazz, quell'ultima recita del '98 che da il sesto titolo ai Bulls in otto anni, va a Milwakee per partecipare a uno show di wrestling con Hulk Hogan spaccando una finta sedia in testa al suo avversario. Sigaro in bocca, cappellino e occhiale d'ordinanza, Rodman se ne fotte di tutto. Perché poi, in campo, dà il 100% e trascina i suoi al successo, in una imbarazzante bipolarità che lo consegna alle pagine degli anticonformisti sportivi di sempre. Quella appena descritta è soltanto una delle sue bravate, mentre per Steve Kerr e Jordan stesso, al centro della scena vanno anche le vicende dei loro padri, assassinati per motivi diversi e protagonisti della storia allo stesso modo. Jordan senior, poi, è stato padre e amico di Michael: le sue lacrime dopo il titolo del 1996, steso a terra negli spogliatoi devastato dal dolore, arrivano al cuore dello spettatore senza bisogno di ulteriori commenti. 

E chi il direttore d'orchestra di tutto ciò? Phil Jackson, sornione, buono, imponente nella sua mole, e imperturbabile dietro ai suoi occhiali. E' stato forse il più grande manager di sempre. Anche lui con un destino scritto a inizio '98: Jerry Krause, il dirigente più importante del club, personaggio controverso quanto infallibile nel proprio mestiere, ha già deciso che anche lui non avrà futuro insieme al resto della squadra, sulla quale si vuole operare una profonda opera di rinnovamento. Ecco l'architrave su cui si poggia "The last dance", dare tutto e ancora di più, perché quello sarà l'ultimo anno e bisogna concluderlo al meglio.

Ce la faranno, i Bulls, e probabilmente avrebbero potuto avere la chance di cercare il settimo sigillo. Ma come tutti i cicli e le belle favole, la fine è una componente essenziale per spedire tutto il pacchetto nel mito e nella leggenda. Il posto nella gloria per i Chicago Bulls degli anni Novanta, che hanno cambiato la NBA stessa (al tempo veniva trasmessa in 80 paesi, ora in 215, cioè in tutto il mondo) spetta di diritto. Lo sforzo di Netflix è tangibile quando scorrono le immagini e le parole di due ex presidenti Usa, Barack Obama, che a Chicago deve parte della sua istruzione e della sua formazione politica, e Bill Clinton. Ciliegina sulla torta sono due omaggi a chi non c'è più: Kobe Bryant, che aveva affrontato Jordan giovanissimo, e David Stern, commissario della NBA dal 1983 al 2014, scomparso anch'egli in un gennaio 2020 terribile per il basket americano. Che deve molto ai tanti balli dei Chicago Bulls di quel tempo. L'ultimo di essi, in dieci puntate, sia che abbiate l'occhio degli esperti o dei novizi, va visto, rivisto e assaporato.

Stefano Ravaglia 

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