El Dia Del Diez

El Diez, para siempre

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“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po' e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. Da quando sei partito…”

Da quando sei partito, Diego, chissà se è davvero cambiato qualcosa. O se è soltanto mutato il nostro modo di intendere la vita e la bellezza in tua assenza. La nostra concezione del calcio e del divertimento e del talento e la capacità della gente comune come noi di riconoscerlo e servirsene per sentirsi fortunati di stare la mondo.

Da quando, un anno fa oggi, Diego, sei andato via, tutti, o quasi, sentiamo di essere diversi, smarriti forse, di certo non indifferenti, anche se molti, nei giorni successivi alla tua dipartita, hanno dichiarato di non essere stati neanche lontanamente scalfiti dalla tua morte.

Bugiardi.

Come si fa, pur non amando l’oggetto sferico da insaccare nelle reti di due porte, poste, nel migliore dei casi, su un soffice prato verde, a non essere stati colpiti dalla tua partenza per una dimensione sconosciuta, da quella dalla quale nessuno ha mai fatto ritorno per testimoniare alcunché (qua ci sono reminiscenze del Principe Amleto, Diego).

Esattamente un anno fa oggi, il 25 novembre 2020, tu, Diego Armando Maradona, tra i migliori artisti della storia dello sport, calciatore senza eguali, dio pagano idolatrato in tutto il mondo, simbolo di rivalsa e orgoglio in ambienti prima di te sottovalutati, lasciavi orfani gli appassionati e non del calcio, dell’arte e dell’estasi.

E no, queste parole non ti dipingono oltre ogni tuo merito e non sono agiografiche o trascendentali. Sei stato uomo, marito, padre, capitano, eroe e peccatore. Hai amato e sei stato amato, sei stato giudicato, osteggiato, usato, calpestato e hai sbagliato. Con gli altri e con te stesso. Ci ricordiamo le tue cadute e le tue ascese nell’Olimpo dei poeti.

Sei stato circondato da folle oceaniche e lasciato, come tutti gli uomini sono, ma i geni un po' di più, solo. Solissimo. Con i tuoi demoni e la tua fragilità. Con le tue dipendenze di vari tipi, dalla cocaina al cibo, alle donne e il tuo impegno per gli ultimi. O presunti tali.

Napoli, Cuba, Villa Fiorita. Non necessariamente in quest’ordine.

Dovrei, Diego, parlare oggi delle tue marcature senza senso, delle tue marachelle planetarie, delle tue dichiarazioni da folle dopo aver imbrogliato consapevole tutti e tutto durante un mondiale (Messico ’86) poi vinto e/o del tuo urlo sconsiderato e necessario, ma drammaticamente sincero negli Stati Uniti dopo aver segnato un gol contro la Grecia, la partita prima di venir accompagnato, mano nella mano, da una bionda infermiera che ti scortava verso l’ennesima debacle morale , mentre noi ignari credevamo che non ci avresti traditi più.

Avevo 9 anni, Diego, e non me lo meritavo di capire quel giorno che al mondo e nella vita esistono lo scoramento e la delusione. Avevo 9 anni, Diego, e non dovevi tradirmi. Ma io non ho mai provato risentimento nei tuoi confronti, Diego. Io e nessun altro. Sento di poterlo affermare senza timore di essere smentito. E se proprio non siete d’accordo leggete il mio nome e trovatemi sui social. Non ho paura di confrontarmi al riguardo. Anzi.

Non farò la cronistoria della tua vita e della tua carriera, Diego. Non mi importa nulla e spero non importi nulla a chi mi legge adesso. Io devo scriverti adesso, dopo 365 giorni, mentre un Premio Oscar ha firmato un film (vedasi ultimo lavoro di Paolo Sorrentino uscito giusto ieri nella sale) nel quale sostiene che gli hai salvato la vita-anche se io questo racconto non l’ho ancora visto- per dirti che non ti abbiamo ancora lasciato andare.

Per dirti che tra Ettore ed Achille io penso che a scuola si dovrebbe parlare anche del piccoletto riccioluto dalle gambe di ferro che ha messo Napoli sul mappamondo calcistico una volta di più. Anzi, due volte di più. E che ha reso Napoli e i napoletani felici come forse mai più prima e mai più dopo.

Ti scrivo, Diego, per chiederti come stai e come procedono le cose lì dove avrai già organizzato delle barricate per migliorare il migliorabile, perché chi ti ha “capito” sa che il pallone era un mezzo e non un fine e che la tua missione non era mica far sì che alla fine si fosse fatto un goal in più degli altri, ma, piuttosto, aver fatto tutto il possibile per gridare la propria esistenza, il valore della propria vita, di ogni vita con ogni stilla del proprio sudore e del proprio corredo genetico.

Certo, poi, che se il corredo era ben dotato come il tuo, le cose si facevano sempre incredibilmente interessanti. Ti scrivo, Diego, perché

“…c’è una grande novità. L’anno vecchio è finito, ormai, ma qua qualcosa ancora non va”.

Ciao, Diego, “Barillete cosmico”. De que planeta viniste? In quale pianeta sei adesso?

Giuseppe Menzo

Fonte della fotografia: pubblico dominio 

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