IL CALCIO NON PUÒ PIÙ ESSERE ZONA FRANCA

L’indignazione, la semplificazione e la generalizzazione non portano da nessuna parte.

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È sempre difficile trovare le parole e l’equilibrio giusto per descrivere le sensazioni che si provano di fronte ad eventi come quelli successi allo stadio di San Siro in occasione del posticipo tra Inter e Napoli in quanto è facile cadere nella tentazione di semplificare quanto succede o di fare di tutta l’erba un fascio oppure ancora pensare che la soluzione giusta possa essere scrivere un biglietto di fine delle trasmissioni e chiudere lo spettacolo.

Come spesso succede in questi casi la soluzione giusta non è nessuna di queste ma probabilmente una via di mezzo che possa contemplare tutte le cose appena descritte.

Alcune riflessioni suscitate nelle ultime 24 ore di abbagliante delirio mediatico intorno ai fatti di San Siro portano a pensare che a volte sia più facile considerare l’evento calcistico come una zona franca dove le regole che valgono per la società civile ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette subiscano una clamorosa ed incomprensibile sospensione che permette praticamente a tutti di esprimere in quell’ambito le frustrazioni di tutta una settimana. Questo è un concetto che è necessario cambiare in modo radicale per far sì che anche in Italia possa nascere non soltanto una migliore cultura sportiva ma anche una cultura del tifo che possa rendere gli stadi luoghi sicuri come lo sono molti altri posti dove si svolgono attività d’intrattenimento come teatri o cinema. Forse è proprio questa dimensione che si sta perdendo in maniera radicale. Come sempre in questi casi la retorica abbonda di frasi demagogiche e catastrofiste ma un’analisi più serena dovrebbe portare ad individuare delle soluzioni praticabili che esistono.

Molti ritengono che non sia corretto chiudere gli stadi perché la maggioranza delle persone usufruisce di questi spazi nel modo corretto. Il concetto è giusto e comprensibile, va però detto che finché esisteranno questi contesti in cui bastano una decina di persone, che non si possono definire tifosi ma si devono definire delinquenti perché tale è la definizione di chi delinque e commette reati, saranno comunque sempre le persone corrette e per bene a rimetterci. Perché oggi grazie a questi episodi lo stadio non è più il luogo sicuro in cui si possono portare i propri figli a tifare in modo sano per una squadra senza rischiare di trovarsi in mezzo a situazioni che possono mettere a repentaglio la propria incolumità.

Un altro aspetto molto importante da sottolineare è rappresentato dal fatto che questi episodi non riguardano una tifoseria ma tutte le tifoserie perché l’obiettivo deve essere quello di rendere tutti gli stadi d’Italia a misura di famiglia. È molto più facile, perché a volte si è spinti dal campanilismo, semplificare tutto o additare un gruppo di tifosi di una squadra come facinorosi o razzisti perché fanno ululati beceri contro giocatori di colore delle squadre avversarie, magari dimenticando che anche nella loro squadra sono ben presenti giocatori di colore per i quali loro stessi pagano il biglietto. Anche in questo caso comunque sono sempre le persone che vivono in modo corretto la passione per la squadra a rimetterci. Ecco perché definire tifosi o ultras queste persone è sbagliato perché significa regalare loro quell’identificazione in un gruppo che li fa sentire importanti ed è proprio quello che questo tipo di personaggi cercano disperatamente. Inoltre va detto come molti episodi riguardino grandi squadre perché si è persa la dimensione normale del tifo che deve essere quella di divertirsi in modo sano per due ore durante la partita e poi magari discuterne civilmente il giorno dopo al bar o sul posto di lavoro.

In questo senso ritengo che anche chi fa comunicazione debba cominciare in modo serio a veicolare questo tipo di messaggio perché è molto importante ridare centralità all’evento sportivo più che alle polemiche che da questo tipo di eventi nascono: dare troppo spazio alle polemiche infatti può alimentare in chi non vive in modo normale la propria passione quella sindrome di accerchiamento che spesso viene usata come scusa per giustificare comportamenti al di fuori delle righe.

Nelle ultime ore si era pensato anche ad una sospensione del campionato, fino ad immaginare una sospensione a tempo indeterminato del calcio italiano. Questo tipo di soluzione avrebbe certamente dato un segnale forte. queste persone che vivono a margine degli eventi sportivi usandoli come scudo per avere dei comportamenti che in altri contesti non sarebbero mai tollerati, hanno stufato le persone perbene. Poi è chiaro che ci sono interessi economici talmente grandi che è impossibile pensare di sospendere un’industria come quella del pallone perché andrebbero restituiti soldi già investiti e si perderebbe tutto il capitale umano che è un patrimonio importante per le società calcistiche. Probabilmente potrebbe essere invece più efficace un giro di vite che chiuda tutti gli stadi per un periodo indefinito di tempo in modo da scardinare l’associazione tra partita di calcio e possibilità di fare qualsiasi cosa intorno a quell’evento.

L’errore da non fare da parte di tutti, e in questo anche i mass media avranno un ruolo determinante, è quello di non affievolire l’importanza di queste tematiche perché magari per sei mesi non succederà più nulla di rilevante e allora il problema della violenza negli stadi finirà nel dimenticatoio per poi riaffiorare in modo prorompente al prossimo episodio che coinvolgerà le tifoserie con un maggiore rilievo dal punto di vista mediatico. Ecco perché sarà utile anche da parte dei mass media appoggiare incondizionatamente ogni scelta che dovesse essere presa in merito a questioni di sicurezza, oppure ad un eventuale futura sospensione del campionato, senza gridare allo scandalo perché si è rubato il giocattolo con cui si gioca la domenica. Perché il vero rischio è che questo giocattolo andando avanti così vada in mille pezzi.

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