NAZIONALE ITALIANA

Mancini e l’ennesimo allarme ai club di Serie A: “Date fiducia ai giovani”

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3 settembre 2018 – "L'anno scorso tanti giovani giocavano, ora sono pochi. È il momento più basso, eppure molti di quelli che stanno in panchina sono più bravi degli stranieri che giocano. Dobbiamo cercarli, per questo abbiamo chiamato gente giovane, che non conosciamo, per capire meglio cosa possano darci in futuro". L'esempio di Zaniolo: "E' un Under 19, arrivato in finale del campionato europeo. Anche in passato molti calciatori sono arrivati in nazionale molto giovani. Se ha qualità e le confermerà, verrà richiamato. Non è l’unico, alcuni li abbiamo lasciati all’Under 21. Io sono fiducioso, i ragazzi forti li abbiamo, ma bisogna dare loro fiducia". Le parole del CT azzurro Roberto Mancini nella sua prima conferenza stampa alla vigilia di un impegno ufficiale (la Nations League), fanno riemergere un tema, quello dei giovani in nazionale, da anni oggetto di critiche e polemiche tra i vari esponenti del calcio italiano.


È sotto gli occhi di tutti quanto l’Italia abbia risentito, negativamente, dell’affermazione degli stranieri nel campionato di Serie A, soprattutto per quanto riguarda i numeri: attualmente nella massima serie italiana solo il 30% dei calciatori sono convocabili in nazionale, mentre nel 2006 la stessa quota sfiorava il 66%. A questo dato va aggiunto, inoltre, il fatto che gran parte dei calciatori convocabili appartengono perlopiù a squadre di basso-medio rango come Atalanta, Fiorentina, Torino, Sassuolo, Cagliari, Genoa e SPAL, che sono modelli da apprezzare per quanto riguarda il “coraggio” richiesto da Mancini nel far giocare gli italiani, ma che allo stesso tempo non possono garantire la certezza ai propri giocatori di poter fare esperienza a livello internazionale. Questo aspetto è fondamentale, soprattutto se si considera che la Francia vincitrice del mondiale di Russia, nella formazione schierata in finale, contava solamente tre calciatori over 30 (Lloris, Matuidi e Giroud) e sei calciatori under 25 quasi tutti titolari di un top club europeo, che costituiranno sicuramente la base su cui poggerà la nazionale transalpina negli anni a venire.


In Italia, invece, c’è una cultura di fondo basata sulla caccia al risultato, una cultura frenetica dove si vuole tutto e subito e dove non c’è tempo per far adattare i giovani al campionato o per aspettare che riescano ad esprimersi al meglio: o sei forte e pronto da subito, o finisci in panchina per poi farti scaricare in una serie di prestiti in squadre di campionati inferiori. Da questo punto di vista la FIGC, con l’approvazione delle seconde squadre, ha cercato di mettere un freno al fenomeno per il quale i giovani si ritrovano sbattuti in realtà che lottano per mantenere il proprio posto nel campionato cadetto, senza riuscire a gestirli a dovere per farli emergere. È chiaro, allora, che servirebbe proprio ciò che manca nelle grandi piazze italiane: pazienza e fiducia sia nell’allenatore sia nei giocatori (soprattutto se giovani), che devono poter sbagliare e devono poter essere inseriti con la dovuta calma all’interno del contesto calcistico tatticamente più complesso al mondo.


La situazione attuale del campionato italiano vede le grandi squadre affidarsi sempre di più agli stranieri, anche giovani, perché ritenuti più pronti da subito per un palcoscenico simile, a discapito dei ragazzi provenienti dai vivai che si trovano costretti a rimandare l’esordio nel calcio che conta, un esempio lampante è stata la scelta della Roma nell’investire 18 milioni di euro su Kluivert, classe 1999 figlio d’arte e stellina dell’Ajax arrivato in finale di Europa League, obbligando l’emergente Mirko Antonucci a trasferirsi in prestito al Pescara per trovare continuità. Ma anche le altre squadre non sono da meno: la Juventus, che da sempre ha costituito la spina dorsale della nazionale investendo molto sui calciatori italiani, ha iniziato da qualche anno una politica di mercato aggressiva comprando diversi campioni da tutta Europa per sfruttare al meglio le ultime stagioni di attività dei suoi senatori ormai prossimi al ritiro (non a caso è la squadra che registra la seconda età media più elevata in Serie A); l’Inter, per vocazione e nome, continua sempre a puntare su squadre formate in maggioranza da stranieri e questa decisione venne contestata anche quando ad allenare la squadra c'era proprio Mancini, che adesso si ritrova a dover chiedere ai club ciò che lui stesso non ha mai fatto in carriera; il Napoli, così come i nerazzurri, è riuscito nell’impresa di vendere uno degli unici due titolari della nazionale (Jorginho) di cui disponeva in rosa, lasciando Insigne come unico ambasciatore in nazionale. Discorso a parte lo merita il Milan, che in questi ultimi due anni ha vissuto un importante cambio di società, passando dalla gestione trentennale di Berlusconi prima ai cinesi e poi al fondo Elliot, riuscendo comunque ad aprire un ciclo fondato su un folto gruppo di italiani, più o meno giovani: l’incipit ci fu proprio sotto la gestione dell’ex premier, quando il Milan acquistò Romagnoli e Bertolacci dalla Roma e Bonaventura dall’Atalanta, ai quali si è poi aggiunto recentemente Caldara. Oltre agli acquisti di mercato, però, il Milan ha potuto contare sull’approdo di giovani del vivaio in prima squadra, come Calabria e Cutrone, che si stanno ritagliando un ruolo sempre più importante all’interno dell’undici titolare di Gattuso, o come Donnarumma, il portiere classe 1999 alla quarta stagione da titolare tra i pali rossoneri destinato a raccogliere la pesante eredità lasciata da Buffon in azzurro.


È questa la strada giusta da percorrere per risollevare un movimento che da 12 anni non riesce nemmeno a superare i gironi di un Mondiale.



Mirko De Blasio


Fonte Immagine: Il primato Nazionale.it


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