Apologia Di Marco Giampaolo

Il parere dell'avvocato del diavolo

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Ieri sera ci siamo liberati ufficialmente del Calciomercato, tornato al vecchio regime dopo un anno di lucidità delle istituzioni calcistiche in cui si era deciso, intelligentemente, di farlo concludere prima dell’inizio del campionato. Nel frattempo si sono giocate le prime due giornate di campionato e c’è già chi invoca i primi esoneri, tifosi del Milan compresi.

C’è un nuovo allenatore in città. Il suo nome è Marco Giampaolo e sulla sua testa c’è già una taglia appesa alle pareti di tutti i social network, ognuna con la sua definizione. Pericolo pubblico numero uno. Integralista. Incapace. Filosofo. Pazzo, per qualcuno. “Ridateci Ringhio”, milanista vero, l’uomo-barricata che ci faceva tanto sentire sicuri col suo viso che rievocava i pallidi ricordi di un Milan che non esiste più da parechi anni. “Il Milan ai milanisti”, “Giampaolo è interista” e chi più ne ha, più ne metta.

Non mettere il carro davanti ai buoi

Ed eccomi qui, avvocato del diavolo (rossonero), salito sul carro del nuovo allenatore il giorno stesso in cui è stato annunciato e pronto a rimanerci fino a quando lo meriterà. Non sono uno che scende facilmente dai carri: mi piace dare tempo e fiducia, ma quando poi scendo non ci risalgo più, un po’ come accaduto con Gattuso dopo il primo derby dello scorso anno, dove fui deluso dalla mancanza di una personalità mai più ritrovata dalla squadra. C’è chi ama salire e scendere semplicemente in base ai risultati del momento, alla comodità, ma questo non fa per me. Certo, a volte il paesaggio è bello, altre un po’ meno, il percorso è tortuoso e sento il dolore di tutti i sassi su cui finisce la ruota, ma se potessi al massimo scenderei per spingere ed aiutare chi il carro è costretto a condurlo e scegliere la strada migliore, con il rischio concreto di sbagliare.

La calma è la virtù dei forti

Quindi è tutto bellissimo? Giampaolo non sbaglia mai? E’ il mio allenatore preferito? Macchè. Avessi dovuto scegliere io, nella mia personalissima lista dei papabili avrebbe avuto davanti più di un collega, eppure al suo annuncio mi sono rincuorato: ha le idee chiare, è coerente e soprattutto punta ad un gioco più offensivo rispetto a quello visto negli ultimi anni, anche se prima del Milan non ha mai allenato una grande squadra (o nobile decaduta, nel caso specifico).

Nonostante tutto sono qui, sul carro, a blaterare e lamentarmi da una quindicina di giorni... “Perchè hai insistito su Borini mezz’ala, che non ci può giocare manco su PES? E Suso trequartista dove l’hai visto? Piatek in panchina per Silva, sei pazzo? Il portoghese non sa manco stoppare un pallone”. Come dite? E’ agosto? Si sono giocate solo due partite e si tratta di un allenatore che sta cercando di stravolgere completamente un sistema di gioco radicato, inserendo progressivamente anche i nuovi acquisti? Mi sa che avete ragione, bisognerà pazientare. Roma non è stata costruita in un giorno e Milano neppure.

Tra genio e follia

In Italia piacciono tanto i gestori, quelli che bene o male tirano fuori il valore della rosa, senza dare un'impronta alla squadra. Non ci piace chi rischia e prova a fare qualcosa di più, a costo di trovarsi a fare qualcosa di meno, per qualche tempo. Persino un rivoluzionario come Sacchi, ai tempi, fu costretto a sottoporsi a diktat societari per rivedere qualcosa sulle sue idee un po’ radicali e tutto sommato i risultati diedero ragione a chi gli impose di trovare una via di mezzo. Un po’ quello che è successo a Giampaolo dopo la prima giornata, dove schierò una formazione che andava ben oltre il semplice “osare”, uscendone con le ossa rotte e subito richiamato all’ordine per limare qualcosina in funzione dei giocatori a disposizione.

Alla luce di tutto questo, la verità è che difficilmente ci troveremo di fronte ad un mezzo giudizio sul nuovo tecnico del Milan: i posteri ci diranno se è stato un folle o un genio. Un maestro, o addirittura un mago, come ama chiamarlo qualcuno. Per ora io sto qui, pazientemente seduto sul carro insieme ai pochi compagni di viaggio che non sono ancora scesi, in attesa di capire se mi aspetta un futuro da scomodo e felice o da comodo e triste, sulla terraferma.

Matteo Tencaioli

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