IL TROPPO CHE C'ERA. RIFLESSIONE POST-COVID.

IL TROPPO CHE C'ERA. RIFLESSIONE POST-COVID.

Un ego che ci ha divorati prima del Covid, che ci ha mangiati facendoci diventare ciechi, come personaggi di Cecità di Saramago in cui gli occhi di questi erano divenuti offuscati. Troppo parlare.

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INCIPIT


Ci siamo ritrovati in un momento di totale paralisi. Un momento in cui le decisioni non si potevano più prendere. Un momento in cui il futuro sembrava il sogno più intoccabile e il presente era già un lusso viverlo. Ci siamo ritrovati carichi di presente, di minuti da snocciolare come ave Maria da pregare, prima ad orari prefissati fuori da un balcone, poi rinchiusi nelle case, in totale silenzio o con monitor troppo accesi sul nostro riflettere.

Ci siamo ritrovati.

Paradossalmente, in questa assenza, ci siamo ritrovati.

Con cosa, esattamente?


Con un bagaglio di passato da analizzare, anche se non lo volevamo. Con conti da far tornare, quelli lasciati in sospeso. Con eterni puntini di sospensione ché tanto alla definizione non c’è spazio per tutti.

Ci siamo ritrovati con boati silenziosi che hanno generato buche o che le hanno disvelate, scoperte e, nelle quali, ci siamo potuti riflettere. In questo periodo abbiamo dovuto riflettere ogni giorno con le solite azioni o con alcune nuove e fare i conti con la nostra parte emotiva che, forse, contava più del pericolo in cui stavamo vivendo. Non era tanto il virus a spaventarci quanto le conseguenze psicologiche, le fragilità umane a mangiare i nostri fegati, cuori, occhi. (E questo già Camus, ne La Peste ce lo aveva anticipato- anno 1947).

L’assenza generata da troppa presenza, forse.

Troppo di cosa?



PRE-COVID


Troppo mancato ascolto, a mio avviso. Un ego che ci ha divorati prima del Covid, che ci ha mangiati facendoci diventare ciechi, come personaggi di Cecità di Saramago in cui gli occhi di questi erano divenuti offuscati. Troppo parlare. Troppo chiasso, troppe ragioni, poche domande, forse non più. Troppe arti, troppi artisti, troppo teatro senza più continuare a chiederci cosa fosse il teatro, senza più continuare a valorizzare la comunione di questo, senza più continuare a esaltare il rito magico di un ritrovo democratico e non esclusivamente elitario.

Abbiamo mangiato in maniera bulimica i nostri sentimenti, le nostre emozioni, succhiando i midolli delle persone come nettari di cui necessitavamo ardentemente, con bramosia. Abbiamo vissuto in un mondo di individualisti in preda a un consumismo volto a mercificare qualsiasi cosa, soprattutto le emozioni. Pensiamoci: le persone non si conoscevano soltanto nel reale ma anche sul virtuale, “socializzavano” tramite internet e, questi ultimi, ha iniziato a indebolirci in maniera mefistofelica.

Avremmo voluto davvero continuare a farci del male dietro a sorrisi falsi? Avremmo davvero voluto continuare a entrare e uscire da questa apnea con sofferenza e dolore, perché consapevoli che il “troppo” ci stava rendendo impotenti di fronte a deliri di potenza?


Almeno io, oggi, mi ritrovo a pensare questo. Oggi. Sì. Perché…



PERIODO-COVID


…mi sono persa. Nel vuoto. Ho tolto la benda dagli occhi e ho imparato, con fatica, ma allo stesso tempo con dolcezza, il mio nome e cognome e quello dei miei cari.

Ho imparato a pulire lo specchio della mia anima, a riempirmi di ricordi: quanti e che belli!

A sentire la vera mancanza, l’assenza di quello che avrei voluto non di quello di cui un tempo frenetico mi imboccava ogni giorno, a mettere in ordine ogni libro dei miei anni.

Poi mi sono soffermata sul presente, sulla necessità di capire cosa stava accadendo non soltanto a me ma a tutti. A vedere non soltanto una evoluzione, rinascita della natura, ma anche di noi stessi: cosa era ( e non sarebbe stato) di noi? Come parlarci in quell’hic et nunc, sapevamo parlare ancora tutti la stessa lingua universale emotiva? Eppure la quarantena ha scolpito molto, ha tolto, tolto, tolto come fa uno scultore con una pietra per dare senso all’idea di quello che vuole limare e, dopo, dare alla luce. Ho tolto. E mentre compivo questa azione ho pensato che anche il teatro dovesse farlo. Forse, con un po’ di presunzione, io avrei voluto che il teatro tornasse a essere quello con la “T” , quello che ti strappa lo stomaco, quello che ti innamora o che ti fa arrabbiare se non riuscito. Quello, comunque, consegnato “in orizzontale” “io creo per voi, per dare vita a un noi”.

Certo: in pre-covid è esistito ma non ovunque e complice di questa mancanza anche la poca voglia di sognare perché uno Stato non lo ha permesso, non ha più tutelato. Almeno in Italia. Va da sé che ci si abitua (?) -forse, ho pensato- a non essere riconosciuti in una categoria e di conseguenza a compiere da soli, sempre più soli dimenticando un agorà e, quelli che lo hanno fatto, si erano sentiti perduti.

E allora, mi sono chiesta, cosa poteva essere cambiato a questi ultimi? Forse poteva essere una risorsa.

In analisi del mercato esiste la SWOT, uno strumento che aiuta a convertire le parti deboli in quelle forti. Non che il virus sia stato un bene, né la quarantena: conveniente, però, mettere un freno, sì, perché respirassimo tutti in un’assenza VERA anche di teatro che già, effettivamente, si percepiva nel pre-covid per un “troppo”. Un mio amico musicista mi ha detto “mi mancherà davvero la musica dopo? Forse no”. E ho pensato che in quel momento, come le coppie, come i rapporti, se c’era un vero amore allora poteva resistere tutto anche a distanza, anche in silenzio, anche tra alti e bassi, anche tra urla e grida; ma resistere per rinascere, forse, in altra specie o continuare come era stato.



OGGI


Ci dicono che il teatro tornerà. Come?

Perché velocizzare a “fare cosa” se abbiamo imparato a pensare in un’assenza costruttiva, o almeno tale dovrebbe essere stata. In un silenzio in cui si respiravano macerie, dolori è certo. Ma da cui avremmo dovuto capire cosa non commettere più, cosa NON volere più.

Il teatro non è soltanto la performance. No. Il teatro, almeno quello di cui ora necessitano i miei occhi ancora un po’ pieni di polvere, vuole una crescita democratica, di più voci, di più “sentire emotivi”, di diritti e doveri nei confronti sia degli artisti che degli spettatori.


Ci siamo ritrovati.

Teniamolo a mente.



Maria Francesca Stancapiano

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